Hostess disse “no” dopo 30 secondi, sindacalista condannato per violenza sessuale
È stato condannato nell’appello bis a un anno e due mesi di reclusione il sindacalista Cisl R.M., coinvolto nella vicenda diventata nota come la “violenza sessuale dopo 20 secondi” e subita da una hostess dell’aeroporto di Malpensa il 12 marzo 2018.
La ricostruzione
La donna si era rivolta a lui in ufficio per dei problemi di lavoro e aveva subito palpeggiamenti nelle parti intime e negli “slip” e “baci sul collo”, mentre l’uomo le diceva “sfogati quanto vuoi, siamo soli, non c’è nessuno”. Inizialmente “colta di sorpresa e immobilizzata dalla paura”, non sarebbe riuscita a reagire, intimandogli di smetterla dopo 20-30 secondi.
Ribaltate le assoluzioni
Il 49enne era stato assolto sia in primo grado dal Tribunale di Busto Arsizio che dalla Corte d’appello di Milano, perché non avrebbe percepito immediatamente il dissenso della donna, ma la Cassazione ha annullato le assoluzioni con rinvio, disponendo un nuovo giudizio di appello bis.
Venerdì mattina i giudici della seconda sezione penale della Corte d’appello di Milano (presidente Manzi) hanno ribaltato le assoluzioni, ritenendo il sindacalista responsabile di violenza sessuale sul luogo di lavoro e condannandolo anche al risarcimento del danno in favore della donna, assistita dall’avvocato Gionata Bonuccelli del foro di Viareggio, che nel frattempo ha dovuto cambiare lavoro. Il 49enne è stato condannato anche al pagamento immediato di una provvisionale da 10mila euro e delle spese processuali. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 90 giorni.
La vittima: “Noi donne e madri assuefatte a violenza sul lavoro”
“Alla violenza di tipo lavorativo purtroppo noi donne in Italia ci siamo forse un po’ assuefatte. Noi lavoratrici, donne e madri, ci siamo purtroppo rassegnate a subire la qualunque”. Sono le prime parole della ex hostess di Malpensa dopo la sentenza di condanna. La donna raggiunta telefonicamente dal suo avvocato, Gionata Bonuccelli, ha commentato con i giornalisti il verdetto. “Felice no, ma c’è il sollievo per quella che spero che sia la fine di una vicenda” durata “anni” e che “io e la mia famiglia ora possiamo mettere un punto”, ha detto. “Difficilmente in questi anni – ha aggiunto – è passato un giorno senza che la mia testa andasse a questa vicenda” o che il “mio cervello sia stato libero da questi pensieri”. “Ho pagato un prezzo molto alto per la diffamazione che mi è stata fatta in azienda – ha continuato -. L’imputato ha sempre avuto, lui assieme ad altri del suo sindacato, un atteggiamento molto diffamatorio nei miei confronti e questo è stato un prezzo alto che ho dovuto pagare, tant’è che ho dovuto lasciare il lavoro”. “E’ stata una violenza nella violenza”, ha raccontato. A chi le ha chiesto se, tornando indietro ai fatti del 2018 e al lungo iter processuale (non ancora definitivo perché potrebbe esserci un giudizio di Cassazione bis se la sentenza venisse impugnata) si sentirebbe di consigliare alle donne di denunciare ha risposto: “Non me la sento di dare consigli a nessuno perché in questi anni purtroppo tante volte ho pensato ‘chi me l’ha fatto fare? Tornassi indietro forse non lo rifarei'”. “L’unica consolazione che ho avuto è che dentro di me sapevo e so ancora di aver fatto tutto il possibile – ha concluso -. Questo mi ha sempre tirato su. Mi dicevo ‘tu hai fatto il tuo, se poi c’è chi il suo non lo fa, purtroppo non dipende da te’. Ognugno faccia i conti con le proprie forze e cerchi di fare quel che è meglio per se stesso e di agire secondo coscienza”.
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