I bombardamenti di Trump non hanno piegato l’Iran

I bombardamenti di Donald Trump non hanno raggiunto il loro obiettivo principale: convincere l’Iran a rinunciare ai propri obiettivi strategici. È questa la conclusione dell’Institute for the Study of War, secondo cui la campagna americana non ha modificato in modo significativo la volontà del regime iraniano di perseguire i propri interessi con la forza, a partire da quello più ambizioso: consolidare il controllo sullo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transitava circa un quinto del petrolio mondiale prima della guerra.
Il paradosso della fase attuale è tutto qui: mentre la Casa Bianca continua a rivendicare la capacità di colpire Teheran e il presidente americano alimenta la pressione politica e comunicativa, la campagna militare sembra essere arrivata a un punto di saturazione. Domenica Donald Trump ha pubblicato sul suo profilo Truth immagini generate con l’intelligenza artificiale che rappresentavano un attacco americano all’isola di Kharg, uno dei principali terminal petroliferi iraniani, oltre a un cargo con una bandiera statunitense e la scritta: «È la nostra petroliera ora!». Un messaggio pensato per ribadire la linea della forza, proprio mentre sul campo gli Stati Uniti hanno scelto di sospendere i bombardamenti.
Secondo quanto riportato da Axios, il comandante del Comando Centrale americano, l’ammiraglio Brad Cooper, avrebbe valutato che l’efficacia della campagna nello Stretto di Hormuz si fosse esaurita: la maggior parte degli obiettivi già individuati sarebbe stata colpita e senza una decisione politica per una nuova fase di combattimenti su larga scala non avrebbe avuto senso proseguire con i raid. Una valutazione confermata anche da Reuters, secondo cui alcuni funzionari americani avrebbero segnalato che le operazioni delle ultime due settimane avevano consumato gran parte degli obiettivi disponibili e sollevato interrogativi sulla sostenibilità di un’ulteriore escalation.
È proprio questo il punto centrale dell’analisi dell’Institute for the Study of War: il problema per Washington non è soltanto quantificare i danni inflitti all’Iran, ma capire se quei danni abbiano modificato il comportamento strategico di Teheran. La risposta del think tank americano è negativa.
Secondo il rapporto, la Repubblica islamica continua a perseguire quattro obiettivi principali: ottenere il riconoscimento internazionale del proprio controllo sullo Stretto di Hormuz; ridurre la volontà politica degli Stati Uniti di continuare il conflitto; ristabilire la propria capacità di deterrenza nei confronti di Washington e dei suoi alleati; e sfruttare le divisioni tra gli Stati Uniti e i partner regionali.
La strategia iraniana, secondo l’Institute for the Study of War, non punta necessariamente a una vittoria militare convenzionale, ma a una guerra di logoramento. Teheran mira ad aumentare progressivamente i costi politici, economici e militari per gli Stati Uniti, fino a rendere meno sostenibile il proseguimento delle operazioni.
Sul piano operativo, inoltre, l’Iran avrebbe mantenuto capacità sufficienti per continuare a esercitare pressione nella regione attraverso missili, droni e reti di alleati locali. Anche dopo i bombardamenti americani, la leadership iraniana non avrebbe abbandonato l’obiettivo di mantenere una posizione dominante sullo Stretto di Hormuz, considerato uno degli strumenti principali della propria leva strategica.
Il rapporto mette inoltre in discussione la narrativa secondo cui la capacità militare iraniana sarebbe stata definitivamente neutralizzata. Pur avendo subito danni importanti, Teheran conserverebbe competenze industriali, infrastrutture sotterranee e capacità produttive che le consentirebbero di ricostruire nel tempo parte del proprio arsenale.
La sospensione dei raid americani apre ora uno spazio per la diplomazia. Secondo Reuters, l’Iran ha dichiarato di essere pronto a fermare le proprie operazioni finché gli Stati Uniti manterranno lo stop ai bombardamenti, mentre il Qatar ha avviato contatti con Turchia, Arabia Saudita ed Emirati per favorire un allentamento delle tensioni e garantire la libertà di navigazione nello Stretto.
Ma il rapporto dell’Institute for the Study of War suggerisce che la questione centrale resti irrisolta: se l’obiettivo di Trump era costringere rapidamente l’Iran a cambiare comportamento, finora il risultato non è arrivato. La Repubblica islamica continua a perseguire gli stessi obiettivi strategici con cui è entrata nel conflitto. E la guerra, più che chiudersi con una vittoria netta, rischia di trasformarsi in una prova di resistenza politica tra Washington e Teheran.
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