I limiti dell'appello dei 75 studiosi ed ecologisti sulla transizione al Campo largo
Il cambiamento climatico è la più grande minaccia per l’umanità: la più grande, si intende, dopo “le destre”. Un gruppo di 75 studiosi, intellettuali e attivisti ha scritto una “lettera aperta” ai leader del “campo largo” sulle contraddizioni rispetto alla transizione energetica: l’enorme distanza tra le dichiarazioni dei partiti progressisti a favore delle fonti rinnovabili e l’azione di governo a livello regionale che le blocca.
L’appello rivolto a Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli, Magi e Renzi è un invito alla coerenza tra parole e opere. Ma presenta diverse incoerenze esso stesso. “Non apparteniamo a schieramenti politici – scrivono ai leader di Pd, M5s, Avs, +E e Iv – ma guardiamo con interesse e speranza alla creazione di una coalizione alternativa all’attuale governo”. In sostanza: ci definiamo “indipendenti”, ma in realtà stiamo dalla vostra parte. E stiamo contro Meloni, che punta “sull’Italia come hub del gas” ed è ostile alle rinnovabili. Ma il centrosinistra no, è diverso: “Apprendiamo con favore dalle Vostre dichiarazioni pubbliche che questa critica è condivisa dalle forze dell’opposizione che aspirano a costruire il cosiddetto campo largo”.
Gli appellanti sono però preoccupati perché “le medesime difficoltà culturali e di consapevolezza” della destra sono condivise “a livello territoriale” dai progressisti. “Non possiamo non notare come il campo largo sia alla guida di regioni che risultano decisamente indietro nel cronoprogramma del Pniec”, il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, “parliamo della Toscana, dell’Emilia-Romagna e, soprattutto, della Sardegna”. Ecco il tasto più dolente. “Quest’ultima è protagonista di una vera e propria ‘crociata’ contro le rinnovabili e contro il governo Meloni, reo, secondo le incredibili posizioni del governo regionale, di proporne addirittura troppe. La giunta Todde, nonostante i richiami e le bocciature della Corte costituzionale e del Consiglio di stato, continua a riproporre una visione ideologica che demonizza gli operatori dell’energia pulita, etichettandoli come ‘speculatori’”. La richiesta, pertanto, è di “aprire una riflessione sincera” e di “avviare un profondo lavoro di informazione e formazione verso i vostri dirigenti, quadri, amministratori locali, consiglieri regionali, gruppi parlamentari”. Il senso è: rimettete in riga gli amanti del fossile che governano le regioni a nome della sinistra.
Gli attivisti pongono un problema reale. Anche se al posto dell’Emilia-Romagna, che in realtà è in linea con il Pniec (anzi leggermente avanti secondo l’ultimo rapporto di Terna), avrebbero dovuto citare la Puglia (-238 MW rispetto all’obiettivo) e l’Umbria (-163 MW) dove, a quanto pare, la giunta regionale è stata convinta da Fiorello a bloccare un grande impianto eolico nonostante sentenze contrarie di Tar e Consiglio di stato. Ma l’appello ha anche diversi limiti logici. In primo luogo sembra che i firmatari valutino più le parole dei fatti: si dichiarano dalla parte del Campo largo per ciò che dice anche se poi, dove governa, fa il contrario. Eppure anche le parole lasciano a desiderare. Nella lettera si sostiene che i leader nazionali del campo largo, tanto illuminati e devoti alla transizione, devono rimettere sulla “strada corretta” i dirigenti locali fuori linea. Ma proprio nei giorni scorsi Conte ha chiesto di tornare a comprare il gas da Putin e ha affermato che la Sardegna “è un modello virtuoso per le rinnovabili”. L’opposto di ciò che sostengono i 75 attivisti e studiosi.
Il mondo ambientalista ed ecologista, anziché chiedere una “riflessione sincera” ai partiti di centrosinistra sulla coerenza tra centro e periferia, dovrebbe forse interrogare se stesso. Farebbe meglio a chiedersi se questa appartenenza politica fideistica faccia bene alla causa. Anche perché, all’atto pratico, l’odiata Meloni ha fatto molto di più per il clima, anche se magari con meno enfasi retorica: da quando è a Palazzo Chigi, il fotovoltaico è cresciuto dell’83 per cento e l’eolico del 19 per cento; ad aprile le rinnovabili hanno raggiunto quota 60 per cento sulla produzione domestica. Non solo: Meloni ha tagliato circa 3 miliardi di Sussidi ambientalmente dannosi (Sad) equiparando le accise su gasolio e benzina, mentre il Campo largo faceva di tutto per impedirlo contraddicendo il programma su cui ha ottenuto i voti dagli ambientalisti. E quanto al gas, la sua rilevanza dipende da scelte politiche antiche, condivise tanto dalla destra oggi al potere quanto dalla sinistra che c’era fino a ieri, e dipende anche dal rifiuto del nucleare (che il governo vuole reintrodurre e che il centrosinistra avversa).
I firmatari dovrebbero allora chiedersi se la rivendicata adesione “a prescindere” a una parte politica non finisca per ridurre il potere d’influenza dell’ecologismo: così alla destra non conviene spingere sull’agenda green perché nessuno sforzo viene riconosciuto, mentre alla sinistra conviene rincorrere i voti marginali Nimby dato che il supporto del mondo ambientalista è scontato. Il rischio più grande, che ormai è una convinzione radicata in una larga fetta della società, non è che la sinistra venga vista come lo strumento per realizzare la transizione energetica una volta arrivata al potere, ma che la crisi climatica sia percepita solo come uno strumento della sinistra per arrivare al potere.
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