Il calvario giudiziario di Cortese spinge i poliziotti a chiedere al governo maggiori tutele
Per la prima volta, oggi alla parata della festa della Repubblica la Polizia di Stato sfilerà con un settore interamente rappresentativo della propria categoria, e non invece insieme ad altre rappresentanze, come Polizia penitenziaria, Vigili del fuoco e Polizia locale. Una svolta che, come ha evidenziato in una nota il capo della Polizia, Vittorio Pisani, “valorizza il quotidiano impegno delle donne e degli uomini della Polizia di stato per assicurare lo svolgimento della vita democratica del paese e la sicurezza dei cittadini”. Tutto ciò, però, contrasta con le preoccupazioni che la Polizia sta vivendo al suo interno dopo la sentenza d’appello bis del caso Shalabayeva, che ha condannato cinque alti funzionari della Polizia, tra cui Renato Cortese (quattro anni di reclusione e interdizione dai pubblici uffici), una delle figure più autorevoli dell’intera storia della Polizia di Stato. Fu Cortese, da capo della sezione “Catturandi” della Squadra mobile di Palermo, a guidare le operazioni che portarono all’arresto di Giovanni Brusca, boia della strage di Capaci, e poi di Bernardo Provenzano, boss di Cosa nostra, così come di altri numerosi mafiosi legati alla ‘ndrangheta e alla camorra. Da tredici anni, però, Cortese si ritrova a vivere un incubo giudiziario.
La vicenda è incentrata sulle presunte irregolarità legate al rimpatrio di Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, espulsa verso il Kazakhstan nel 2013. All’epoca Cortese era capo della Squadra mobile di Roma e coordinò l’operazione che portò all’espulsione di Shalabayeva. I pm sono arrivati ad accusare Cortese e altri quattro imputati addirittura di aver compiuto un sequestro di persona, un “rapimento di Stato”.
Nel 2020 il tribunale di Perugia condanna Cortese a cinque anni di reclusione (il doppio di quanto chiesto dall’accusa) e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, insieme ad altri quattro funzionari. Nel 2022 arriva l’assoluzione in appello. L’anno seguente, però, la Cassazione annulla tutte le assoluzioni e dispone un appello-bis a Firenze, che si conclude nel novembre 2025 con una nuova condanna: quattro anni di reclusione, con interdizione ridotta a cinque anni. Una sentenza sorprendente, anche perché la procura generale aveva chiesto l’assoluzione. “Credo che tutta la mia vita e tutta la mia carriera forse avrebbero meritato un minimo di rispetto”, si è limitato a dire Cortese nelle dichiarazioni spontanee prima della sentenza. Ora si attende un nuovo giudizio della Cassazione.
Nel frattempo la carriera di Cortese è stata stravolta. Nel 2020 il superpoliziotto è stato sollevato dall’incarico di questore di Palermo in seguito alla condanna di primo grado. Poi la situazione si è ricomposta (oggi Cortese, promosso a prefetto, è Direttore centrale per le specialità della Polizia), ma si è lontani da quella che sembrava una carriera destinata a portare Cortese addirittura alla guida della Polizia.
Proprio alla luce della vicenda Shalabayeva, ancora senza epilogo, nei giorni scorsi l’Associazione nazionale funzionari di Polizia (Anfp) ha inviato una lettera ai ministri dell’Interno e della Giustizia, Matteo Piantedosi e Carlo Nordio, per chiedere maggiori tutele, evidenziando il disagio vissuto dagli operatori di polizia nell’espletamento del proprio dovere. “Se un operatore dello Stato che agisce facendo affidamento su strumenti ufficiali, all’interno di procedure formalmente legittime e sottoposte al vaglio delle competenti autorità, può vedersi opporre, a distanza di oltre un decennio, una lettura radicalmente diversa delle medesime condotte, il rischio che si determina è devastante: la paralisi decisionale”, si legge nella missiva.
“Si introduce un principio pericolosissimo – prosegue la lettera del segretario di Anfp, Enzo Marco Letizia –. Non basta più agire secondo legge, non basta più attenersi a procedure ufficiali, non basta più interfacciarsi con le autorità competenti; si pretende, retrospettivamente, che l’operatore intuisca scenari geopolitici, dubiti di canali istituzionali formalmente validi, anticipi interpretazioni successive e si assuma responsabilità che eccedono il perimetro delle sue attribuzioni”.
I funzionari di Polizia non chiedono privilegi né impunità, ma regole certe e chiare. Festeggiare la Repubblica significa anche tutelare i servitori dello Stato.
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