I primi 250 anni degli Stati Uniti e la promessa ancora irrisolta del 1776

04 Luglio 2026 - 05:57
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I primi 250 anni degli Stati Uniti e la promessa ancora irrisolta del 1776

Il 4 luglio non è avvenuto davvero il 4 luglio. La rottura politica che cambia la storia delle tredici colonie britanniche viene votata il 2 luglio 1776, quando il Congresso continentale dichiara le colonie Stati liberi e indipendenti. John Adams, delegato del Massachusetts e futuro secondo presidente degli Stati Uniti, era convinto che quella sarebbe diventata la grande data americana. A imporsi fu il 4 luglio, il giorno in cui il testo finale della Dichiarazione d’Indipendenza venne approvato, stampato e letto nelle piazze come atto di nascita degli Stati Uniti.

Nel quinto e ultimo episodio di “Scenari 2026”, il podcast di Linkiesta per Intesa Sanpaolo On Air, Andrea Fioravanti parte da questa discrepanza per raccontare i primi duecentocinquant’anni dell’esperimento politico più influente della modernità. La Dichiarazione fonda la legittimità del nuovo Paese sull’idea che la libertà appartenga agli uomini come diritto naturale, ma proclama l’uguaglianza senza colpire frontalmente la schiavitù.

Duecentocinquant’anni dopo, quella promessa resta il centro irrisolto della storia americana. Il 4 luglio è insieme rito nazionale e festa domestica. Nelle piccole città la giornata comincia spesso con parate in cui la comunità mette in scena sé stessa. Nel pomeriggio la festa si sposta nei cortili, nei parchi, sulle spiagge e lungo i laghi, dove la grigliata trasforma il patriottismo in abitudine familiare. La sera torna nello spazio pubblico con i fuochi d’artificio, che da Manhattan al National Mall, dal Charles River al Mississippi traducono l’indipendenza in spettacolo collettivo.

Ma cosa significa celebrare l’indipendenza in un Paese che non ha mai smesso di disputare il senso della propria libertà? Frederick Douglass si chiese nel 1852, che cosa fosse il 4 luglio per uno schiavo. Da allora quella frattura attraversa anche la cultura popolare. “Hamilton” ha sottratto i Padri fondatori ai ritratti polverosi e li ha trasformati in una storia di immigrazione, scrittura, ambizione e riscatto, affidando la Rivoluzione americana a un cast multietnico e all’energia dell’hip hop. “Independence Day” ha fatto il movimento opposto, dilatando la festa in mito planetario e assegnando all’America il compito di guidare l’umanità contro un nemico assoluto. “Nato il quattro luglio” ha riportato quella retorica dentro il corpo ferito di Ron Kovic, veterano del Vietnam diventato simbolo della disillusione patriottica.

Gli Stati Uniti arrivano così al Semiquincentennial con un racconto ancora potentissimo, ma meno condiviso. L’anniversario cade in un Paese polarizzato, diffidente verso le istituzioni e diviso sul significato stesso di patriottismo. Per una parte dell’America, la nazione va restaurata dopo il tradimento delle élite, l’erosione della sovranità e la perdita di controllo prodotta dalla globalizzazione. Per un’altra, il Paese deve finalmente guardare senza indulgenza il costo storico delle proprie disuguaglianze, del razzismo strutturale, delle guerre e della promessa democratica rimasta incompiuta.

Il 4 luglio continua a funzionare perché è abbastanza largo da contenere letture incompatibili. C’è chi vi riconosce la bandiera, l’esercito e la sovranità; chi vi trova una grammatica familiare di comunità e appartenenza locale; chi lo vive come il promemoria di una libertà ancora distribuita in modo diseguale. Gli Stati Uniti usano spesso i propri simboli così: li celebrano e li processano, li trasformano in mito e poi li riportano nel fango della storia. Parafrasando Walt Whitman, l’America non si contraddice: è ampia, contiene moltitudini.

Puoi ascoltare l’episodio completo di Scenari 2026, il podcast di Linkiesta per Intesa Sanpaolo On Air, su Spotify: 

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