Il carcere a Moretti per Viareggio mostra una deriva della cultura dello scalpo
La condanna definitiva di Mauro Moretti per la strage di Viareggio è un fatto giudiziario che non si può eludere. Dopo diciassette anni, la Cassazione ha confermato le condanne per undici imputati. L’ex amministratore delegato di Fs e Rfi è stato condannato a cinque anni. I reati contestati sono “disastro ferroviario colposo, incendio e lesioni colpose”. La tragedia resta quella del 29 giugno 2009: un carro cisterna deragliato, il gpl fuoriuscito, un quartiere devastato, trentadue morti, tre bambini, vite spezzate e corpi segnati per sempre. Questo è il punto di partenza. Poi c’è il punto di diritto. Ed è qui che il caso Moretti diventa qualcosa di più di una vicenda processuale. Diventa un test sul modo in cui l’Italia giudica le grandi organizzazioni. Assonime lo aveva scritto con chiarezza nel lavoro dedicato a Viareggio: il tema non è stabilire se un capo possa essere chiamato a rispondere. Certo che può. Il tema è stabilire quando, per quali atti, con quali prove, con quale nesso tra decisione, potere e evento. Nel dossier ripreso dal Foglio nel 2023 da Stefano Cingolani, la traiettoria processuale viene descritta come un passaggio problematico dalla responsabilità specifica alla responsabilità di posizione. In primo grado, il tribunale di Lucca aveva escluso la responsabilità di Moretti, riconoscendo che chi guida una holding esercita poteri di indirizzo e coordinamento diversi da chi gestisce direttamente le controllate. In appello, la decisione cambia: Moretti viene considerato amministratore di fatto “a tutti i livelli”.
In Cassazione, la soluzione diventa più sottile: non solo omissione, ma “condotta commissiva”, cioè l’idea che dal vertice fosse discesa una scelta aziendale capace di produrre l’inosservanza della regola cautelare. Il problema è tutto qui. Se si dimostra che il vertice ha imposto, anche indirettamente, una politica di risparmio incompatibile con la sicurezza, la responsabilità può salire. Se invece si presume che il vertice debba comunque rispondere perché il vertice “non poteva non sapere”, si cambia piano. Si passa dalla responsabilità penale alla responsabilità simbolica. Assonime parla, nel passaggio più forte del case study, di “astrazione di responsabilità” e di “risalita verso l’alto”. Non è una formula difensiva. E' una questione di architettura del diritto societario. Le imprese complesse non sono più organizzate come il vecchio padrone delle ferriere. Hanno deleghe, controlli, funzioni tecniche, compliance, modelli 231, organismi di vigilanza, linee operative, società controllate, centri autonomi di responsabilità. Questo non serve a schermare il capo. Serve, al contrario, a capire chi doveva fare che cosa. Il lavoro di Assonime insiste su questo punto: negli ultimi vent’anni diritto societario e organizzazione dell’impresa hanno costruito strumenti per individuare con più precisione i livelli di responsabilità. Il “sistema 231” nasce per evitare sia l’impunità dell’ente sia la scorciatoia del capro espiatorio. Se funziona, consente di ricostruire flussi decisionali, procedure, omissioni, controlli mancati. Se viene aggirato da una presunzione generale di colpa del vertice, smette di essere uno strumento di precisione e diventa un fondale.
Il passaggio più importante citato da Assonime è quello che riguarda gli apicali: “Non è ipotizzabile un controllo preventivo” su ogni atto dell’organizzazione. Non significa che gli amministratori siano irresponsabili. Significa che la responsabilità va ancorata a poteri effettivi, decisioni conoscibili, segnali ignorati, procedure violate, direttive impartite. Il capo risponde se ha governato male il rischio. Non risponde automaticamente perché qualcosa, dentro un sistema enorme, è finito male. La sentenza definitiva chiude il processo. Ma non chiude la domanda posta dal caso Viareggio: come si accerta la colpa in una grande organizzazione? “L’ing. Moretti – ci dice Stefano Firpo, direttore di Assonime – entra in carcere da non colpevole. I responsabili della grave strage di Viareggio, causata dalla rottura di un assile di un carro merci, sono stati condannati da tempo. La responsabilità di Moretti è frutto di un’alchimia giuridica che ha voluto condurre al ‘pesce grosso’, creando una ferita all’ordinamento giuridico e all’uomo. Questa non è giustizia per nessuno, neppure per le vittime. E’ barbara ricerca di un capro espiatorio. Ancora una volta occorre chiedere all’Europa e alla Corte europea suo diritti dell’uomo di rimediare al danno”.
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