Il caro carburanti colpisce chi non può ridurre gli spostamenti

Per alcune famiglie l’automobile è l’unico mezzo per raggiungere il lavoro, accompagnare i figli a scuola o spostarsi per un altro impegno qualsiasi della vita quotidiana. Le stazioni dei treni possono essere lontane e gli orari degli autobus non sempre coincidono con le necessità dei cittadini. Allora per molti rinunciare alla macchina non è un’opzione concreta. È il cosiddetto «possesso forzato dell’auto»: una condizione in cui anche chi ha poche risorse economiche deve sostenere i costi di un veicolo privato perché non ha alternative praticabili.
Il rincaro dei carburanti rende l’equazione ancora più complessa. Il 14 ottobre 2026, secondo i dati dell’Osservatorio del ministero delle Imprese e del Made in Italy, il prezzo medio sulla rete stradale nazionale in modalità self-service era di 2,035 euro al litro per la benzina e 2,252 euro per il gasolio. Eppure il prezzo alla pompa, da solo, dice poco sull’impatto del caro carburanti. Perché un rincaro pesa diversamente a seconda del reddito, delle distanze da percorrere e delle alternative disponibili.
Il legame tra costi della mobilità, reddito e territorio è al centro di una ricerca commissionata da Transport & Environment (T&E) a Tessa, spin-off dell’Università degli Studi della Tuscia, pubblicata il mese scorso. Il rapporto tecnico “Affrontare la povertà dei trasporti in Italia: evidenze, mappatura e opzioni di policy” incrocia dati Istat sulle spese delle famiglie e sulla vita quotidiana con informazioni su redditi, parco automobilistico, emissioni e accesso ai servizi.
La povertà dei trasporti non riguarda soltanto la difficoltà di pagare gli spostamenti. Comprende anche la mancanza di alternative praticabili per raggiungere il lavoro, la scuola e i servizi essenziali. Lo studio sottolinea come nel 2024 quasi 4,9 milioni di famiglie italiane, il 18,46 per cento del totale, destinassero alla mobilità una quota della spesa complessiva superiore al doppio della mediana nazionale. Un indicatore più specifico individua circa 643mila famiglie vulnerabili alla spesa per carburante: nuclei appartenenti al trenta per cento delle famiglie con i redditi più bassi, per i quali la spesa mensile in benzina e gasolio supera il doppio del valore mediano nazionale. Le due stime misurano fenomeni diversi, perché la prima riguarda la sostenibilità economica della mobilità nel suo complesso, la seconda individua le famiglie a basso reddito particolarmente esposte ai costi del carburante.
Sempre nel 2024, le famiglie italiane hanno speso in media 297 euro al mese per i trasporti, pari al 10,78 per cento della spesa complessiva. È una media riferita a tutte le famiglie, non soltanto a quelle in difficoltà, che dà un’idea del peso economico degli spostamenti.
A fare la differenza è anche la possibilità di rinunciare all’auto. Tra il dieci per cento delle famiglie con i redditi più bassi, il numero medio di automobili è di 0,50 nelle città metropolitane e sale a 0,90 nei comuni con meno di cinquantamila abitanti. Il dato suggerisce che, dove i collegamenti sono meno frequenti, anche chi ha poche risorse può essere costretto a sostenere i costi di un’auto privata.
La ricerca dell’Università della Tuscia individua 766 comuni, il 9,7 per cento del totale, in cui raggiungere il lavoro e i servizi essenziali è particolarmente difficile. Sono soprattutto aree montane, insulari e interne (chi vive o frequenta questi luoghi, che coprono una fetta grossa del territorio italiano, sa bene che le alternative all’automobile sono spesso insufficienti).
La vulnerabilità non segue quindi solo il divario tra Nord e Sud, e le linee di faglia sono diverse. Conta anche la differenza tra città e piccoli comuni, ad esempio. La quota di famiglie vulnerabili alla spesa per carburante è del tre per cento nei comuni con meno di cinquantamila abitanti, contro il 2,1 per cento nelle periferie e nei comuni più grandi non metropolitani e l’1,4 per cento nelle città metropolitane. Tra le regioni maggiormente esposte ci sono Calabria, Basilicata, Sicilia e Puglia. Nei piccoli comuni, inoltre, il carburante assorbe il 6,5 per cento della spesa complessiva delle famiglie vulnerabili. Nelle periferie e nei comuni con più di cinquantamila abitanti la quota è del 6,4 per cento, mentre nelle città metropolitane scende al 3,8 per cento.
La ricerca simula anche gli effetti di diversi rincari sui bilanci familiari, sulla base dell’andamento storico dei prezzi. Con un aumento del 26,82 per cento in sei mesi, la spesa media per carburante crescerebbe di 27,43 euro al mese e altre 1,62 milioni di famiglie supererebbero la soglia di vulnerabilità. Con un rincaro del 34,77 per cento in dodici mesi, l’aumento medio sarebbe di 35,57 euro mensili e le famiglie in più oltre la soglia salirebbero a circa 2,07 milioni. Nello scenario estremo, basato sulla differenza tra il picco e il minimo dei prezzi nel periodo storico analizzato, un aumento del 96,1 per cento farebbe crescere la spesa media di 98,30 euro al mese e porterebbe circa 4,9 milioni di famiglie in più oltre la soglia. Certo, sono simulazioni, non previsioni sui prezzi futuri. Ma servono a mostrare come rincari più o meno intensi possano allargare la fascia delle famiglie vulnerabili.
La disuguaglianza emerge anche nell’accesso alla mobilità elettrica. Nei comuni con i redditi medi più bassi si contano 1,47 veicoli elettrici ogni mille abitanti, contro i 7,76 dei comuni più ricchi – oltre cinque volte tanto. La mobilità elettrica può essere una risposta, ma solo in parte, almeno per il momento: l’accesso ai veicoli e alle infrastrutture di ricarica resta diseguale, e chi dispone di meno risorse rischia di rimanere più a lungo esposto alle oscillazioni dei prezzi dei carburanti.
È una delle direzioni indicate dal report, che affianca a questo obiettivo interventi immediati a sostegno delle famiglie più esposte. Nel breve periodo, i ricercatori suggeriscono aiuti economici temporanei e mirati, anziché sussidi generalizzati ai carburanti o tagli indiscriminati delle accise. Nel medio-lungo periodo, propongono di facilitare l’accesso ai veicoli a zero emissioni e di rafforzare le infrastrutture, insieme al trasporto pubblico, alle tariffe agevolate e ai servizi a chiamata nelle aree meno servite.
Il caro carburanti ci ricorda ogni giorno quanto costa fare rifornimento oggi, ma è anche una spia su quanto famiglie e territori avrebbero bisogno di alternative. Ovviamente non si può chiedere a tutti di rinunciare all’automobile: serve fare in modo che muoversi non significhi necessariamente dipendere da benzina e gasolio. Per riuscirci, la transizione elettrica deve diventare accessibile anche a chi oggi è più esposto ai rincari, mentre dove l’auto può essere sostituita servono trasporti pubblici capaci di rispondere alle esigenze quotidiane.
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