Il fango su Mulè: "non indagato" ma massacrato. La fuga di notizie dalla procura di Roma

08 Ottobre 2026 - 10:30
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C’è un nuovo metodo per massacrare la reputazione di qualcuno senza indagarlo: inserirlo nelle carte anche se non c’è nulla di penalmente rilevante su di lui, tirarlo fuori al momento giusto, associarlo a un faccendiere o a un mafioso, e poi aggiungere diligentemente che “è estraneo alle indagini”. Una precisazione che, nella macchina del fango, diventa una foglia di fico. Dallo scorso marzo il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, sta sperimentando sulla propria pelle questo singolare trattamento. Il tempismo è particolare: la demolizione mediatico-giudiziaria di Mulè, basata sul nulla, è cominciata all’indomani del referendum sulla giustizia, epilogo di una campagna elettorale in cui l’esponente di Forza Italia è stato tra i volti più esposti per il Sì e uno dei critici più duri della magistratura.

Il 26 marzo, tre giorni dopo il referendum, il nome di Mulè appare nell’ambito di un’indagine avviata dalla procura di Roma su un presunto sistema di appalti pilotati e fondi neri che coinvolge alcuni uffici del ministero della Difesa, Terna, Rete Ferroviaria Italiana e il Polo strategico nazionale. Mulè, ex sottosegretario alla Difesa, non è indagato e non è stato neanche sentito dalla procura come testimone. Eppure alcuni quotidiani pubblicano la notizia secondo cui uno degli indagati, il faccendiere Antonio Spalletta, “sarebbe intervenuto ‘attraverso il (reale o millantato) intervento di un esponente politico (Mulè, ndr)’ per favorire la promozione di Pier Francesco Coppola a generale dell’Aeronautica”. Nel giro di pochi minuti Mulè si ritrova sputtanato sui siti e sui social pur non essendo indagato, soltanto perché citato da una persona sospettata di millantare.

“Uno schizzo di fango”, commenta Mulè, attaccando la procura di Roma diretta da Lo Voi: “Aver fatto uscire sulla stampa il mio nome che non compare negli atti di perquisizione e sequestro, non essendo ovviamente indagato né in alcun modo coinvolto in questa indagine, rappresenta un atto del quale la procura di Roma, che si è dimostrata incapace di tutelare la reputazione di un cittadino estraneo all’indagine, sarà chiamata a rispondere. Ovviamente è del tutto casuale che ciò sia avvenuto subito dopo la campagna referendaria che mi ha visto fieramente opposto al capo di quella procura protagonista dell’inchiesta”. “Non accetto queste affermazioni”, replica il procuratore Lo Voi, aggiungendo che “la procura non c’entra” con la fuoriuscita di notizie coperte da segreto (anche se non risulta sia stata aperta alcuna indagine interna sulla fuga di notizie).

L’8 aprile si passa a Milano. Il Fatto pubblica un’intercettazione del 2021 nella quale il collaboratore di giustizia Gioacchino Amico sostiene di conoscere Mulè e di aver avuto rapporti con lui all’epoca della sua nomina a sottosegretario alla Difesa. Il contenuto dell’intercettazione è rimasto per cinque anni nei cassetti della procura di Milano perché evidentemente era penalmente irrilevante e non necessitava di alcun approfondimento investigativo. Improvvisamente però, dopo cinque anni, salta fuori, e tanto basta a spingere il Fatto a mettere in connessione il nome di Mulè con un’inchiesta su “mafia e politica”. “Una porcheria”, la definisce il parlamentare azzurro: “E’ il destino di chi finisce nel ‘registro degli infangati’, di coloro che – per carità! – non sono indagati, non sono in alcun modo coinvolti in un’inchiesta ma vengono ugualmente investiti da colate di fango”.

“Dopo l’antipasto di Roma ora è la volta di Milano. Sono rassegnato e preparato al fatto che non mancheranno altre ‘portate’”, conclude Mulè.

E infatti la terza portata è arrivata ieri, quando il Fatto e Domani hanno pubblicato uno “sviluppo” dell’indagine romana (coordinata dagli aggiunti Giuseppe De Falco e Giuseppe Cascini) con al centro ancora Spalletta. Nelle nuove carte dell’inchiesta il nome di Mulè torna a essere associato a presunte cene pagate e raccomandazioni. E ancora una volta arriva la formula: “E’ estraneo alle indagini”. Il parlamentare non è indagato e in verità non è (ancora) mai stato sentito dai pm come testimone.

La nuova frontiera della gogna mediatico-giudiziaria ha dunque colpito ancora. La reputazione di Mulè è stata di nuovo infangata senza che lui sia coinvolto direttamente nell’indagine e sulla base di atti penalmente irrilevanti. Peraltro in un momento politicamente importante, visto che nelle ultime settimane il nome di Mulè è circolato come possibile candidato del centrodestra alla presidenza della regione Sicilia. E nessuno, dal ministro Nordio al Csm, che chieda ai dirigenti della procura di Roma come mai non abbiano vigilato per impedire che questi contenuti irrilevanti finissero negli atti di indagine, per poi diventare pubblici.

Ermes Antonucci

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