Il film su Regeni esce di nuovo, e i produttori (ri)chiedono i fondi pubblici al ministero di Giuli
Roma. Non ha ricevuto i fondi pubblici la prima volta, potrebbe riceverli adesso. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha ricevuto una lettera giovedì. La casa di produzione Ganesh lo ha informato che il film su Giulio Regeni, Tutto il male del mondo, verrà editato. Insomma esce di nuovo, in una versione nuova e più lunga. La pellicola, che cagionò guai e defenestrazioni al Mic, si allunga. E alla storia del ricercatore e dottorando italiano, rapito e ucciso al Cairo, si aggiungeranno altre interviste. Ma solo dopo la sentenza di primo grado che, secondo la missiva, dovrebbe arrivare a breve (probabilmente a luglio).
Sceneggiatori e regista torneranno quindi all’opera. E lo faranno insieme ai produttori che, va da sé, sono già determinati a chiedere i famosi spiccioli. E qui veniamo al punto. La casa di produzione Ganesh chiede, infatti, i contributi. Quelli che erano stati già negati dalla commissione tecnica – autonoma da Giuli – ma che adesso potranno essere recuperati attraverso la linea di finanziamento dedicata ai “progetti speciali”.
Sicché Ganesh, che il documentario ha coprodotto con Fandango, ha oggi l’occasione del riscatto. La cifra? 100 mila euro per la promozione, 65 per la produzione. Con lo stesso ministro che può – anche lui – lavare via l’onta. Ossia la macchia che due mesi e mezzo fa l’aveva indotto, in Parlamento, a dover prendere le distanze. A rinnegare, prima, la scelta della commissione che aveva assegnato un punteggio insufficiente; e a licenziare, poi, il capo della segreteria del ministero Emanuele Merino, al momento disoccupato.
Merlino che fu ritenuto responsabile del disallineamento tra la sensibilità del ministro e l’esito della procedura. L’uomo che tutto sapeva e non l’aveva informato.
Il mancato finanziamento, allora, fu la scossa di un terremoto seconda solo, negli ultimi mesi, al caso-Biennale. Un vero e proprio azzeramento dello staff più vicino a Giuli – con due decreti di revoca e un segnale politico forte all’interno del Collegio romano – che definì la vicenda una “inaccettabile caduta”.
Ora. Che le emanazioni ministeriali non siano sempre in linea con la sensibilità del ministro – talvolta cangiante – sarebbe un tema. Proprio in queste ore, per dire, è in atto uno scontro tra Mic e comitato Pro vita a causa di una giornata organizzata, ieri, su iniziativa dell’Istituto Centrale per la Grafica. E sotto il segno del queer. Il ministro ha dovuto – di nuovo – prendere le distanze. E dire che della festa dell’Istituto, nonché ente ministeriale, nulla sapeva. Ha dovuto dire, soprattutto, che la ritiene “incoerente” con le sue “aspettative”, “sia dal punto di vista scientifico sia dal punto di vista della promozione culturale”. Ma al di là di questo, e al di là del fatto che egli sia “il più progressista tra i conservatori e il più conservatore tra i progressisti” – ma non chiamatelo queer – resta il nodo di un ministero che procede tra furie e ritirate. Iniziative autonome (e indipendenti) e abiure non richieste. Fino all’impressione che proprio il documentario Regeni diventi ora il punto in cui cultura e politica cercano un reciproco lavacro.
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