Il giorno in cui Erri De Luca ha scoperto che Vongola75 non perdona

28 Maggio 2026 - 05:07
0
Il giorno in cui Erri De Luca ha scoperto che Vongola75 non perdona

Tutto quel che c’è da dire sulla questione «Erri De Luca e il genocidio», questione che agita i social del ceto medio complessato da un paio di giorni, l’ha detto Francesco De Gregori parlando di Springsteen, ma a De Gregori ci arriviamo dopo, prima partiamo da Erri De Luca.

Elenco incompleto di autori italiani dei quali non ho mai letto un libro e che se la sono cavata benone senza il mio contributo: Elena Ferrante, Paolo Cognetti, Veronica Raimo, Gianrico Carofiglio, Viola Ardone, Roberto Saviano, Stefania Auci, Andrea Camilleri, Michela Murgia, Erri De Luca.

È un elenco casuale, nel senso che mescola autori che non mi è mai sembrato importante leggere, autori che non mi è capitato di leggere, autori che non leggo perché è come se li avessi letti. È un elenco che faccio per (vanamente) tentare di risparmiarmi i «Lo vedi che adesso Soncini non legge De Luca perché è un’orrida antisemitaaaa»: so bene che il pavlovismo dell’internet non si ferma di fronte al dato di realtà, e questa didascalia è in un paragrafo separato acciocché i cuccioli di Pavlov possano fare il loro bravo screenshot e dire «ah!, lo sapevo che avrebbe attaccato De Luca, quella schifosa».

Se, beati voi, negli ultimi due giorni avete tenuto il telefono spento onde rileggere in pace Proust, e avete preso la discutibile decisione di riaccenderlo solo per leggere me, riassumo i fatti – in mancanza di una parola più precisa per definire ciò che è avvenuto (la parola c’è, ed è «stronzate», ma io ho pur sempre studiato dalle Orsoline).

Erri De Luca dà un’intervista a un giornale israeliano, intervista riassumibile in «ma quale cazzo di genocidio, su, meno slittamenti semantici e più senso della realtà». La dà perché pensa che le sue parole resteranno lì e non ci sarà qualcuno che le traduce? La dà perché sottovaluta il bisogno del pubblico di questo secolo di rappresentarsi ideologicamente a mezzo consumi culturali? Non lo so e neanche m’interessa.

Quel che so è che c’è qualche ora, una mezza giornata illusionista, in cui sembra che Erri De Luca abbia fatto una cosa che appare eroica perché in questo secolo non la fa nessuno, ma proprio nessuno: dire al suo pubblico «io non vi somiglio».

Farò l’esempio più distante che ci sia. La sera in cui ho appreso che Concita De Gregorio avrebbe pubblicato “La cura”, la persona che aveva ricevuto da Einaudi la scheda del libro me l’ha declamata. Conteneva un dettaglio che Concita – la più brava che ci sia a illudere il suo pubblico di somigliargli – mette nel primo capitolo: gli uomini che non trovano le cose.

“La cura” comincia come cominciava la sua scheda editoriale: con la protagonista che, dovendosi andare a far asportare un cancro, pensa a fare la lista delle cose che marito e figli potrebbero mentre lei sarà in ospedale aver bisogno di ritrovare, ma senza di lei – madre, moglie, quindi figura accudente – non sarebbero mica in grado.

Io e la persona che mi declamava questo immedesimabilissimo dettaglio – alle donne piace tantissimo dire che su di loro è il carico mentale dell’organizzazione domestica, perché gli uomini non ci pensano – ci siamo guardate e abbiamo avuto una conversazione di quattro parole: «Duecentomila copie?» «Duecentomila copie».

Quello che non ci siamo dette, che non c’è stato bisogno di dirci perché era una conversazione tra gente che certe cose le sa e non un articolo per chi potrebbe non saperle, è che è assai probabile, direi praticamente certo, che in casa di Concita non sia lei a sapere dove sono le cose, perché l’accudimento non è una questione di sessi: è una questione di tempo, di carriera, di successo. Se hai più cose da fare, se guadagni di più, se ci sei meno, non sarà tuo il compito di sapere su che soppalco sia l’impastatrice.

Ma questa distinzione è troppo raffinata per il pubblico delle lettrici che ti compreranno a vagonate: se tu scrivessi che non hai la più pallida idea di dove siano le cose, e che in casa tua la massaia è tuo marito o uno dei tuoi figli, beh, probabilmente le tue copie non arriverebbero a ventimila. Non si fanno i bestseller dicendo alle tue lettrici «io non vi somiglio, sfigate».

Ecco, quel che De Luca ha fatto è stato dire alle sue compratrici (i libri in Italia si vendono solo alle donne, e forse bisognerebbe occuparsi meno di stronzate e più di questo dato di realtà, ma chi sono io per dettare i termini del dibattito culturale e dirvi di non andar dietro alle distrazioni), è stato, dicevo, dir loro: «Io non vi somiglio, sfigate».

Solo che gliel’ha detto distrattamente, gliel’ha detto per sbaglio, gliel’ha detto senza rendersi conto del mondo in cui vive e dell’eco di ogni minima dichiarazione sui temi da cui i social sono ossessionati; gliel’ha detto nel mondo in cui persino Jonathan Franzen dice che non riesce più a guardare i quadri di Caravaggio da quando ha scoperto che era un assassino, figuriamoci se Vongola75 può sopportare la non adesione etica dell’autore che lei era solita leggere all’ideologia che lei è solita instagrammare.

Potremmo psicanalizzarlo e dire che l’ha detto per autoboicottaggio, per espiare, perché nel sottoscala della sua ragione ci sono gli anni di Lotta Continua e le colpe collettive e il fatto che altri sono andati in galera e lui no, e smettere di vendere è, come forma di espiazione, un buon sostituto della galera.

Ma sono speculazioni inutili, perché l’interessante dato di realtà è che Erri De Luca, appena viste le reazioni isteriche di quelle che promettono di bruciare i suoi libri, non ha avuto la tenuta di J.K. Rowling, che in questi casi è solita rispondere che tanto lei la royalty l’ha già incassata, sai quanto gliene fotte se la copia dopo averla comprata la bruci.

De Luca ha visto il suo prossimo libro (in uscita a settembre: i bestselleristi hanno sempre un libro in uscita) non andare in classifica. Ha visto l’abisso, e si è spaventato.

Quindi ha fatto la cosa che non bisogna fare mai: un post di precisazioni. L’altro giorno Robbie Williams ha scritto su Instagram che lui è il contrario della regina Elisabetta, che diceva che non bisogna mai lamentarsi e mai dare spiegazioni: lui passa il tempo a lamentarsi e a dare spiegazioni. Erri pure, ma senza averci dato una “Strong” o una “Come Undone” da squarciagolare (il pubblico di Erri De Luca, dovendo citare una canzone di Robbie Williams, sceglierebbe ovviamente “Angels”).

Il risultato è che la curva pro-isr, che avrebbe potuto in parte compensare le vendite boicottate dalla rivolta della curva pro-pal, lo ha abbandonato considerandolo un vile, e la curva pro-pal è comunque indignata dal suo avere messo in dubbio quella coperta di Linus che è il lemma “genocidio”. Ha scontentato tutti, il che me lo rende simpatico e mi fa venir voglia di comprare qualche suo libro, essendo quello di dire al pubblico «Guarda che non sono io, quello che mi somiglia» il massimo eroismo oggi praticabile.

Mica vi sarete già dimenticati di Francesco De Gregori. Non ero alla conferenza stampa in cui presentava il passaggio televisivo di “Nevergreen”, il documentario sui concerti del 2024 in cui non suonava “Rimmel” (ogni giorno pubblicava la scaletta, ogni giorno io andavo sul suo Instagram e pensavo alternativamente «Meno male che non ho preso il biglietto: non ha fatto “Mannaggia alla musica”, oppure «Cosa vivo a fare, che non ero lì e ha fatto “Mannaggia alla musica”»).

Però ho letto i resoconti, e a quanto ho capito ha riso in faccia a chi gli ha chiesto di Springsteen e Trump dicendo che chi se ne fotte delle idee politiche di un cantante (somiglio alle lettrici di Erri De Luca e Concita De Gregorio: anch’io voglio poster che la pensino come me, e mi dà molta soddisfazione che il cantante che ascoltavo ossessivamente a vent’anni abbia, trent’anni dopo, la mia stessa insofferenza per Bruce Springsteen trasformato nel Nanni Moretti dei girotondi).

Avrebbe, leggo, aggiunto che Bob Dylan dichiarazioni politiche non ne fa mai, e detto quindi le uniche quattro parole che mi sembra sensato dire quando un cantante o un attore o un romanziere fanno o non fanno dichiarazioni politiche, le quattro parole che se non fossi logorroica avrebbero costituito l’intero corpo di questo articolo, le quattro parole che d’ora in poi risponderò in tutti i dibattiti di questo tipo, e mi rendo disponibile a pagarne ogni volta la royalty a Francesco De Gregori: «Saranno cazzi di Dylan».

L'articolo Il giorno in cui Erri De Luca ha scoperto che Vongola75 non perdona proviene da Linkiesta.it.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Wow Wow 0
Triste Triste 0
Furioso Furioso 0
Redazione

Redazione Eventi e News

Commenti (0)

User