Il mistero del professor Culianu affonda nel passato del suo maestro Eliade
E’un giorno di maggio del 1991. Un professore dell’Università di Chicago va in bagno. Si siede sulla tazza. Poco dopo qualcuno sale in piedi sul gabinetto accanto, si sporge oltre il divisorio e gli spara con un silenziatore. Il professore, Ioan Culianu, muore sul colpo. Del killer nessuna traccia. Poi dicono che la vita accademica è noiosa. I colleghi commentano che Culianu da un po’ di tempo era nervoso. Aveva ricevuto delle minacce. Qualche giorno prima dell’omicidio aveva dato a un collega, ebreo, dei documenti dicendogli di tenerli al sicuro. Erano delle traduzioni di articoli di quello che era stato il suo maestro, uno dei più importanti studiosi di religioni di sempre: Mircea Eliade. A lungo ci si è interrogati sulle ragioni dell’omicidio di Culianu: la vendetta di uno studente? I servizi segreti rumeni che lo zittivano per alcuni suoi editoriali contro la Securitate? Una prova di forza di ex estremisti di destra rumeni fuggiti in America? Ci sono varie piste, e quasi tutte portano al suo maestro, Eliade. Forse i documenti messi al sicuro da Culianu potevano finalmente dimostrare che Eliade era stato un simpatizzante nazista, un antisemita, un membro della crudele Legione o Guardia di ferro, movimento responsabile per il saccheggio di sinagoghe e per aver appeso a ganci da macelleria tredici ebrei con sopra il cartello “carne kosher”?
I documenti erano traduzioni di articoli scritti negli anni Trenta dal celebre storico, ricche di celebrazioni del “rumenismo”. Culianu prima di morire li dà al collega, il quale poi li dà all’autore di Omicidio all’università appena uscito per il Mulino, lo storico Bruce Lincoln, anche lui allievo di Eliade, che però “per sbaglio” li butta via. Ma Lincoln, avvicinandosi all’anzianità, ripensa a quegli scritti, se li ricorda, ritrova le fonti originarie, studia il rumeno e li traduce. E in questo libro con fatica, così come aveva dovuto fare Culianu, cerca di trovare un equilibrio tra il rispetto per il maestro e le sue simpatie giovanili, il suo attaccamento a figure dichiaratamente antisemite, che poi più avanti proverà a nascondere e negare – “non l’ho scritto io quell’articolo”, dirà Eliade di un pezzo che glorificava la Guardia di ferro. E già quando Eliade era in vita vari studiosi, come Furio Jesi, e alcuni comunisti italiani, avevano provato a far emergere il passato imbarazzante dell’autore de Il sacro e il profano. Anche Lincoln, come aveva fatto Culianu, prova a dimostrare che in fondo a Eliade della politica interessava poco, essendo più legato a un’idea rivoluzionaria messianica e mistica, per quanto esistano “testi inquietanti”. “Per anni ho continuato a ignorare questi documenti”, scrive Lincoln, e in un momento di disattenzione li ho persi. Ciò che ho fatto da allora e ciò che presento qui sono un tentativo di espiare le mie colpe”. Tanti piani freudiani in questo libro, di rapporto mentore-allievo, di vedove devote, di misticismi e una vera dark academia.
Ma forse il punto risolutivo di tutto questo grande dilemma sulle simpatie politiche dei pensatori amati, arriva nel 1949 con lucidità da Cesare Pavese, iscritto al Pci, che voleva pubblicare Eliade nella sua collana curata insieme a Ernesto De Martino. Quando uno storico del cristianesimo, anche lui del partito, fa pressione sull’editore accusando Eliade di essere un “controrivoluzionario” e un “nemico della democrazia popolare”, Pavese risponde così: “Non c’è passato per la mente di esaminare la fedina penale dell’Autore. In quanto non si tratta di opere di politica o di pubblicistica. Qualunque cosa faccia l’Eliade, come fuoriuscito, non può ledere al valore scientifico della sua opera”. E gli articoli sulla Legione esistevano davvero, non erano frasi rubate, forse dette su un furgone nel tour Strega.
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