Il neowestern Rebuilding che ci invita a non arrenderci
Josh O'Connor e Lily LaTorre in una scena del film Rebuilding«Puoi essere un cowboy anche senza le mucche?» Chiede la piccola Callie-Rose a suo papà Dusty, dopo che un incendio ha polverizzato il suo ranch e lo ha costretto a vendere gli animali restanti. La domanda della bambina risuona nel cowboy, separato serenamente dall’ex moglie Ruby, come un invito a ripensare il suo ruolo che quella terra gli ha dato e che, all’improvviso, gli ha tolto tutto.
Il western oggi, dopo la chiusura del cerchio de Gli spietati (1992), si è contaminato nei generi e ha ripensato i suoi protagonisti. Per questo si può dire che Rebuilding – Come l’acqua per il fuoco sia un film western per la sua ambientazione, ma anche molto di più per ciò che racconta. Ed è bellissimo.
La trama
La seconda opera di Max Walker-Silverman ha uno sguardo che oscilla tra il duro realismo di Cormac McCarthy e la dolcezza di Into the wild. Un film indipendente che fa della sua piccola scala il punto di forza. Se in Nomadland di Chloé Zhao il senso della strada era la libertà che offriva. In Rebuilding la ricostruzione è un bisogno vitale. Per il cowboy che ha perso tutto, questa è la porta per una vita nuova. Riprogettare la propria esistenza innesca in lui una rinascita come uomo e come padre. Un sopravvissuto, agli occhi della figlia, che può rinascere più forte come le piante che resistono agli incendi.

C’è tutto nel corpo dell’attore Josh O’Connor. Un cowboy atipico: fragile, introverso, negli occhi un filo di disperazione che non sconfina nella depressione. Il paesaggio mozzafiato del Colorado sembra mangiarselo. Ma Dusty non è da solo, l’Ente federale per la gestione delle emergenze ha dato agli sfollati un piccolo spazio e delle abitazioni mobili. La piccola comunità si raduna spesso intorno alla biblioteca locale per attaccarsi all’unico segnale wi-fi disponibile, un nuovo luogo di aggregazione. Poi le vite si intrecciano, le competenze si mettono a disposizione, l’umano vince.
Come proiettare il bene
Quanta vita in questo film! I primi minuti sembrano promettere un’immersione nel dolore. Invece la regia usa la distruzione per fare emergere il bene. La comunità sa che il cambiamento climatico renderà più frequenti gli incendi che potrebbero togliergli nuovamente tutto. Però prendono spunto dalla natura. Sopravvissuti, si stringono l’uno con l’altro e, bellissimi come un germoglio verde nella notte, si ricostruiscono.
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