Carenza di infermieri, Degani: «Ripensare ruoli e assistenza per affrontare la sfida della cronicità»
Foto di Luis Melendez su Unsplash
Basta avere la sventura di un ricovero ospedaliero in famiglia per toccare con mano la carenza di infermieri negli ospedali italiani. L’emergenza preoccupa il Consiglio regionale della Lombardia, che ha recentemente indetto una seduta straordinaria per riflettere, tra l’altro, sulla poca attrattività della professione dell’infermiere. Una disaffezione che si riflette nei posti vuoti vacanti nelle università lombarde (l’autunno scorso, su 2.088 posti disponibili, si sono candidati 1420 studenti) e nella fuga dei professionisti verso la Svizzera e gli altri Paesi europei, dove gli stipendi sono più alti.
Il calo della natalità e delle risorse
Ne abbiamo parlato con Luca Degani, presidente di Uneba Lombardia, l’ente che raggruppa oltre 550 realtà tra fondazioni, associazioni, congregazioni religiose e cooperative che operano in ambito socio-sanitario sul territorio lombardo a favore di anziani, disabili e altre fragilità. Secondo Degani, quella della penuria di infermieri non è un’emergenza improvvisa, ma il risultato di trasformazioni profonde che intrecciano demografia, sistema fiscale e organizzazione del welfare. «Non è solo una questione numerica, anche se in effetti siamo l’unico grande Paese europeo dove il numero di medici è significativamente superiore a quello degli infermieri – fa notare -. A pesare è soprattutto la trasformazione demografica del Paese, con una quota crescente di popolazione over 65 e una de-natalità che riduce progressivamente la disponibilità di giovani in ingresso nella formazione sanitaria. Una tendenza che negli anni è destinata ad aumentare».

In un Paese la cui fiscalità è basata soprattutto sulla tassazione dei redditi e dei consumi, e non dei patrimoni, avere il 30% della popolazione over 65 – che quindi non produce reddito e ha consumi ridotti – è un problema: «La base contributiva si va continuamente restringendo. Dire che bisogna aumentare la spesa sanitaria senza interrogarsi sulle risorse disponibili rischia di essere solo uno slogan».
Per questo, secondo Degani, la risposta non può essere semplicemente l’aumento della spesa pubblica, ma una riallocazione più efficiente delle risorse. E a chiederlo non è solo il modello fiscale insostenibile: è la stessa crescita dei bisogni legati alla cronicità a imporre un ripensamento radicale dell’uso delle risorse, delle professioni e dei modelli di presa in carico: «Oggi si ipotizzano fabbisogni infermieristici molto superiori a quelli disponibili, ma non esistono i numeri per attivarli davvero – spiega Degani -. Inoltre, nelle Rsa o nei servizi per disabili si chiede agli infermieri un impiego che spesso non valorizza pienamente la loro formazione universitaria. Forse alcune attività oggi in capo agli infermieri potrebbero essere svolte da altre figure meno specializzate, ma con una formazione specifica sui bisogni della cronicità».
Una transizione incompiuta
Tra queste, la figura “intermedia” dell’assistente infermiere, «che potrebbe svolgere molte attività legate ai pazienti cronici, come il controllo dei parametri vitali e l’adesione del paziente alla terapia quotidiana, liberando gli infermieri per ruoli più specialistici e di coordinamento». Una figura professionale, insieme a quella dell’infermiere di famiglia, che dovrebbe andare a realizzare la transizione dall’ospedale al territorio iniziata con la costruzione delle Case di comunità e per ora decisamente incompiuta. «Passare dall’ospedale al territorio – prosegue Degani – significa anche rendersi conto che a domicilio non serve solo personale sanitario: serve adattare gli ambienti, ridurre i rischi, leggere i bisogni della persona nel suo contesto di vita. Serve impiegare anche tecnologia, domotica e monitoraggio da remoto per intervenire solo quando serve».
Valorizzare competenze già esistenti
Alla carenza di infermieri si somma poi un fenomeno di concorrenza tra sistemi sanitari. «Siamo i primi a lamentarci quando i nostri infermieri e medici, formati a spese dello Stato italiano, vengono attratti da stipendi più alti in Svizzera, Francia o Svezia», osserva Degani. Per questo guarda con perplessità alle campagne di reclutamento nei Paesi del Sud del mondo: «Dovremmo chiederci se sia etico andare a prendere personale sanitario già formato in India, in Sud America o in Africa, sottraendo a quei Paesi una risorsa preziosa».
La risposta, secondo il presidente di Uneba Lombardia, va cercata piuttosto tra le persone già presenti in Italia: «Molti immigrati incontrano ostacoli burocratici significativi per accedere ai corsi da operatore socio-sanitario. È necessario il riconoscimento del diploma di scuola superiore conseguito all’estero, una procedura spesso lunga e complessa. Consentendo di partire dal titolo equivalente alla terza media potremmo aprire una strada per valorizzare persone che già vivono e lavorano nel nostro Paese, offrendo loro una qualifica professionale, una retribuzione dignitosa e un ruolo sociale riconosciuto nella cura delle fragilità».
Un percorso che potrebbe essere interessante anche per i numerosi neet, cioè i 18-30enni che non studiano, né lavorano. Ma pochi tra i giovani considerano attrattive le professioni di cura. È una questione soprattutto culturale e lo si vede anche da cose piccole e apparentemente insignificanti: «Oggi vediamo tante fiction che esaltano il ruolo dei medici, ma pochi prodotti raccontano le professioni infermieristiche. Servirebbe una narrazione diversa, una cultura della cura più diffusa», conclude Degani.
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