Il popolo europeista ha bisogno di qualcuno che lo rappresenti

08 Luglio 2026 - 04:53
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Il popolo europeista ha bisogno di qualcuno che lo rappresenti

I risultati dell’Eurobarometro pubblicato mercoledì dal Parlamento europeo hanno sorpreso quasi tutti. In un anno segnato da guerre e dazi, la fiducia nell’Unione non è arretrata: è cresciuta. E in Italia più che altrove: oltre otto cittadini su dieci considerano l’Europa un’ancora di stabilità, e la maggioranza le riconosce il merito di garantire pace e sicurezza. Numeri che stridono con l’immagine di un Paese stanco dell’Europa, e che dicono qualcosa di preciso su chi siamo e su chi ci governa.

Perché accanto alla fiducia convivono due Italie. Il sessantotto per cento dice che il Paese ha tratto beneficio dall’adesione, in aumento; il quarantaquattro per cento mette l’indipendenza energetica al primo posto tra le priorità dell’Unione, prima ancora della difesa; e quando indicano cosa il Parlamento europeo dovrebbe mettere in cima all’agenda, gli italiani rispondono in maggioranza il costo della vita (cinquantuno per cento), poi economia e lavoro. Ma l’incertezza qui tocca il cinquantasei per cento, contro il quarantaquattro per cento della media europea; e sul proprio tenore di vita gli italiani sono tra i più pessimisti del continente — insieme a polacchi e ungheresi — con appena il dieci per cento che si aspetta di stare meglio e il sessantotto per cento convinto che non cambierà nulla. Fiducia nell’Europa in alto, fiducia nel proprio domani in basso: è lo spazio esatto in cui è cresciuta, e continua a crescere, la politica della rabbia.

Non è vero che gli italiani siano diventati sovranisti. È vero che nessuno ha dato rappresentanza al loro europeismo, mentre qualcuno ha dato voce alla loro paura.

La maggioranza che ha vinto nel 2022 lo ha fatto parlando di patria, identità e confini: non di salari, non di bollette, non di liste d’attesa. In questi anni il registro identitario ha portato consenso, ma i risultati che contano dentro le case non sono arrivati — lo confessano gli stessi italiani quando dicono di non aspettarsi nulla di meglio. Lo sa Marco, che crede nell’Europa e non sa se arriverà a fine mese. Lo sa Sara, più europea dei suoi genitori e più insicura di loro sul futuro. Lo sa chi, non trovando nessuno che desse un nome alla sua paura di scivolare indietro, ha votato l’unico che almeno gliela nominava.

Non è, questa, una condanna a quella maggioranza: al governo, sull’Europa, ha spesso agito con più pragmatismo di quanto avesse promesso in campagna. Ma è la prova più limpida della tesi: l’identità porta voti, non porta risultati, e l’europeismo degli italiani, dato per morto, era soltanto rimasto senza nessuno che lo mettesse al centro.

Questa fiducia europea, però, è una risorsa che non dura per sempre. Se resta sentimento e non diventa risultato — lavoro che paga, energia che costa meno, servizi che funzionano — evapora, e il vuoto se lo riprende chi la paura sa venderla. È la stessa urgenza che Mario Draghi ha messo nel titolo del suo ultimo libro, «Competere o sparire»: o l’Europa investe le risorse che servono, o scivola verso più dipendenza e meno libertà. Vale per il continente e vale per il consenso: o l’europeismo produce, o non regge.

Ed è qui che le cose si tengono insieme. La fiducia nell’Europa non vive separata dai salari, dalle bollette, dalla sicurezza, dalla sanità: è l’altra faccia della stessa domanda di protezione. Gli italiani chiedono all’Unione indipendenza energetica perché la bolletta è ormai una questione di sicurezza domestica; le chiedono stabilità perché la stabilità è la premessa per programmare una vita. Separare l’europeismo dai risultati materiali significa perderli entrambi: senza risultati la fiducia si spegne, e senza fiducia i risultati non si finanziano, con investimenti e debito comune. Tutto si tiene, o niente regge.

La conseguenza politica è netta. Esiste, nel Paese, una maggioranza culturale europeista e riformista che non trova rappresentanza, e non la troverà finché qualcuno non farà la cosa più semplice e insieme più difficile: nominare la perdita prima di celebrare l’Europa. Dire a Marco e a Sara che la loro paura di scivolare indietro è legittima, e che l’Europa non è una bandiera ma lo strumento con cui quella paura si combatte — energia comune, investimenti comuni, salari che tornano a crescere. Chi saprà tenere insieme le due Italie, quella che si fida dell’Unione e quella che teme il proprio domani, non avrà bisogno di inventarsi il consenso. Dovrà soltanto andarlo a rappresentare.

E rappresentarlo significa offrire un programma, non uno slogan: liberale e riformista, per restituire la libertà dalla paura e dal bisogno e rimettere in moto un ascensore sociale fermo da troppo tempo. Come? Smettendo di trattare welfare, scuola, lavoro, industria, sanità, tecnologia ed Europa come capitoli separati, e riformandoli per quello che sono: un solo sistema.

Gli italiani non hanno smesso di credere nell’Europa: hanno smesso di credere che qualcuno la usi per cambiare loro la vita. Dimostrare il contrario è il compito del riformismo. La fiducia c’è già; mancano i risultati, e chi abbia il coraggio di prometterli sul serio.

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