Una Meloni piccola piccola va al vertice Nato, dove non conta nulla

Un po’ per calcolo un po’ per inerzia, Giorgia Meloni rischia di riportare l’Italia dove aveva promesso di non farla tornare: nel box delle potenze marginali.
Aveva promesso una stagione da protagonista. Ma la presidente del Consiglio che stasera arriva a Ankara è una Giorgia piccola piccola, che a questo vertice Nato ha poco da dire e nulla da fare. Sembrano finiti i tempi della sua grandeur sulla scena internazionale. In una prima fase era stata la cheerleader di Donald Trump, in un secondo momento la presunta pontiera tra l’Europa e gli Stati Uniti, ora, semplicemente, nulla.
Il suo problema attuale è quello di sfuggire dalle grinfie dell’uomo nero della Casa Bianca – un Caligola che sta persino condizionando i Mondiali di calcio – che ormai la stalkerizza in ogni momento, e questo la induce a rintanarsi, a farsi appunto così piccola e fragile. Non sarà certo scontenta che il vertice “vero” durerà solo qualche ora, mercoledì mattina, e poi si torna a casetta si spera senza danni e anzi provando a rivendicare un qualche ruolo nell’oggettivo processo di rafforzamento strategico dell’Alleanza, dovuto principalmente alla tenuta politica dell’Europa a partire da quei Volenterosi che non ha mai amato, ricambiata.
Il progressivo nascondimento di Meloni dalla grande politica internazionale si legge nel disappunto italiano nel garantire un biennio di finanziamenti all’Ucraina, che per fortuna ci sarà, e negli aumenti delle spese per la difesa effettuati a denti stretti e sempre con il sospetto che dietro ci sia qualche escamotage contabile. Ha scritto su Linkiesta Gabriele Carrer: «La cosiddetta Nato 3.0 non coincide con un superamento del ruolo americano, ma con un nuovo equilibrio nel quale gli europei sono chiamati a diventare co-produttori di sicurezza. Questo implica non solo maggiori investimenti, ma anche una maggiore integrazione delle capacità, della pianificazione e della base industriale della Difesa. L’autonomia strategica europea, in questo senso, non rappresenta un’alternativa alla Nato, ma una condizione per renderla più credibile».
In questa “europeizzazione” dell’Alleanza bisogna avere, va da sé, uno spiccato senso europeistico, alla Mario Draghi: che Giorgia certo non possiede. Con questi mal di pancia l’Italia torna a essere l’Italietta che fu, e la premier una Rumor in minore laddove puntava a essere una De Gasperi.
Andrebbe detta la verità. Sull’Ucraina, che è il terreno su cui aveva fatto meglio, Meloni è più tiepida di prima, proprio mentre la Resistenza non solo regge ma si sta dimostrando una inimmaginabile infrastruttura buona per l’Europa che verrà. Il fatto che non vada a Kijiv da due anni e mezzo racconta di questa tiepidezza. Sulla guerra in Iran ancora si attende un suo compiuto giudizio politico dopo il pilatesco «non condivido né condanno» pronunciato quando Trump scatenò il conflitto.
Non si capisce infine come e se intenda riallacciare un rapporto con il re di Mar-a-Lago e se sì a quali condizioni. È molto probabile che questa specie di svogliatezza meloniana sulle questioni internazionali si debba anche e soprattutto al fatto che più si avvicina la campagna elettorale – ma ci siamo già dentro – e meglio è non impegnarsi su armi, guerre, spese militari, accordi e disaccordi con il capoccione americano: non è questa roba che porta voti. Al contrario: la presidente del Consiglio percepisce la concorrenza qualunquista di Roberto Vannacci nonché il filoputinismo di Matteo Salvini, un miscuglio di demagogia che può toglierle qualche consenso, due calamite capaci di attrarre quella parte di opinione pubblica insofferente verso l’impegno occidentale. Meglio fischiettare e stare alla larga dai problemi mondiali. Tanto all’estero non se ne accorge nessuno.
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