Il vero costo dei superfood: l'illusione del cibo “green” a spese altrui

29 Luglio 2026 - 11:20
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Il vero costo dei superfood: l'illusione del cibo “green” a spese altrui

In Europa non mancano le bacche commestibili. Eppure, c’è una bacca amazzonica che negli ultimi anni ha conquistato l’Occidente. È l’açaí, servita in bowl fotogeniche e venduta come sana, naturale e sostenibile. A patto di chiarirci sul concetto di sostenibilità.

In vent’anni, l’açaí è passata da alimento di sussistenza delle comunità fluviali del Pará a superfood globale. Le bacche crescono in cima a palme alte e sottilissime. A raccoglierle — arrampicandosi a piedi nudi, senza alcuna protezione, a decine di metri d’altezza — sono spesso bambini, i cui corpi leggeri sono i soli a non spezzare i tronchi più giovani. I procuratori del lavoro brasiliani parlano di una grave violazione dei diritti umani nascosta dietro il boom: cadute, fratture, morsi di serpente, bambini che lasciano la scuola per la stagione del raccolto, famiglie pagate pochi dollari a cesta. La domanda americana ed europea di benessere in polvere ha trasformato una pratica di sussistenza in una filiera industriale.

Prima dell’açaí brasiliano, c’è stato (e c’è tuttora) l’anacardo.

Non tutti sanno che è uno dei frutti più ostili da lavorare. Tra i due strati del guscio si annida un liquido che fortemente caustico che, a contatto ripetuto con la pelle, provoca ustioni chimiche e dermatiti. Per questo l’anacardo, a differenza di quasi tutta la frutta secca che consumiamo, non può essere venduto nel guscio: va aperto e sgusciato prima.

Quel lavoro è svolto in larghissima parte a mano da donne, spesso senza guanti né protezioni adeguate. Le testimonianze raccolte da organizzazioni e da inchieste giornalistiche parlano di mani perennemente segnate, di vesciche che si rimarginano mentre già ne compaiono altre, di problemi respiratori legati alle polveri. La gran parte degli anacardi mondiali viene lavorata in due soli paesi, India e Vietnam — l’India da sola ne trasforma più della metà.

Sul Vietnam — oggi primo esportatore mondiale — pesa un capitolo ancora più cupo.

Nel 2011 Human Rights Watch documentò, nel report The Rehab Archipelago, l’uso di lavoro forzato nei centri di disintossicazione: persone detenute senza processo, costrette a sgusciare anacardi per ore ogni giorno, a volte per anni, con paghe irrisorie o nulle, punite se non raggiungevano la quota, ustionate dal liquido dei gusci. Da quell’inchiesta nacque l’espressione blood cashews, anacardi di sangue. Non tutta la produzione vietnamita passava per quei centri, ma la sola possibilità che una parte lo facesse dovrebbe bastare a incrinare la serenità con cui apriamo un sacchetto.

E che dire dell’avocado?

Il fabbisogno idrico di questa coltura è così elevato che, quando viene concentrata in estese monocolture intensive, può contribuire ad aggravare gravi crisi idriche. Il caso più studiato è quello della provincia di Petorca, in Cile. Fino agli anni Ottanta i bambini facevano il bagno nei fiumi, le valli erano un mosaico di piccoli campi. Dagli anni Novanta si sono insediate grandi piantagioni di avocado. Oggi Petorca è dichiarata zona di scarsità idrica: i fiumi sono in secca tutto l’anno e una larga parte della popolazione dipende dall’acqua consegnata con le autobotti. La siccità e il cambiamento climatico hanno il loro peso e i produttori lo rivendicano, ma esperti e residenti indicano nell’estrazione intensiva per l’esportazione un fattore che ha aggravato la crisi.

Nel loro complesso, questi esempi disegnano un meccanismo.

L’Occidente ha imparato a desiderare il green e il sano come qualità intrinseche di un prodotto, staccate dalla sua storia. La mano ustionata della sgusciatrice, il fiume in secca di Petorca, la famiglia indonesiana davanti all’olio rincarato non entrano nella percezione del consumatore europeo. Il mercato, da parte sua, ottimizza questa cecità comprimendo il prezzo finale e scaricando i costi dove sono meno evidenti.

Le produzioni etiche — quelle con tracciabilità reale, protezioni per chi lavora, prelievi idrici sostenibili, filiere che non passano per lavoro coatto — costano di più. È giusto che costino di più, perché quel prezzo maggiore è semplicemente il costo che nell’alternativa a buon mercato non scompare. Cambia solo pagatore.

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