Il viaggio del Papa in una Lampedusa che non è più quella di Bergoglio e il suo monito contro i criminali del traffico di migranti

Il viaggio di Papa Leone a Lampedusa ha rappresentato qualcosa di importante e di molto diverso rispetto alla visita che compì il suo predecessore, Francesco. Lo ha sottolineato bene anche Alfredo Mantovano, che lo ha accolto a nome del governo, facendo una differenza che non è sottile. Perché oggi le condizioni sono assai diverse rispetto a quel luglio di tre anni fa e perché l’isola, crocevia di una immigrazione incontrollata, selvaggia, indiscriminata, oggi non è più ostaggio di quel marasma di incroci e di interessi criminali che Prevost, quasi ricalcando l’anatema di Giovanni Paolo II contro la mafia, oggi ha messo all’indice.
Gli sbarchi diminuiti del 500%
Mantovano ha descritto analiticamente la differenza di stato tra le due Lampedusa: “Certamente oggi l’attenzione dell’Europa, che pure il Papa ha richiamato con forza, è maggiore rispetto a quella di tre anni fa. I numeri sono completamente diversi perché al 4 luglio del 2023 sulle coste italiane erano sbarcati circa 66mila migranti oggi sono poco più di 14mila e questo significa anche tanti morti in meno, tanta sofferenza in meno a causa anche del lavoro che si fa nei paesi di origine con il Piano Mattei. E’ incomparabilmente diversa la situazione dell’hospot che oggi è una realtà di accoglienza decorosa e all’epoca era qualcosa di incivile“, ha detto il sottosegretario. Gli sbarchi sono diminuiti quasi del 500%.
E non si tratta di fare propaganda al governo. Ma di rileggere bene ciò che ha detto Prevost, un Papa americano. Il che non è affatto un particolare.
Il monito contro gli scafisti
Papa Leone ha parlato senza sconti dei “criminali” che hanno prodotto morti nel mare. Che hanno approfittato del bisogno per lucrarci. Che hanno, per un decennio abbondante, usufruito indirettamente delle connivenze tra gli Stati africani. O meglio ancora, del lassismo che consentiva agli organizzatori del crimine di mettere su una filiera che produceva milioni di dollari e migliaia di morti. E il Pontefice non ha fatto sconti. Ma gli sconti non li ha fatti nemmeno all’Europa e all’intero sistema occidentale, mettendo in evidenza implicitamente come la questione globale dell’immigrazione non possa essere lasciata solo all’Italia e ai Paesi del Mediterraneo.
L’appello all’Europa
Prevost si è appellato all’Europa, nel segno della sua formazione agostiniana. Riconoscendole quella autorevolezza di radici che oggi ha in gran parte smarrito. E richiamandola a una assunzione di responsabilità che è storica, predatoria, coloniale, tutti elementi che hanno originato la nascita del Piano Mattei. In questo senso la differenza con Papa Francesco, seppure meritorio nella sua missione, è quella di un richiamo alle responsabilità dell’Occidente, all’integrazione tra sistemi che non siano prevalenti.
La critica al capitalismo
Prevost ha criticato fortemente questa impostazione di preminenza capitalistica. Proprio nel giorno in cui si festeggia l’anniversario dell’indipendenza del suo Paese. Ha dato una matrice mediterranea, lui che non è nato “sulle sacre sponde”, richiamando a una cooperazione dialogica che è il fulcro del Piano Mattei. Il Pontefice ha invitato a una parità di impostazioni nel rapporto con l’Africa, vittima di un colonialismo sfrenato e ancora oggi ostaggio di una visione non paritaria. Oggi la Cina, la Russia(soprattutto prima della guerra a Kiev) monopolizzano materie prime indispensabili. Ma la visione rimane intatta.
L’importanza della diplomazia italiana in questi anni
Il Piano Mattei non è stato il solo strumento utilizzato dall’Italia (seppure quello più importante) per risolvere nella diplomazia una questione assai complessa. Lo si è visto a Tripoli, a Tunisi, laddove la parcellizzazione degli Stati e i disastri di Francia e Usa nelle ‘primavere arabe’ hanno prodotto solo l’anarchia. Per questo, per merito dei rapporti politici, che hanno riguardato anche l’energia, gli sbarchi sono diminuiti nettamente.
Prevost e l’identità da preservare
Più volte l’attuale Papa ha affrontato la questione dell’immigrazione con la compassione del Vangelo e con la razionalità di un pensiero rivolto ai Paesi africani. Che hanno una loro forte identità. E i cui abitanti, come accadde ai nostri migranti, non sono certo felici di lasciare i loro luoghi per raggiungere sogni e utopie. Oggi ha confermato, da americano, di essere impregnato di un europeismo culturale straordinario. Quello che rispetta e coopera. Che è figlio di una lunga e dimenticata storia.
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