Immigrazione, la sentenza della Cassazione che può costare milioni allo Stato: risarcimenti per i trattenuti nei Cpr

21 Giugno 2026 - 22:03
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Immigrazione, la sentenza della Cassazione che può costare milioni allo Stato: risarcimenti per i trattenuti nei Cpr

FOTO ANSA

Si apre un nuovo fronte giudiziario sul tema dell’immigrazione. Le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 18658 del 9 giugno 2026, hanno affermato un principio destinato ad avere ricadute rilevanti sul sistema dei Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR).

Secondo la Suprema Corte, lo straniero trattenuto in vista dell’espulsione può chiedere il risarcimento del danno per illegittima privazione della libertà personale anche senza aver preventivamente impugnato in Cassazione il provvedimento di proroga del trattenimento.

La decisione: risarcimenti (quasi) automatici per vizio di forma

Secondo gli ermellini, lo straniero trattenuto all’interno di un centro in vista dell’espulsione può agire direttamente per via civile per ottenere il risarcimento del danno da “illegittima privazione della libertà personale”, anche nel caso in cui non abbia preventivamente impugnato in Cassazione il provvedimento di proroga del trattenimento emesso dal giudice di pace o dal tribunale.

In pratica, basta un vizio di forma o procedurale nell’udienza di proroga – come un difetto nel contraddittorio, la mancata audizione o l’assenza del difensore in un passaggio burocratico – per far scattare il diritto al risarcimento economico. E questo senza che l’immigrato debba prima farsi annullare formalmente il provvedimento dai canali della giustizia ordinaria. L’azione risarcitoria diventa una corsia preferenziale, autonoma e slegata dall’iter principale.

Un assist ai teorici delle “porte aperte”

La sentenza nasce dal caso di un cittadino del Ghana che aveva chiesto il conto allo Stato per essere stato trattenuto a seguito di due proroghe disposte, a suo dire, in violazione del contraddittorio. Sebbene le Amministrazioni dello Stato fossero rimaste contumaci in primo grado, la difesa istituzionale aveva eccepito in sede di legittimità che il danneggiato avrebbe dovuto prima impugnare e far annullare quei decreti di proroga.

Ma le Sezioni Unite hanno respinto la linea del rigore. Equiparando di fatto le garanzie del trattenimento amministrativo a quelle della custodia cautelare penale, la Suprema Corte ha stabilito che la libertà personale è un diritto talmente preminente da scavalcare la normale gerarchia dei ricorsi.

Il risultato politico e sociale di questa decisione è evidente. Da un lato si offre un formidabile assist ideologico a tutta quella rete di sigle, Ong e collettivi che da anni teorizzano lo smantellamento dei CPR e la politica delle “porte aperte”. Dall’altro, si trasforma l’impianto della sicurezza nazionale in un campo minato per i magistrati e le questure, dove il minimo intoppo burocratico si traduce in un assegno firmato dal Ministero dell’Interno a beneficio del clandestino di turno.

Il nodo politico: sicurezza e rimpatri

La decisione arriva mentre il governo Meloni continua a puntare sul rafforzamento dei rimpatri e sul contrasto all’immigrazione illegale. Proprio per questo, negli ambienti del centrodestra c’è chi teme che l’orientamento della Cassazione possa tradursi in un aumento del contenzioso e in ulteriori ostacoli all’operatività dei CPR, considerati uno degli strumenti centrali per rendere effettive le espulsioni.

Resta ora da capire quale sarà l’impatto concreto della pronuncia. Sul piano giuridico il principio affermato dalle Sezioni Unite è destinato a fare scuola. Sul piano politico, invece, la sentenza rischia di alimentare un nuovo scontro tra magistratura e governo sul terreno più sensibile degli ultimi anni: quello dell’immigrazione e del controllo delle frontiere.

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