In Italia i salari reali sono diminuiti del 6,1% in cinque anni: è record negativo tra le grandi economie mondiali

08 Luglio 2026 - 17:00
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In Italia i salari reali sono diminuiti del 6,1% in cinque anni: è record negativo tra le grandi economie mondiali

Il nuovo rapporto sull'occupazione realizzato e pubblicato dall’Ocse con un focus sull’Italia fotografa un Paese spaccato in due, dove la crescita record dei posti di lavoro convive con un serio impoverimento dei lavoratori. Se da un lato il tasso di occupazione ha raggiunto il picco storico del 62,8% e la disoccupazione è scesa al 5%, gli esperti segnalano che questa vitalità è smentita dal fronte retributivo. Il dato più allarmante del report evidenzia infatti come i salari reali in Italia siano inferiori del 6,1% rispetto ai livelli del 2021. Si tratta della contrazione più pesante tra tutte le grandi economie mondiali, un primato negativo che certifica come l'inflazione abbia letteralmente divorato il potere d'acquisto delle famiglie, lasciando il Paese in fondo alle classifiche internazionali.

Questo drammatico crollo dei salari reali del 6,1% non è solo una percentuale statistica, ma si traduce in un impatto tangibile sulla vita quotidiana dei lavoratori. Gli analisti hanno calcolato che questa perdita equivale a svolgere circa 20 giornate lavorative all'anno senza ricevere alcuna retribuzione. Nessun'altra grande economia avanzata ha registrato un divario così profondo rispetto al periodo pre-pandemico, segno che la fiammata dei prezzi al consumo ha colpito l'Italia con una violenza doppia. I timidi incrementi delle buste paga nominali si sono rivelati del tutto insufficienti a compensare questa erosione, trasformando il lavoro in una barriera non più bastane a garantire la sicurezza economica.

A fronte di questo 6,1% di potere d'acquisto già andato perduto, le prospettive a breve termine purtroppo escludono un recupero immediato per i lavoratori. Le nuove tensioni geopolitiche internazionali e i conseguenti rincari energetici hanno ridato fiato ai prezzi, tanto che si stima un ulteriore calo dei salari dello 0,9% per la fine dell'anno corrente. Anche per il prossimo futuro la ripresa sarà quasi nulla, fermandosi a un misero incremento dello 0,2%. Questo significa che il pesante passivo accumulato negli ultimi cinque anni rimarrà congelato a lungo, prolungando una fase di stagnazione che rischia di pesare gravemente sui consumi interni e sul benessere sociale.

A determinare l'ampiezza di questo divario del 6,1% contribuisce in modo decisivo la lentezza cronica della nostra contrattazione collettiva. I tempi lunghi che caratterizzano i rinnovi dei contratti nazionali nel settore privato rappresentano un freno strutturale all'adeguamento degli stipendi al costo della vita. Molti settori chiave si trovano a operare con accordi scaduti da anni, e il calendario dei rinnovi per il prossimo biennio appare decisamente rado. Senza una decisa accelerazione dei tavoli negoziali, le retribuzioni contrattuali rimarranno drammaticamente indietro rispetto all'evoluzione dei prezzi, rendendo impossibile colmare il profondo solco scavato in questi anni di crisi.

Infine, il documento sottolinea come il crollo del 6,1% dei salari reali si inserisca in un contesto di profondi e storici divari territoriali. Nonostante i record generalizzati, l'Italia sconta ancora un forte ritardo nel tasso di occupazione complessivo rispetto alla media dei partner occidentali, penalizzando soprattutto donne e giovani. Inoltre, le distanze geografiche continuano ad ampliarsi in modo preoccupante: nelle aree economicamente più deboli del Paese il tasso di disoccupazione è ben quattro volte superiore rispetto a quello delle regioni più dinamiche. Questo squilibrio dimostra che la crisi salariale colpisce un mercato del lavoro già asimmetrico e frammentato.

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