Da Bruxelles nuovo piano per la competitività del settore zootecnico, critici gli ambientalisti: «Priorità ridurre le emissioni»

La Commissione europea ha varato la nuova strategia per il settore zootecnico, concepita come una tabella di marcia a lungo termine per rafforzare la resilienza, la competitività e la sostenibilità di un comparto cruciale. Questo piano si sviluppa attorno a cinque priorità fondamentali, che mirano a preparare gli allevatori alle crisi di mercato, stimolare l'innovazione, ridurre l'impronta ambientale complessiva, valorizzare le diversità locali e promuovere l'eccellenza delle produzioni europee nel mercato mondiale.
Insieme a questo provvedimento, l'Unione europea ha introdotto un piano d'azione specifico per le proteine vegetali, volto a incrementare le colture interne e ridurre la storica dipendenza dalle importazioni di mangimi ad alto contenuto proteico.
Sebbene questa iniziativa collaterale sia stata accolta in modo molto favorevole dagli ambienti interessati, la strategia zootecnica principale ha sollevato forti polemiche e accese critiche da parte delle principali organizzazioni ambientaliste, secondo le quali il piano complessivo non affronta i nodi strutturali.
L'European environmental bureau (Eeb) ha espresso un giudizio severo, definendo la strategia messa in campo dai vertici comunitari un'occasione persa e un tentativo di difendere lo status quo distruttivo. Secondo la rete di associazioni ambientaliste europee, il documento diffuso da Bruxelles si limita a proporre formule ambigue che assecondano gli interessi delle grandi multinazionali dell'agroalimentare. Questo approccio, sottolinea l’Eeb, finirebbe per penalizzare le piccole aziende agricole a conduzione familiare e le comunità rurali locali, esposte continuamente all'inquinamento derivante dagli allevamenti intensivi.
Isabel Paliotta, responsabile senior delle politiche per Sistemi alimentari sostenibili, ha dichiarato: «La Commissione sembra determinata a dipingere un quadro idilliaco di un settore dominato dalle grandi multinazionali agricole che traggono profitto dall’inquinamento che causano. Questa non è una “strategia” a favore degli animali da allevamento, delle comunità che subiscono le conseguenze dell’inquinamento causato dall’allevamento industriale, né degli agricoltori che cercano di allevare gli animali in modo etico e sostenibile. Ancora una volta, i profitti vengono prima di tutto e di tutti gli altri».
Un punto centrale del giudizio critico avanzato dalle associazioni riguarda l'assenza di obiettivi vincolanti per la riduzione delle emissioni di gas serra, in particolare del metano, la cui mitigazione è ritenuta prioritaria per combattere l'emergenza climatica. Le associazioni ecologiste denunciano che l'attenzione esclusivista rivolta a soluzioni puramente tecnologiche e a nuovi sistemi di monitoraggio sia del tutto insufficiente e fuorviante. Senza una riduzione reale dei capi, viene sottolineato, l'agricoltura europea rischia di non fare la propria parte nella transizione.
Il dibattito sul futuro della zootecnia europea evidenzia così una profonda frattura tra la visione istituzionale, orientata alla difesa economica del settore tramite la diplomazia agroalimentare, e le istanze ecologiste che invece reclamano anche una transizione equa. Per garantire la salute pubblica e tutelare la biodiversità è necessario superare i modelli intensivi confinati, sostiene l’Eeb, favorendo pratiche estensive ad alto benessere animale. Solo un bilanciamento reale tra economia e tutela ambientale, sottolinea la rete di associazioni ambientaliste, permetterà di superare l'attuale crisi sistemica.
Dice Mathieu Mal, che è il responsabile senior politiche per l’associazione Agricoltura e il clima: «L’unico trattamento speciale che le emissioni di metano dovrebbero ricevere è la priorità nella loro riduzione. Non possiamo permettere che narrazioni fuorvianti promosse dall’industria influenzino il processo decisionale politico e ostacolino la lotta alla crisi climatica».
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