Internazionalismo in tempo di guerra, la società civile “deve essere in prima linea”

10 Giugno 2026 - 19:08
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Bruxelles – Il nuovo internazionalismo parta dalla società civile. Oggi (10 giugno) le stanze del Parlamento europeo hanno ospitato un dibattito sul futuro di cooperazione, solidarietà e integrazione in un’era segnata dai conflitti. L’incontro è stato organizzato dal gruppo parlamentare The Left, con l’eurodeputata Ilaria Salis che ha aperto ricordando “l’importanza delle relazioni tra persone che combattono lotte simili” e della “collettività come guida e obiettivo delle azioni istituzionali”. 

Per riflettere sul nuovo internazionalismo, The Left ha cercato di portare più voci possibili a Bruxelles. Prima di tutte quella di Pablo Quesada (Podemos), che è stato a bordo delle barche della Global Sumud Flotilla durante l’ultima missione. Quesada ha ricordato, prima di tutto, la situazione in cui si trovano “i compagni della Flotilla di terra, sequestrati dalle milizie libiche e abbandonati a loro stessi, praticamente senza assistenza consolare”. L’esperienza più recente della Flotilla è “inedita e unica nel suo genere” non per la dimostrazione della violenza israeliana, ma “per il contributo che porta nel discorso sull’internazionalismo”.

Purtroppo siamo ancora fermi al fatto che “la violenza debba essere esercitata su degli europei bianchi, perché possa essere discussa pubblicamente”, ma esperienze come la Flotilla “contribuiscono ad alimentare una frattura, quella tra la narrazione israeliana e la realtà dello Stato genocida”. Il nuovo internazionalismo, ha continuato Quesada, “deve passare per la decolonizzazione di noi stessi. Dobbiamo pretendere che gli Stati rompano con le strutture che sostengono il sistema coloniale”. E qui entra in gioco “la società civile organizzata, che deve essere in prima linea per combattere ogni tipo di imperialismo”. Mentre gli Stati “come la Spagna si schierano contro il genocidio, ma continuano a vendere armi a Israele e proseguono le collaborazioni accademiche, le persone si stanno muovendo”. 

Il ruolo chiave della società civile è stato sottolineato anche Martina Steinwurzel, promotrice della campagna ‘Let cuba breathe’. La crisi di Cuba e l’embargo “non sono nuovi”, ha ricordato, “ma siamo davanti al momento più difficile della sua storia”. I cittadini, però, “sono riusciti a raggiungere l’isola e portare la loro solidarietà. Perché i governi non riescono a farlo?”. La contraddizione, secondo Steinwurzel, è lampante: “Dal 1996, con il Blocking statute, l’Unione europea ha riconosciuto che gli Stati Uniti potessero non commerciare con Cuba, ma ha anche chiarito che le imprese europee non devono sottostare alle sanzioni americane”. La realtà che abbiamo davanti oggi, però, “è ben diversa”. 

L’evento si è articolato come una sorta di assemblea e numerose organizzazioni della società civile (Mediterranea Saving Humans, From the river to the field, Un ponte per e tante altre) sono intervenute per portare le loro esperienze di cooperazione, lotta e resistenza. La fotografia che ne emerge ha molti soggetti, ma un solo messaggio: c’è una marea umana che vuole mettersi in gioco per cambiare rotta, unita dall’antifascismo e dall’anticolonialismo.

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