Iran-Usa, l’analista: “Possibile svolta in arrivo, ma servirà tempo per equilibrare gli interessi. Ma sul nucleare…”

12 Giugno 2026 - 17:55
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Iran-Usa, l’analista: “Possibile svolta in arrivo, ma servirà tempo per equilibrare gli interessi. Ma sul nucleare…”

Intesa Usa-Iran, l’esperto: “C’è una trattativa avanzata, ma servirà tempo”

Mentre le indiscrezioni su una bozza di accordo riservato tra Stati Uniti e Iran si fanno sempre più insistenti e le dichiarazioni di Donald Trump su un’intesa già raggiunta si scontrano con le frenate di Teheran e i malumori di Benjamin Netanyahu, il confronto tra Washington e la Repubblica Islamica entra in una fase sempre più ambigua, sospesa tra diplomazia sotterranea e scetticismo degli alleati

Sullo sfondo, nodi strategici come il controllo dello Stretto di Hormuz e il congelamento del programma nucleare restano al centro di una partita geopolitica che ridisegna gli equilibri del Medio Oriente.

I dettagli diplomatici trapelati nelle ultime ore – tra l’ipotesi di un vertice a Ginevra con il vicepresidente JD Vance, la mediazione del Qatar e la prospettiva di una tregua di sessanta giorni estesa al Libano – sollevano interrogativi cruciali: siamo di fronte a una reale svolta diplomatica o all’ennesimo annuncio politico prematuro? E in caso di fumata bianca, chi uscirebbe davvero vincitore e chi sconfitto da questa lunghissima crisi?

A fare chiarezza è Franz Simonini, analista geopolitico e firma della rivista Domino, che ad Affaritaliani analizza la profondità dei negoziati in corso e le possibili evoluzioni sul campo: “L’accordo esiste ed è in fase avanzata. Possibile svolta, dunque, ma che necessiterà di altro tempo per equilibrare gli interessi dei due contendenti”.

Trump parla di “accordo raggiunto”, Teheran dice che non è ancora finalizzato, Netanyahu sostiene di essere stato tenuto all’oscuro. È una svolta reale o l’ennesimo annuncio politico prematuro? Quanto dobbiamo credere a questa intesa? 

“Probabilmente entrambe le cose. Il negoziato esiste ed è in fase avanzata. Negli ultimi giorni il Qatar è tornato a fare da mediatore tra il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e gli inviati della Casa Bianca, mentre circolano alcune notizie riguardanti un possibile incontro a Ginevra con il vicepresidente James David Vance. Le indiscrezioni trapelate parlerebbero di un memorandum che proroga di sessanta giorni il cessate il fuoco, estendendolo al fronte libanese. Resterebbe da sciogliere il nodo sullo Stretto di Hormuz, al centro del dilemma statunitense. La trattativa sul materiale nucleare verrebbe invece rinviata ad una seconda intesa. Possibile svolta, dunque, ma che necessiterà di altro tempo per equilibrare gli interessi dei due contendenti”. 

Se l’accordo fosse vero, chi esce davvero vincitore da questa crisi? 

“Washington uscirebbe dal confronto con una fittizia vittoria tattica e morale, garantita dalla riapertura di Hormuz, ma risulterebbe sconfitta sul piano strategico qualora lo stretto non tornasse sotto la propria gestione e la questione nucleare restasse irrisolta. Teheran, dal canto suo, ha dimostrato di saper resistere agli attacchi congiunti degli Stati Uniti e dello Stato ebraico, oltre a imporre la propria volontà su un nodo essenziale della globalizzazione americana.

Allo stato attuale, sul piano strategico, la Repubblica Islamica risulta l’unica vincitrice. Il proseguimento della resistenza dipenderà dal fattore tempo e dalle pressioni esterne, anche mandarine. Di converso, in una pace priva di nemico, il rinfocolarsi delle divisioni interne potrebbe portare ad una lotta intestina. Il perdente netto risulterebbe invece Israele. La guerra avviata per decapitare il programma nucleare e sfaldare l’Impero iraniano lungo le faglie etniche interne non avrebbe raggiunto alcuno dei propri obiettivi”.

Anche ammesso che l’accordo venga firmato, quanto può durare? Siamo davanti a una vera stabilizzazione della regione o semplicemente a una tregua destinata a saltare alla prima crisi?

“La firma dell’intesa porterebbe a un congelamento delle tensioni, almeno per sessanta giorni, per poi avviare una trattativa più approfondita nei mesi successivi. La stabilizzazione generale della regione mediorientale risulta illusoria, visti i moti di assestamento tra l’ascesa dello Stato ebraico, la resistenza persiana, l’intervento della potenza d’oltre Atlantico, l’avanzamento ancirano e l’arretramento russo. Il tutto si colloca dentro un quadro di estrema precarietà sistemica.

Indipendentemente dal momento, i due soggetti dovranno comunque trovare un accordo duraturo. Washington per non continuare a impelagarsi in quadranti non strategici e concentrarsi attivamente nell’Indo-Pacifico in funzione di contenimento della Cina. Teheran per non soffocare nel blocco e nelle pressioni statunitensi a Hormuz, per non perdere definitivamente la propria proiezione mediorientale affidata agli agenti Hezbollah, Hamas, Huthi e milizie sciite, e soprattutto per non implodere internamente. L’incognita resta Israele, i cui interessi divergono da quelli degli Stati Uniti e il cui obiettivo rimane l’annichilimento della Repubblica Islamica”.

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