La coperta della manovra è corta e non piace a Tajani

16 Ottobre 2026 - 09:55
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La coperta è corta, ma su Antonio Tajani la manovra rischia di sembrare come una gonna corta: un’oscenità. Il vicepremier e leader di Forza Italia, per questa legge di Bilancio, aveva espresso due desideri: che non ci fosse alcuna “tassa sugli extraprofitti” delle banche perché “sa di Unione sovietica”; e che ci fosse il taglio dell’aliquota Irpef dal 43 al 33 per cento per lo scaglione di reddito da 50 a 60 mila euro, come FI chiede da un paio d’anni. Ma guardando le tavole del Documento programmatico di bilancio (Dpb) pare esserci la prima e sembra non esserci la seconda.

Il Dpb, inviato ieri alla Commissione europea e al Parlamento, indica il perimetro di una manovra per il 2027 pari a poco meno di un punto di pil: 23,5 miliardi di euro. La definizione dei singoli provvedimenti, come specifica lo stesso documento, arriverà con la presentazione al Parlamento del disegno di legge di Bilancio, perché nel frattempo è in corso un’interlocuzione con la Commissione europea da un lato per strappare qualche ulteriore margine sulla regola della spesa e dall’altro per ottenere maggiore flessibilità sull’uso della clausola di salvaguardia, in particolare sulla possibilità di usare i fondi destinati all’energia non solo per gli investimenti ma anche per ridurre il costo delle bollette.

In ogni caso, dalle voci delle tabelle è possibile individuare la fisionomia della legge di Bilancio. Sul lato degli impieghi, per il 2027 alle “misure fiscali” sono destinati 2,1 miliardi: una dote magra, che pare a malapena sufficiente a rinnovare la detassazione degli aumenti contrattuali (misura molto apprezzata dai sindacati lo scorso anno, in particolare dalla Uil che ha smesso anche per questo di fare scioperi generali). Di certo non sufficiente per estendere la flat tax per gli autonomi a 100 mila euro, come chiede la Lega, né per il taglio Irpef invocato da FI che da solo costa quasi 3 miliardi. Nel dibattito parlamentare di mercoledì, la premier Giorgia Meloni, rispondendo a una richiesta di Luigi Marattin (Pld) si è detta “più che favorevole all’estensione dell’aliquota Irpef al 33 per cento” oltre l’attuale soglia di 50 mila euro, ma nel Dpb i soldi per farlo non ci sono: la coperta è corta.

Lo stanziamento più consistente, pari a 5 miliardi di euro, è messo su “politiche per la famiglia e spesa sociale”: si tratta di misure per “la tutela del potere di acquisto delle famiglie, con particolare attenzione a quelle più fragili”. Non esattamente il target socioeconomico di chi guadagna più di 50 mila euro annui. Per la sanità sono previsti 2,4 miliardi. Mentre dall’utilizzo della clausola di salvaguardia per energia e difesa ci sono 3,4 miliardi per le imprese; 3,1 miliardi per le infrastrutture; 4,5 miliardi per la difesa.

Sul fronte delle coperture, oltre mezza manovra viene finanziata dal maggiore deficit consentito dalla clausola di salvaguardia nazionale che l’Europa non considera ai fini delle regole fiscali: si tratta di 13 miliardi di maggiore deficit (0,54 punti di pil). Per l’altra metà delle risorse, 3,4 miliardi sono ancora indefiniti (“altre entrate/coperture” che non si capisce bene se saranno maggiori tasse o minori spese). Ci sono poi la revisione della spesa dei ministeri, che vale 1,2 miliardi, e misure “in materia di giochi” per 700 milioni. In tutto meno di un paio di miliardi. La coperta è appunto ancora troppo corta. E Giancarlo Giorgetti ha deciso di tirarla proprio dove non piace a Tajani: tassando le banche. Il Dpb prevede infatti 5 miliardi di maggiori entrate provenienti da “misure a carico del settore finanziario” per il solo 2027, più altri 5,7 miliardi nel biennio successivo. Si può dire che, escludendo la parte in deficit, mezza legge di Bilancio sarà finanziata dall’extraprelievo sugli istituti di credito.

L’Abi, l’associazione bancaria, fa sapere che resta in attesa dei dettagli su questi 5 miliardi di tasse richiesti al settore, come indicato dal Dpb del governo, ma ricorda di essere contraria a un ulteriore esborso visto che già l’anno scorso era stato raggiunto un accordo semi-volontario con il governo per un contributo di 10,5 miliardi in tre anni.

Ora il governo, a cui quell’accordo è evidentemente piaciuto, vuol raddoppiare: altri 10,7 miliardi nel prossimo triennio (che complessivamente fanno 21,2 miliardi in quattro anni). Ma in che modo? Non è ancora chiaro. Sul tavolo ci sono varie ipotesi. Un ulteriore aumento di un punto di Irap, già aumentata lo scorso anno di due punti su banche e assicurazioni. Un altro intervento sulle Dta (Deferred Tax Assets), rinviando al futuro l’utilizzo di questi crediti fiscali. Oppure, addirittura, un aumento dell’Ires che sarebbe tecnicamente un’extratassa sui profitti. L’idea, però, nel governo è quella di trovare di nuovo un accordo con il settore.

D’altronde lo stesso Tajani, che nel governo oltre che del ceto medio è anche il difensore del settore bancario, ha già detto che se questa “odiosa tassa sugli extraprofitti” viene chiamata “contributo allo stato”, magari anche “di solidarietà”, a lui va bene. La tassa non è più “sovietica” ma diventa liberale: l’Abi potrà andare in giro in minigonna, tanto non finirà in mutande.

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