LA CORTE SUPREMA BOCCIA TRUMP: LO IUS SOLI RESTA IN VIGORE NEGLI STATI UNITI
I giudici respingono l’ordine esecutivo con cui il presidente voleva negare la cittadinanza ai figli di immigrati irregolari e titolari di permessi temporanei. Roberts richiama il XIV Emendamento e il principio secondo cui chi nasce sul territorio americano è cittadino, salvo limitate eccezioni. Trump attacca la decisione e chiede al Congresso di intervenire
di Redazione
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto il tentativo di Donald Trump di limitare la cittadinanza americana per nascita, confermando che i bambini nati nel territorio nazionale da genitori stranieri irregolari o presenti con un permesso temporaneo sono cittadini degli Stati Uniti.
La sentenza rappresenta una delle più pesanti sconfitte giudiziarie subite dal presidente sul terreno dell’immigrazione. L’ordine esecutivo firmato da Trump nel primo giorno del suo nuovo mandato avrebbe impedito alle autorità federali di riconoscere la cittadinanza ai figli nati negli Stati Uniti qualora nessuno dei genitori fosse cittadino americano o titolare della residenza permanente, la cosiddetta green card.
La Corte ha annullato il provvedimento con un risultato complessivo di sei giudici contro tre. Il presidente della Corte, John Roberts, ha scritto l’opinione principale, affermando che i bambini nati negli Stati Uniti da genitori presenti illegalmente o temporaneamente sono sottoposti alla giurisdizione americana e rientrano quindi nella clausola sulla cittadinanza contenuta nel XIV Emendamento. Con Roberts hanno votato Amy Coney Barrett e i tre giudici progressisti. Brett Kavanaugh ha condiviso l’esito della decisione, ma ha fondato il proprio voto sulla violazione della legge federale, senza aderire completamente alla motivazione costituzionale della maggioranza.
La pagina ufficiale della Corte riassume il principio stabilito nel caso Trump v. Barbara: i figli nati negli Stati Uniti da genitori presenti illegalmente o temporaneamente sono «soggetti alla giurisdizione» del Paese e cittadini dalla nascita ai sensi del XIV Emendamento.
IL PRINCIPIO SANCITO DAL XIV EMENDAMENTO
Il XIV Emendamento venne ratificato nel 1868, dopo la Guerra civile, per superare definitivamente la sentenza Dred Scott v. Sandford del 1857, con la quale la Corte Suprema aveva negato che le persone di origine africana, anche quando libere, potessero essere cittadini statunitensi.
La clausola sulla cittadinanza stabilisce che tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e soggette alla loro giurisdizione sono cittadine degli Stati Uniti e dello Stato nel quale risiedono.
Per oltre un secolo, questa formulazione è stata interpretata come una garanzia pressoché generale della cittadinanza per nascita. Le principali eccezioni riguardano i figli dei diplomatici stranieri, che non sono pienamente sottoposti alla giurisdizione americana, e casi eccezionali collegati alla presenza di forze di occupazione nemiche.
Roberts ha richiamato il significato storico della cittadinanza come diritto di appartenere e partecipare alla comunità politica. I promotori del XIV Emendamento, ha osservato, decisero di estendere quella garanzia a ogni persona nata libera sul territorio americano.
«Manteniamo oggi quella promessa», ha scritto il presidente della Corte, ribadendo che il potere esecutivo non può aggiungere condizioni relative allo status migratorio o alla residenza dei genitori che non compaiono nel testo costituzionale.
L’ORDINE ESECUTIVO DI TRUMP
Trump aveva firmato l’Executive Order 14160 il 20 gennaio 2025, poche ore dopo il ritorno alla Casa Bianca.
Il provvedimento prevedeva che le agenzie federali non rilasciassero o riconoscessero documenti attestanti la cittadinanza per i bambini nati negli Stati Uniti quando la madre fosse presente illegalmente oppure soggiornasse nel Paese con un visto temporaneo e il padre non fosse cittadino americano o residente permanente.
La misura avrebbe interessato non soltanto i figli degli immigrati irregolari, ma anche quelli di studenti internazionali, lavoratori temporanei e turisti.
L’amministrazione sosteneva che l’espressione «soggette alla giurisdizione» non dovesse comprendere le persone che conservano legami e obblighi di fedeltà verso un altro Stato. Secondo la Casa Bianca, la nascita sul territorio non sarebbe quindi stata sufficiente in assenza di un legame stabile dei genitori con gli Stati Uniti.
I ricorrenti contestavano invece che questa interpretazione introducesse un requisito di domicilio o residenza permanente mai previsto dal XIV Emendamento.
La Corte ha condiviso questa seconda lettura. Roberts ha definito scarsamente sostenuta la ricostruzione proposta dal governo e ha osservato che, qualora gli autori dell’Emendamento avessero voluto limitare la cittadinanza ai soli figli di persone stabilmente domiciliate negli Stati Uniti, avrebbero potuto indicarlo esplicitamente.
IL PRECEDENTE DI WONG KIM ARK
Un passaggio centrale della sentenza riguarda il precedente del 1898, United States v. Wong Kim Ark.
Wong Kim Ark era nato a San Francisco da genitori cinesi che non potevano ottenere la cittadinanza a causa delle leggi discriminatorie allora in vigore. Dopo un viaggio in Cina, le autorità americane gli impedirono di rientrare negli Stati Uniti, sostenendo che non fosse cittadino.
La Corte Suprema stabilì che la nascita sul territorio americano gli aveva conferito la cittadinanza, indipendentemente dalla nazionalità dei genitori.
La decisione del 1898 è diventata il principale riferimento giuridico sullo ius soli americano. L’amministrazione Trump aveva tentato di circoscriverne la portata, sottolineando che i genitori di Wong vivevano stabilmente negli Stati Uniti.
Roberts ha respinto questa distinzione, ricordando che nei 128 anni successivi la Corte e le istituzioni americane hanno interpretato quel precedente come una garanzia della cittadinanza per tutti i bambini nati negli Stati Uniti e sottoposti alle loro leggi.
La sentenza del 2026 rafforza quindi il principio stabilito alla fine dell’Ottocento e rende molto più difficile qualunque futuro tentativo presidenziale di modificare la cittadinanza per via amministrativa.
UNA MAGGIORANZA CONSERVATRICE DIVISA
La decisione è particolarmente significativa perché proviene da una Corte nella quale i giudici conservatori dispongono di una maggioranza di sei a tre.
Tre componenti dell’Alta Corte — Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett — sono stati nominati da Trump durante il suo primo mandato. Nel caso sullo ius soli, tuttavia, Barrett ha aderito alla posizione costituzionale di Roberts, mentre Kavanaugh ha sostenuto l’annullamento dell’ordine sulla base della legislazione federale.
La differenza tra le due motivazioni è rilevante.
Cinque giudici hanno stabilito che l’ordine viola direttamente la clausola costituzionale sulla cittadinanza. Kavanaugh ha invece ritenuto che il provvedimento fosse incompatibile con la legge federale che recepisce il principio dello ius soli, senza concludere che la stessa interpretazione derivi necessariamente dal XIV Emendamento.
Il risultato finale rimane comunque di sei voti contro tre per il rigetto dell’ordine presidenziale.
Clarence Thomas, Samuel Alito e Neil Gorsuch hanno espresso dissenso. Secondo la loro impostazione, il significato originario del XIV Emendamento non imporrebbe il riconoscimento automatico della cittadinanza ai figli di persone presenti temporaneamente o illegalmente negli Stati Uniti.
Alito ha criticato una lettura che, a suo giudizio, finisce per attribuire la cittadinanza anche ai figli di coloro che raggiungono deliberatamente gli Stati Uniti allo scopo di partorire sul territorio nazionale.
LA QUESTIONE DEL “TURISMO DELLE NASCITE”
Trump e diversi esponenti repubblicani hanno utilizzato il tema del cosiddetto birth tourism, il turismo delle nascite, per sostenere la necessità di modificare le regole.
Con questa espressione si indica il comportamento di persone straniere che entrano legalmente negli Stati Uniti con un visto turistico avendo come principale obiettivo quello di far nascere il figlio sul territorio americano, garantendogli così la cittadinanza.
L’amministrazione considera questa pratica un abuso del sistema migratorio e un possibile problema per la sicurezza nazionale.
Durante l’udienza, tuttavia, il rappresentante del governo non era riuscito a fornire una stima certa delle dimensioni del fenomeno, ammettendo che non esistevano dati definitivi.
La sentenza non impedisce alle autorità di contrastare frodi nella richiesta dei visti, false dichiarazioni o organizzazioni che favoriscano ingressi irregolari. Stabilisce però che, quando il bambino nasce negli Stati Uniti ed è soggetto alla giurisdizione americana, la sua cittadinanza non può essere negata a causa delle intenzioni o dello status dei genitori.
La responsabilità per un’eventuale violazione delle norme migratorie rimane quindi individuale e non può essere trasferita sul neonato.
TRUMP ATTACCA LA SENTENZA
La reazione del presidente è stata immediata.
Trump ha definito la decisione negativa per il Paese e ha ribadito che lo ius soli sarebbe una pratica costosa e ingiusta. Ha quindi invitato il Congresso, controllato dai repubblicani, a intervenire con una legge.
Secondo Trump, non sarebbe necessario modificare la Costituzione e una legge ordinaria potrebbe porre fine alla cittadinanza automatica per nascita.
Questa interpretazione si scontra però con il contenuto della decisione. Cinque giudici hanno fondato l’annullamento direttamente sul XIV Emendamento. Una legge ordinaria che riproducesse sostanzialmente l’ordine esecutivo verrebbe quindi sottoposta alla stessa contestazione costituzionale.
Kavanaugh ha ritenuto che la legislazione federale attuale impedisse al presidente di procedere unilateralmente, ma non ha fornito una maggioranza sufficiente per sostenere che il Congresso possa modificare liberamente il principio con una legge ordinaria.
L’ipotesi più solida per abolire in modo generale lo ius soli richiederebbe quindi un emendamento costituzionale, una procedura estremamente complessa che necessita dell’approvazione di due terzi della Camera e del Senato e della ratifica di tre quarti degli Stati. Anche Associated Press ha osservato che la decisione rende necessario un intervento costituzionale, non una semplice legge del Congresso.
LE DIFFICOLTÀ POLITICHE AL CONGRESSO
Anche sul piano politico, una modifica appare difficile.
Il Partito repubblicano dispone della maggioranza al Congresso, ma il tema divide lo stesso fronte conservatore. Alcuni parlamentari sostengono da tempo la necessità di limitare la cittadinanza per nascita, mentre altri temono le conseguenze elettorali e costituzionali di una simile iniziativa.
La questione potrebbe diventare ancora più delicata in vista delle elezioni di metà mandato e della futura corsa alla Casa Bianca del 2028.
Lo ius soli è profondamente radicato nella storia americana e ha contribuito a integrare generazioni di figli di immigrati, evitando la creazione di una popolazione nata e cresciuta negli Stati Uniti ma priva di cittadinanza.
L’abolizione potrebbe inoltre produrre conseguenze amministrative molto estese. Le famiglie sarebbero obbligate a dimostrare lo status dei genitori al momento della nascita e milioni di cittadini potrebbero incontrare maggiori difficoltà nel documentare il proprio diritto alla cittadinanza.
Secondo le stime citate durante il procedimento, l’ordine di Trump avrebbe potuto interessare fino a 250.000 bambini ogni anno e avrebbe imposto a molte altre famiglie nuove verifiche documentali.
UN LIMITE AL POTERE PRESIDENZIALE
Il caso rappresenta anche un importante pronunciamento sui limiti del potere esecutivo.
Trump ha utilizzato gli ordini presidenziali per introdurre cambiamenti rapidi in materia di immigrazione, commercio, amministrazione federale e sicurezza. La Corte Suprema, pur avendo sostenuto diverse iniziative della Casa Bianca, ha stabilito che il presidente non può modificare autonomamente il significato di una disposizione costituzionale.
Nel 2025 la stessa Corte aveva limitato il potere dei giudici federali di emettere ingiunzioni nazionali contro le politiche presidenziali. Quella decisione aveva inizialmente favorito l’amministrazione, ma non aveva affrontato il merito dello ius soli.
Il procedimento successivo, basato su un’azione collettiva presentata da genitori e bambini nel New Hampshire, ha consentito ai giudici di esaminare direttamente la compatibilità dell’ordine con il XIV Emendamento.
La conclusione è netta: il presidente non può modificare attraverso un decreto una garanzia costituzionale consolidata.
IL VIA LIBERA AI DIVIETI NELLO SPORT FEMMINILE
Nella stessa giornata, la Corte Suprema ha però consegnato a Trump e al fronte conservatore una vittoria su un altro tema fortemente divisivo.
Con una decisione separata, i giudici hanno confermato la legittimità delle leggi dell’Idaho e della West Virginia che riservano le squadre sportive femminili scolastiche e universitarie alle persone di sesso biologico femminile.
La Corte ha stabilito che quelle norme non violano il XIV Emendamento né il Title IX, la legge federale che vieta le discriminazioni sessuali nell’istruzione. La decisione potrà avere conseguenze sulle normative approvate da numerosi altri Stati.
Trump ha accolto il pronunciamento come una grande vittoria, avendo trasformato l’esclusione delle atlete transgender dalle competizioni femminili in uno dei principali temi della propria battaglia contro la cultura progressista.
La giornata della Corte ha quindi prodotto due risultati politici molto diversi: una sconfitta per la Casa Bianca sulla cittadinanza e un successo sullo sport femminile.
UN PRINCIPIO CHE RESTA AL CENTRO DELL’IDENTITÀ AMERICANA
La decisione sullo ius soli non chiude il dibattito politico sull’immigrazione, ma stabilisce un limite costituzionale preciso.
Trump potrà continuare a rafforzare i controlli alle frontiere, ridurre i visti, accelerare le espulsioni, contrastare le frodi e chiedere al Congresso una revisione delle leggi migratorie. Non potrà però negare con un ordine esecutivo la cittadinanza ai bambini nati negli Stati Uniti.
Il principio confermato dalla Corte ha accompagnato il Paese durante le grandi ondate migratorie dell’Ottocento e del Novecento. Ha permesso ai figli degli immigrati europei, asiatici, latinoamericani e africani di diventare cittadini indipendentemente dalla condizione giuridica o sociale dei genitori.
La sua funzione non è stata soltanto quella di attribuire un passaporto. Ha impedito che negli Stati Uniti si sviluppasse una classe permanente di persone nate nel Paese, sottoposte alle sue leggi e inserite nella sua società, ma escluse dalla cittadinanza.
Con la sentenza Trump v. Barbara, la Corte Suprema ha deciso che quella promessa costituzionale rimane in vigore.
Il confronto politico continuerà, soprattutto all’interno del Partito repubblicano e durante le prossime campagne elettorali. Ma qualunque tentativo di modificare radicalmente il principio dovrà superare ostacoli costituzionali molto più elevati di un ordine presidenziale o di una maggioranza semplice al Congresso.
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