VIAGGIO, VITTO E ALLOGGIO PAGATI: IL MAXI PIANO DI VALDITARA PORTA 150MILA STUDENTI ITALIANI A STUDIARE ALL’ESTERO
Il progetto “La scuola italiana in Europa” mette a disposizione 420 milioni di euro di fondi europei per soggiorni da due settimane fino a sei mesi. I ragazzi frequenteranno lezioni e materie curricolari negli istituti dei Paesi ospitanti. La selezione sarà affidata alle scuole e terrà conto del merito e della situazione economica delle famiglie
di Redazione
Viaggio, vitto e alloggio finanziati per consentire a 150mila studenti italiani delle scuole superiori di vivere un’esperienza di studio all’estero, frequentare istituti europei e imparare a utilizzare le lingue straniere fuori dall’ambiente tradizionale della classe.
È l’obiettivo di “La scuola italiana in Europa”, il nuovo programma di mobilità internazionale presentato dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara. Il piano dispone di 420 milioni di euro provenienti dai fondi strutturali dell’Unione europea e coinvolgerà anche circa 15mila docenti, che accompagneranno gli studenti e parteciperanno ad attività di formazione e innovazione didattica.
Valditara ha definito l’iniziativa il più grande piano di potenziamento linguistico mai realizzato nel sistema scolastico italiano, sostenendo che, per dimensioni finanziarie e numero dei partecipanti, avrà una portata molto più ampia rispetto alle esperienze di mobilità finora accessibili agli studenti delle scuole superiori.
Il programma non dovrebbe sostituire Erasmus+, ma affiancarlo. L’intenzione dichiarata dal governo è ampliare in modo sostanziale il numero dei ragazzi che possono trascorrere un periodo di formazione all’estero, includendo anche gli studenti appartenenti a famiglie che non sarebbero in grado di sostenere autonomamente le spese.
La gratuità o la copertura quasi completa dei costi rappresenta quindi uno degli elementi principali del progetto. L’accesso non dovrebbe dipendere soltanto dalle possibilità economiche dei genitori, ma da criteri stabiliti dalle singole istituzioni scolastiche, tenendo conto sia dei risultati conseguiti dagli studenti sia dell’Indicatore della situazione economica equivalente, l’Isee.
Il piano nasce dalla constatazione che la conoscenza delle lingue straniere continua a rappresentare uno dei punti deboli del sistema educativo italiano, soprattutto nel passaggio dalla scuola secondaria di primo grado alle superiori.
SOGGIORNI DA DUE SETTIMANE FINO A SEI MESI
Il modello di base prevede soggiorni della durata di due settimane, ma i percorsi potranno essere più lunghi e arrivare fino a sei mesi.
La durata dipenderà dal progetto elaborato dalle scuole, dagli accordi con gli istituti stranieri, dall’età degli studenti e dal tipo di attività previste.
Non si tratterà soltanto di seguire un corso intensivo di inglese, francese, tedesco, spagnolo o di un’altra lingua europea. Gli studenti dovranno essere inseriti, per quanto possibile, nella normale vita scolastica del Paese ospitante.
Potranno quindi studiare matematica, storia, scienze e altre materie insieme ai compagni stranieri, utilizzando la lingua come strumento quotidiano di apprendimento e comunicazione.
È questa la principale differenza rispetto ai tradizionali viaggi d’istruzione. Il soggiorno non dovrebbe essere organizzato come una visita turistica con alcune ore di lezione, ma come un’esperienza didattica integrata nel percorso scolastico.
Il ragazzo sarà chiamato a comprendere spiegazioni, leggere materiali, partecipare alle attività e confrontarsi con un diverso metodo di insegnamento. Dovrà inoltre affrontare situazioni quotidiane nelle quali la conoscenza della lingua non è un esercizio scolastico, ma una necessità concreta.
Accanto alle lezioni curricolari, il programma potrà comprendere laboratori di innovazione didattica, visite presso aziende e istituzioni, incontri con ricercatori ed esperti, corsi intensivi e brevi attività organizzate in collaborazione con università europee.
La struttura dei progetti potrà quindi cambiare da scuola a scuola. Un istituto tecnico potrebbe privilegiare visite aziendali e laboratori professionali, mentre un liceo potrebbe costruire un percorso legato alle scienze, alle discipline umanistiche o alla preparazione universitaria.
CHI POTRÀ PARTECIPARE
Il programma è rivolto agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado.
La scelta dei partecipanti sarà affidata alle singole scuole, che dovranno adottare criteri trasparenti e coerenti con le indicazioni ministeriali.
Secondo quanto illustrato durante la presentazione, la selezione terrà conto principalmente di due elementi: il merito scolastico e l’Isee familiare.
Il merito non dovrebbe essere interpretato soltanto come una graduatoria basata sulla media dei voti. Le scuole potranno valutare anche la motivazione, il comportamento, la partecipazione alle attività didattiche e la capacità dello studente di affrontare responsabilmente un periodo lontano dalla famiglia.
Il criterio economico avrà il compito di assicurare l’accesso anche agli studenti provenienti da nuclei con redditi bassi o medi. La mobilità internazionale è stata finora più facilmente accessibile alle famiglie in grado di pagare voli, sistemazioni, assicurazioni e spese quotidiane. Il nuovo finanziamento punta a ridurre questa disparità.
Le modalità operative dovranno essere precisate attraverso avvisi, decreti e procedure rivolte alle istituzioni scolastiche. Sarà necessario chiarire, tra gli altri aspetti, quali classi potranno partecipare, come verranno calcolati i punteggi, quali documenti dovranno presentare le famiglie e in quale misura saranno coperte le eventuali spese aggiuntive.
Le famiglie dovranno inoltre ricevere informazioni dettagliate sulle destinazioni, sulle strutture ospitanti, sull’assistenza sanitaria, sulle assicurazioni e sulle responsabilità degli accompagnatori.
SPESE DI VIAGGIO, VITTO E ALLOGGIO
I 420 milioni di euro serviranno a finanziare le principali spese necessarie per la mobilità.
Il ministero ha indicato la copertura dei costi di viaggio, vitto e alloggio. Ciò dovrebbe consentire agli studenti selezionati di partecipare senza che l’intero peso economico ricada sulle famiglie.
Il costo effettivo di ogni progetto varierà in base alla destinazione e alla durata. Un soggiorno di due settimane in un Paese vicino presenta esigenze differenti rispetto a un inserimento scolastico di alcuni mesi.
Le scuole dovranno organizzare trasporti, sistemazioni, accompagnamento, coperture assicurative e attività didattiche. Dovranno inoltre stipulare accordi con gli istituti stranieri e verificare che le strutture rispettino le condizioni di sicurezza previste.
Non è stato ancora definito pubblicamente ogni dettaglio relativo alle spese personali, al materiale scolastico o ai trasporti locali. Questi aspetti dovranno essere indicati nei singoli bandi e comunicati alle famiglie prima dell’adesione.
La dimensione del finanziamento dovrebbe comunque permettere di costruire un programma più inclusivo rispetto alle normali iniziative internazionali promosse autonomamente dagli istituti.
IL RUOLO DEI 15MILA DOCENTI
Il progetto coinvolgerà anche circa 15mila insegnanti.
I docenti non avranno soltanto una funzione di sorveglianza durante gli spostamenti. Dovrebbero partecipare alla progettazione dei percorsi, mantenere i rapporti con gli istituti ospitanti e verificare la coerenza delle attività svolte all’estero con il programma scolastico italiano.
La loro presenza sarà particolarmente importante per i soggiorni più brevi e per gli studenti minorenni.
Il finanziamento coprirà le spese degli accompagnatori e riconoscerà l’attività svolta. Il piano prevede inoltre momenti di formazione destinati agli insegnanti, che potranno conoscere metodi educativi utilizzati in altri sistemi scolastici e trasferire successivamente le esperienze nelle classi italiane.
L’internazionalizzazione non dovrebbe quindi concludersi con il rientro degli studenti. Le competenze acquisite dai docenti potranno essere impiegate per sviluppare nuovi strumenti didattici, collaborazioni a distanza e insegnamenti parzialmente svolti in lingua straniera.
Una delle sfide sarà evitare che l’esperienza rimanga isolata rispetto all’attività ordinaria della scuola. I progetti più efficaci saranno quelli capaci di coinvolgere anche gli studenti che non partiranno, attraverso materiali, incontri, lezioni condivise e collaborazioni con le classi straniere.
NON È UN SECONDO ERASMUS
Il ministero ha precisato che “La scuola italiana in Europa” non nasce per sostituire Erasmus+.
Erasmus continuerà a operare con i propri programmi, criteri e finanziamenti. Il nuovo piano italiano dovrebbe invece utilizzare i fondi strutturali europei per aumentare le opportunità offerte dalle scuole superiori e raggiungere un numero molto maggiore di studenti.
I due strumenti potranno essere complementari.
Erasmus dispone di una rete consolidata e coinvolge scuole, università, centri di formazione e organizzazioni giovanili in tutta Europa. Il piano di Valditara concentra invece l’attenzione sul sistema scolastico italiano e sul problema specifico delle competenze linguistiche.
La definizione dei rapporti tra i due programmi sarà importante per evitare sovrapposizioni, frammentazione delle risorse e procedure amministrative eccessivamente complesse.
Le scuole che partecipano già a progetti Erasmus potrebbero utilizzare le relazioni costruite negli anni per organizzare i nuovi soggiorni. Gli istituti con minore esperienza internazionale avranno invece bisogno di supporto tecnico per individuare partner affidabili e preparare i progetti.
IL DIVARIO ITALIANO NELLO STUDIO DELLE LINGUE
L’investimento nasce da un ritardo che emerge con particolare evidenza nella scuola superiore.
Secondo i dati Eurostat richiamati durante la presentazione del piano, soltanto circa un quarto degli studenti italiani delle superiori studia due o più lingue straniere come materie curricolari. La media europea supera invece il 60 per cento.
Il dato italiano appare ancora più significativo se confrontato con la situazione della scuola media, dove l’insegnamento di due lingue è molto diffuso.
Il problema si manifesta dunque nel passaggio alle superiori. In numerosi indirizzi, una delle due lingue viene abbandonata e rimane soltanto l’inglese. Anche quando la lingua straniera viene studiata per molti anni, una parte degli studenti incontra difficoltà nell’utilizzarla spontaneamente durante una conversazione, un colloquio o un’esperienza lavorativa.
Il numero delle ore svolte in classe non coincide necessariamente con la capacità di comunicare. Lo studio può essere concentrato sulla grammatica, sulla letteratura o sulla preparazione delle verifiche, senza offrire occasioni sufficienti per affrontare situazioni reali.
La mobilità internazionale cerca di intervenire proprio su questo limite. Vivere per alcune settimane o alcuni mesi in un altro Paese costringe lo studente a superare il timore di sbagliare e a utilizzare ciò che ha imparato.
L’esperienza può produrre anche un miglioramento della sicurezza personale, dell’autonomia e della capacità di adattarsi a contesti differenti.
MELONI: «ABBATTERE LA BARRIERA DELLA LINGUA»
Alla presentazione è intervenuta anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha collegato il piano alle opportunità future di studio e lavoro.
Secondo la premier, la conoscenza delle lingue non deve essere considerata una competenza accessoria, ma una condizione che influenza la libertà di scelta dei giovani.
Università, centri di ricerca, organizzazioni internazionali e imprese cercano sempre più frequentemente persone capaci di lavorare in ambienti multiculturali. Non basta conoscere le regole grammaticali: occorre saper utilizzare la lingua durante una riunione, una presentazione, un’attività professionale o una normale interazione quotidiana.
Meloni ha ricordato anche la propria passione personale per le lingue e il desiderio, coltivato da giovane, di lavorare come interprete.
Il messaggio politico è che la barriera linguistica può diventare anche una barriera sociale. I ragazzi provenienti da famiglie benestanti hanno maggiori possibilità di trascorrere periodi all’estero, frequentare corsi privati o ottenere certificazioni internazionali. Il finanziamento pubblico dovrebbe estendere queste opportunità agli studenti che normalmente ne resterebbero esclusi.
LINGUE E MONDO DEL LAVORO
La conoscenza pratica di una lingua straniera è richiesta in un numero crescente di professioni.
Non riguarda più soltanto diplomatici, traduttori, personale delle compagnie aeree o lavoratori del turismo. È necessaria nel commercio, nella logistica, nella ricerca scientifica, nelle tecnologie digitali, nella sanità, nell’industria e nelle attività legate all’esportazione.
Molte imprese italiane, comprese quelle di medie dimensioni, lavorano quotidianamente con clienti e fornitori stranieri. La difficoltà nel comunicare può limitare l’accesso di un giovane a determinate posizioni, anche quando possiede buone competenze tecniche.
Il piano tenta quindi di collegare l’insegnamento scolastico alla capacità di utilizzare le lingue in un contesto professionale.
Le visite aziendali previste durante i soggiorni potranno mostrare agli studenti come si lavora in un’impresa europea e quali conoscenze vengono richieste. Gli incontri con università e ricercatori potranno invece aiutare i ragazzi interessati a proseguire gli studi fuori dall’Italia o a partecipare a programmi internazionali.
I VANTAGGI DI UN INSERIMENTO SCOLASTICO
Frequentare un istituto straniero consente di conoscere un sistema educativo differente.
Gli studenti potranno osservare un diverso rapporto tra insegnanti e alunni, nuovi metodi di valutazione, una diversa organizzazione degli orari e un maggiore o minore utilizzo delle tecnologie.
Il confronto non implica che un sistema sia necessariamente migliore dell’altro. Permette però di comprendere che la scuola può essere organizzata in modi diversi e che le conoscenze possono essere affrontate attraverso metodi differenti.
L’inserimento completo per alcuni mesi richiederà particolare attenzione al riconoscimento delle attività svolte. Le scuole italiane dovranno evitare che la partecipazione produca svantaggi al rientro o costringa lo studente a recuperare autonomamente un’eccessiva quantità di programma.
Sarà quindi necessario concordare prima della partenza gli obiettivi didattici e le modalità con cui il periodo all’estero verrà valutato.
Le esperienze internazionali già esistenti mostrano che l’inserimento funziona meglio quando vi è una comunicazione costante tra la scuola italiana, l’istituto ospitante e la famiglia.
LE QUESTIONI ANCORA DA CHIARIRE
La dimensione finanziaria e il numero dei partecipanti rendono il piano ambizioso, ma la sua efficacia dipenderà dall’attuazione.
Le scuole dovranno disporre di tempi sufficienti per progettare le attività, selezionare gli studenti e stipulare gli accordi. I dirigenti scolastici e le segreterie saranno chiamati a gestire procedure amministrative, assicurazioni, rendicontazione dei fondi e rapporti con soggetti stranieri.
Sarà importante garantire pari opportunità agli istituti di tutte le regioni. Le scuole con maggiore esperienza internazionale e personale amministrativo più numeroso potrebbero essere avvantaggiate rispetto a quelle situate nei territori con minori risorse.
Il ministero dovrà quindi fornire assistenza e modelli semplificati, affinché il programma non finisca per concentrare le opportunità negli istituti che già organizzano viaggi e scambi.
Un altro tema riguarda gli studenti con disabilità o bisogni educativi particolari. La mobilità dovrà prevedere accompagnamento, sistemazioni accessibili e risorse adeguate, evitando che le difficoltà organizzative diventino una ragione di esclusione.
Dovranno essere definiti anche i livelli di conoscenza linguistica richiesti. Una selezione basata soltanto sulle competenze già acquisite rischierebbe di premiare i ragazzi che hanno frequentato corsi privati. Il progetto dovrebbe offrire opportunità anche a chi parte da una preparazione meno avanzata, ma mostra motivazione e possibilità di crescita.
UN INVESTIMENTO DA MISURARE NEI RISULTATI
I 420 milioni di euro rappresentano una cifra considerevole. La valutazione del programma non potrà però limitarsi al numero degli studenti partiti o dei soggiorni organizzati.
Sarà necessario verificare quanto siano migliorate le competenze linguistiche, quanti ragazzi abbiano ottenuto una certificazione, quali attività siano state trasferite nelle scuole e se la partecipazione abbia prodotto effetti sulle successive scelte universitarie e professionali.
Un soggiorno all’estero può essere formativo, ma la sola presenza in un altro Paese non garantisce automaticamente l’apprendimento. Occorrono preparazione prima della partenza, obiettivi definiti, attività strutturate e una valutazione finale.
Il piano potrà produrre risultati duraturi soltanto se verrà collegato a un rafforzamento dell’insegnamento delle lingue durante l’intero percorso scolastico.
La mobilità può aumentare la motivazione e offrire una esperienza difficilmente riproducibile in classe. Non può però sostituire docenti qualificati, laboratori linguistici, continuità didattica e un numero adeguato di ore.
UNA SCUOLA PIÙ APERTA ALL’EUROPA
“La scuola italiana in Europa” propone un cambiamento importante nella concezione della formazione internazionale.
L’esperienza all’estero non viene presentata come un premio riservato a pochi studenti o come una possibilità destinata soprattutto alle famiglie con maggiori disponibilità economiche. Diventa parte di una politica pubblica rivolta a un numero molto più ampio di ragazzi.
Il finanziamento di viaggio, vitto e alloggio può abbattere una delle principali barriere, ma la riuscita del programma dipenderà dalla qualità dei progetti e dalla trasparenza delle selezioni.
Le scuole avranno una grande responsabilità. Dovranno scegliere gli studenti senza creare discriminazioni, garantire la sicurezza, organizzare percorsi realmente formativi e trasformare l’esperienza individuale in un vantaggio per l’intera comunità scolastica.
Per migliaia di ragazzi, il piano potrà rappresentare il primo viaggio di studio fuori dall’Italia e il primo confronto prolungato con una lingua utilizzata nella vita quotidiana.
L’obiettivo non è soltanto migliorare la pronuncia o ampliare il vocabolario. È permettere agli studenti di muoversi con maggiore sicurezza in un’Europa nella quale studio, ricerca e lavoro superano sempre più frequentemente i confini nazionali.
Fonti
Ministero dell’Istruzione e del Merito; Presidenza del Consiglio dei ministri; dati Eurostat sull’apprendimento delle lingue straniere nella scuola secondaria superiore.
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