La Direzione Divina decide di metterci davanti

15 Luglio 2026 - 18:50
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di Cav. Luigi De Luca

Cari lettori di Allora!,

Nelle mie ultime riflessioni vi ho parlato di James Brown, di ritmo e di reologia dell’anima. Oggi, in questa mattinata di luglio a Sydney, precisamente al Mt Carmel House Retreat Centre di Varroville, voglio spingermi oltre ed entrare con voi in un territorio ancora più profondo: il senso autentico di quelle prove che la vita, o la Direzione Divina, decide di metterci davanti.

Troppo spesso, quando l’essere umano viene colpito da una sventura, da una difficoltà o da un limite fisico, la reazione immediata è il lamento. Ci si chiede: «Perché questa punizione?».

Ma, se guardiamo la storia con gli occhi del progresso e dell’onestà intellettuale, comprendiamo che le decisioni di Dio non sono mai un male per l’umanità. Al contrario, ogni volta che il destino sembra punire qualcuno, in realtà sta ponendo un mattone fondamentale per migliorare e far evolvere i limiti visibili della razza umana.

Pensate a Luciano Tajoli, una figura che porto nel profondo del cuore per un motivo che tocca le corde più intime della mia vita. Quando ero bambino a Messina, mio padre andava letteralmente matto per Tajoli.

Lo ricordo come se fosse ieri: giravamo per le strade di Camaro Superiore con la sua motocarrozzetta a vendere la granita artigianale. Quell’Ape era il nostro laboratorio ambulante, il nostro teatro.

E mentre mio padre serviva quelle granite straordinarie, che per me erano vere e proprie opere d’arte, la colonna sonora delle nostre giornate erano le canzoni di Luciano Tajoli, cantate da mio padre con una passione e un’emozione indimenticabili.

La poliomielite lasciò a Tajoli una grave malformazione fisica. Quello che il mondo superficiale dell’epoca considerava un «castigo» si è rivelato un beneficio immenso per l’umanità.

Attraverso quel limite, Dio ha regalato a Tajoli una voce celestiale e ha donato a mio padre, a me e al mondo intero una nuova, monumentale consapevolezza: il dovere morale di non giudicare mai dall’aspetto esteriore, valutando gli uomini e gli artigiani soltanto per l’oro che custodiscono nell’anima.

Tajoli ha demolito il pregiudizio estetico di un’intera generazione e mio padre, con la sua motocarrozzetta, ne amplificava il messaggio, celebrando la dignità del lavoro e della pulizia morale.

Quelle cassette, ascoltate ogni giorno, sostituivano la popolare «banniata» degli altri ambulanti.

Questo è il segreto della consapevolezza su larga scala: il «male» o il limite del singolo si trasforma, attraverso la passione, nel motore del bene collettivo.

Se trasliamo questa visione nelle dinamiche quotidiane delle nostre imprese, della finanza o delle nostre comunità, lo spartito non cambia.

Quando vediamo un caseggiato industriale abbandonato e ridotto a un rudere, o quando un territorio affronta la piaga della disoccupazione, non dobbiamo vedere una condanna.

Quella ferita è lì per scuotere la nostra pigra comodità e spingerci a generare un bene immensamente più grande.

È proprio da quel vuoto che nasce l’adrenalina di creare un hub di ricerca, di riqualificare il patrimonio sfitto in Italia e di dare una professione e una dignità a chi non ne ha, trasformando la polvere in un faro di riscatto internazionale.

Le prove non arrivano per calpestarci, ma per illuminarci.

Mio padre me lo ha insegnato senza saperlo, tra una granita al limone a Camaro Superiore e una canzone di Tajoli.

Dettare il ritmo del futuro significa proprio questo: avere la forza d’animo di guardare ogni ostacolo in faccia e dire:

«Questo non è un male, è l’inizio della nostra evoluzione».

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