La forza che regge il mondo
Inizia con l’introduzione di Michele Silenzi la serie estiva del Foglio dedicata alla forza. Ogni settimana un autore diverso si occuperà di osservare questo concetto fondamentale dal punto di vista di una specifica disciplina: filosofia, fisica, politica, teologia, storia.
Per la terza estate questo giornale propone una serie di articoli, che accompagnerà i lettori settimanalmente per un paio di mesi, incentrati su una parola fondamentale del nostro tempo. Due anni fa abbiamo scelto “metafisica” quello passato abbiamo optato per “verità”. Sono concetti colossali e, allo stesso tempo, quasi interamente usurati dal loro utilizzo. Tuttavia, essendo centrali per la comprensione della storia del nostro mondo, e altrettanto importanti per orientarsi verso la comprensione del futuro della nostra civiltà, il piccolo tentativo che abbiamo cercato di compiere è stato quello di ascoltare voci diverse, che avessero qualcosa da dire su questi temi, per provare a porre di nuovo alcune domande su di essi. Perché sebbene siano usurati, non possiamo lasciare che si consumino completamente.
E’ lecito pensare che se concetti come “metafisica” e “verità” perdessero ogni significato lo stesso accadrebbe a quella che chiamiamo “la nostra civiltà”, che infatti non sappiamo più esattamente cosa sia. In uno spazio pubblico in cui metafisica e verità divengono parole qualsiasi, considerate alla stregua di utopie o di sogni senza aderenza con la realtà fattuale, diviene più che probabile che un altro concetto divenga padrone del campo. Tale concetto è quello di “forza”. Perché se non vi è possibilità di asserire qualcosa come vero, se non vi è possibilità di delineare uno sfondo sensato (ecco la metafisica) dentro cui collocarci e in cui i valori assumono un significato affidabile, allora davvero, nell’esperienza umana, l’unica verità, l’unico sfondo, può essere solamente quello costituito dalla forza. Ed è questa, infatti, la parola su cui abbiamo deciso di provare a riflettere quest’anno. Del resto, anche vista la congiuntura politica dentro cui siamo calati ormai da diversi anni, appare come il termine più cogente per provare a capire il nostro tempo.
Può darsi, tuttavia, dobbiamo metterlo tra le ipotesi su cui riflettere, che le cose stiano davvero come detto poco sopra. Ossia che la forza sia effettivamente la “verità” del mondo, ciò che rimane dopo che tutte le “vecchie” certezze sono evaporate, consumate dalla loro stessa evoluzione. Può darsi che dietro ogni “metafisica”, in fin dei conti, non ci sia altro che una forma della forza. In questo caso, però, sarebbe ancora più necessario chiedersi: cosa intendiamo con forza? Di cosa parliamo quando parliamo di forza? La serie di questa estate proverà a chiarire tale concetto. Lo farà, come anche negli anni passati, attraverso la riflessione prodotta da diverse discipline (filosofia, teologia, fisica, storia politica, letteratura). La forza, infatti, non è soltanto quella che si impone nel mondo con le armi, ma anche ciò che potrebbe costituire la tessitura stessa della continua trasformazione del mondo, e di tutto ciò che vi è dentro. A partire da noi stessi.
Nella prospettiva di questo articolo, che fa un po’ da introduzione alla serie, la forza è qualcosa che ci riguarda tutti, in ogni istante della nostra vita. Noi siamo, per così dire, immersi nella forza. Non vi è nulla che possiamo fare che non sia connesso con la forza, che non sia esso stesso forza, che non eserciti forza, o su cui la forza non venga esercitata. Al centro del mondo fisico vi sono la forza e la materia, e la loro relazione. Non si dà l’una senza l’altra, tanto da poter persino credere che siano una medesima cosa. Del resto, il mondo è un campo di forze, una trama di relazioni in cui ogni cosa è in un sistema di forze fatto di urti e resistenze, attrazioni e repulsioni. Anche la “quiete” non è altro che un equilibrio tra forze contrapposte. Ogni cosa esiste esercitando una forza e subendo la forza di altre cose. Vivere significa urtare il mondo, modificarlo, esserne modificati, resistere, adattarsi, imporsi, cedere, trasformare.
Sappiamo bene, dalla nostra specifica esperienza di individui, che il nostro agire è, di per sé, un continuo esercizio di forza. Quando siamo “senza forze”, del resto, ci sentiamo come morti. E quando infine lo saremo, l’immagine più perfetta di un corpo inerte è proprio quella di un corpo privo di forza. In greco antico, la lingua che costituisce il tessuto di ogni nostra esperienza di pensiero, dynamis significa forza. Dynamis, però, non significa solo forza, significa anche potenza, ossia ciò che è possibile, ciò che ha possibilità di accadere proprio perché ha forza. Se qualcosa non ha forza non può nulla. La possibilità di agire, ossia di essere, è quindi direttamente legata alla forza. Si potrebbe dire che l’essere, ossia la costituzione stessa di tutto ciò che è, che esiste, non sia altro che forza. Cosa, infatti, può essere, cosa può esistere, se non ha forza?
In tal caso la forza non sarebbe altro che la struttura costitutiva di ciò che siamo. Di più, sarebbe la struttura costitutiva del nostro stesso essere nel mondo. Noi viviamo esercitando forza. Semplificando molto il principio di indeterminazione di Heisenberg, sappiamo che non possiamo operare misurazioni su una particella senza modificarne in qualche modo lo stato. Qualche anno prima, Nietzsche aveva detto qualcosa di molto simile, ossia che non possiamo interpretare la realtà senza modificarla. Ogni nostro atto di pensiero, d’altronde, è un atto interpretativo ossia un qualcosa che interviene sul reale. La relazione dell’uomo con la realtà è quindi, strutturalmente, un esercizio di forza.
Come appena accennato, dynamis non significa solo forza ma anche potenza, potenzialità, poter essere, possibilità di progettarsi. Quindi è tutto ciò che ha a che fare con il possibile. Ossia, le cose sono possibili perché sono di per sé stesse forza, e la forza è in sé possibilità. Ma possibilità di fare cosa? Essenzialmente di agire, ossia propriamente di essere. Notoriamente, il Vangelo di Giovanni inizia con la frase “In principio era il logos”. Espressione misteriosa e straordinariamente potente che Goethe, per bocca di Faust, traduce con “In principio era l’azione”. Il logos, il principio di tutte le cose, viene identificato come potenza di agire. Ma non esiste azione senza forza, e la forza esprime precisamente la possibilità di essere.
Osservando il nostro modo di essere e di relazionarci con il mondo possiamo allora capire meglio, visto che in teoria non possiamo conoscere nulla meglio della nostra stessa esperienza, quanto la forza dovrebbe essere considerata come la componente costitutiva della nostra stessa esperienza del mondo.
Del resto, l’abbiamo già accennato: il logos, ossia il pensiero, che è ciò che più specificamente siamo, non è altro che azione, inesausto svolgimento. Ma questa azione che è il pensiero non sta in sé, contemplando sé stesso e il mondo, come da vulgata filosofica. Al contrario, è azione proprio perché è continuamente all’opera nel mondo. Fermiamoci un attimo a riflettere: non è sempre al lavoro il nostro pensiero? Tutto ciò che noi facciamo nella pratica, ogni nostra opera nel mondo è un lavoro del pensiero. Cosa possiamo fare, cosa possiamo comprendere, che non sia sempre e comunque nel pensiero? Esso, quindi, non è altro che forza che agisce sul mondo, che cerca di comprenderlo, di afferrarlo, di modificarlo, di schiuderlo alla nostra comprensione. Il nostro stesso essere nel mondo trasforma di continuo il mondo.
Così come il pensiero è forza sempre attiva, esso, per sua stessa costituzione, esercita questa forza che egli stesso è mettendo all’opera tutto ciò che lo circonda, trasformandolo. E può farlo perché vi è corrispondenza tra la forza che è il pensiero e la forza che costituisce la trama del mondo. Sono due manifestazioni differenti del medesimo. Operando sul mondo, il pensiero si conosce come forza capace di trasformare la realtà del mondo che si rivela appunto come dynamis, cioè forza, potenza, potenzialità da realizzare. E noi, ossia il pensiero, siamo coloro che possono realizzarla.
Non avendo più alcuna metafisica che lo guidi, né alcuna verità dinanzi a cui fermarsi, il pensiero vede il mondo unicamente come materiale disponibile da trasformare. Non vi è più argine. E, paradossalmente, questa potenza operativa che è il pensiero stesso diviene anche l’unica verità che il pensiero riesce a riconoscere.
Qui vi è, però, un ulteriore passaggio. Questo inesausto operare del pensiero, questo esercizio di forza sul mondo consuma la forza stessa, e nel consumarla la realizza. E’ un punto cruciale. La potenza, la forza, la possibilità si realizzano consumandosi. Tutto ciò diviene chiaro guardando alla nostra stessa vita. Tenendo sempre presente la pluralità semantica di dynamis, possiamo dire che la forza, operando, si consuma, come si consumano le possibilità. Ciascuno di noi, infatti, andando avanti nella vita consuma le proprie forze, ma ciò avviene mentre con le nostre forze costruiamo il nostro progetto di vita. Diventiamo questo piuttosto che quello, avvocato piuttosto che medico, sposato piuttosto che celibe, padre piuttosto che senza figli, etc. E in questo andare, realizzando delle possibilità ne eliminiamo innumerevoli altre. Ogni volta che diventiamo qualcosa non ne diventeremo mai molte altre. Consumiamo così le nostre forze realizzandoci, ma realizzandoci consumiamo anche via via tutte le nostre possibilità, fino a non averne più alcuna (il termine della vita). Noi, così come il mondo, siamo sempre in formazione. Non siamo “dati assoluti”, ossia qualcosa di consegnato una volta per tutte all’esistenza, bensì siamo il processo di svolgimento della forza di cui incarniamo un frammento. E non un frammento qualsiasi, ma il più privilegiato, e insieme il più carico di responsabilità, perché vediamo questo processo e ne siamo gli attori principali.
In conclusione, però, questo operare, questo consumarsi, questo esercizio della forza, questo manifestarsi della potenza, questa realizzazione e cancellazione di possibilità, che scopo ha? Ovviamente non possiamo saperlo, e comunque non è oggetto di questa piccola indagine. Ciò che possiamo dire è che questo operare sul mondo con il pensiero, ossia il nostro esercizio della forza che è la nostra stessa vita è anche il nostro destino più apparente. Questo “consumarsi creativo” che è il modo in cui si manifesta per noi la forza, questo inesausto mettere tutto all’opera, è tutto ciò che possiamo sapere. Se poi da ciò scaturirà il nulla assoluto, ossia il consumarsi di tutte le possibilità, o “il volto di Dio”, ossia la possibilità realizzata di ciò che appare impossibile, non possiamo dirlo. Possiamo solo procedere, operando come chi attende.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)