Una geniale scrittrice di opere dimenticate. La strana riscoperta di Gertrude Stein

11 Luglio 2026 - 10:25
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Ricca, repubblicana, lesbica, ebrea. Gertrude Stein nell’immaginario comune è ricordata, quando è ricordata, come una mentore salottiera, una collezionista, una expat che si circondava di artisti, pittori, poeti, scrittori, aiutandoli, mettendoli in contatto tra loro, leggendoli, editandoli. Basta rivedere Midnight in Paris, di Woody Allen, in cui Stein, interpretata da Kathy Bates, discute con Picasso (che le fa un ritratto) e leggerà il libro del protagonista viaggiatore nel tempo dandogli consigli. Ma Gertrude Stein voleva essere molto altro, e credeva di essere molto altro: una grandissima e geniale scrittrice. “Sono stata la mente creativa letteraria di questo secolo. Pensate alla Bibbia, a Shakespeare e poi a me”, diceva. Diceva anche di essere arrivata a Parigi “per uccidere il 19esimo secolo” e si era arrabbiata quando James Joyce aveva pubblicato l’Ulisse prima che lei uscisse con il suo “capolavoro”. Solo che oggi, a quasi 80 anni dalla sua morte, è ricordata solo per un suo libro, quello che ha scritto con meno impegno e meno enfasi: L’autobiografia di Alice B. Toklas, la sua partner, dove Stein parla di sé in terza persona, celebrandosi, e dove appaiono in vignette simpatiche tutti i vari Hemingway e Apollinaire e William James e T.S. Eliot. Ma ci sono romanzoni che lei ha scritto e che sperava sarebbero diventati i futuri classici come C’era una volta gli americani o Autobiografia di tutti – tradotta in Italia solo 40 anni dopo, da Fernanda Pivano. In una recente biografia che si concentra sulla ricezione (Gertrude Stein: an afterlife) Francesca Wade scrive che siccome Stein “non credeva nell’aldilà, il suo fervente desiderio per un riconoscimento postumo era la sua scommessa per l’immortalità”.

Ora qualcosa sta accadendo, una forma di rivalutazione del personaggio, allontanandolo dalla sua parodia o dal suo essere figura di secondo piano. Il motivo non è chiaro. Forse i produttori delle tote bag hanno bisogno di nuovi volti da sfruttare – su una borsa in tela ci sta benissimo la frase circolare “una rosa è una rosa è una rosa”, uroboro modernista. O forse un misto di accanimento post-MeToo ha messo nell’angolo i grandi di quel periodo – di Fitzgerald si ricorda la moglie, di Hemingway ci si concentra sul machismo che nascondeva un latente desiderio di esser donna – e serve una nuova eroina anni 20. O forse, così come nel cinema viviamo nell’epoca dei remake e nella Tv nell’èra dei reboot, c’è bisogno di recuperare, oppure di scavare, perché c’è gloria nell’esser scopritori, per mostrare poi che la terribile lente patriarcale – o quella post-strutturalista – si era dimenticata di qualche grande artista. Il rischio Frida Kahlo è dietro l’angolo. Lo dimostra anche l’ultimo libro della celebrata autrice di auto-fiction, Deborah Levy, My year in Paris with Gertrude Stein, dove va a trovare la tomba al Père Lachaise e saltella tra fatti suoi e notizie biografiche dell’arrogante salottiére ricordando che Stein faceva fatica a farsi pubblicare e che “visse nell’oscurità fino ai 59 anni”, quando uscì L’autobiografia di Alice B. Toklas. Si vergognava che l’opera più “comprensibile” fosse diventata la più nota. Ma che i suoi libri siano stati meno importanti della sua figura, non dovrebbe essere un peccato. C’è bisogno anche delle Stein, delle Peggy Guggenheim, dei Max Brod, non solo dei Pound, dei Pollock e dei Kafka. E i suoi scritti, difficili, che siano pane per i pochi che vogliono divertirsi con un approccio cubista alla prosa. Stein diceva che morire senza essere capiti vuol dire estinzione permanente, ma essere trasformati in qualcosa che non si era, per finire sulle spillette in vendita nelle librerie instagrammabili, è davvero tanto meglio?

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