La legge Foti sotto accusa: “L’auspicio di rilanciare l’economia è solo sulla carta”

Maggio 07, 2026 - 19:47
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La legge Foti sotto accusa: “L’auspicio di rilanciare l’economia è solo sulla carta”

C’è di dice no. E lo fa in maniera netta, senza troppi giri di parole.

Il giudizio dei relatori, intervenuti nel secondo blocco dei lavori della nona Rassegna Upel a Ville Ponti, è stato severo, senza eccezione. Davanti a una platea di magistrati, avvocati, segretari comunali e dirigenti, Vito Tenore, presidente di sezione della Corte dei Conti sezione giurisdizionale Lombardia, Daniele Granara, associato di diritto costituzionale all’Università di Genova, e Silvia Torraca, magistrata del Tar della Lombardia, hanno analizzato la legge 1 del 2026 da tre angoli diversi, arrivando alla stessa conclusione: gli obiettivi dichiarati — ridurre la burocrazia difensiva, rilanciare l’efficienza della pubblica amministrazione — rischiano di restare, come ha detto Tenore, «solo sul piano cartaceo».
A moderare i lavori, Aristide Police, ordinario di diritto amministrativo alla LUISS “Guido Carli”.

Il doppio binario che penalizza la collettività

Tenore ha centrato il suo intervento sul cosiddetto “doppio binario”: la possibilità, già esistente nell’ordinamento, che per lo stesso fatto dannoso un dipendente pubblico sia giudicato sia dalla Corte dei Conti sia dal giudice civile ordinario. Una coesistenza che la Cassazione a Sezioni Unite ha più volte dichiarato fisiologica — «una interferenza tra giudizi e non tra giurisdizioni», secondo la formula consolidata — ma che la riforma Foti ha trasformato, a giudizio del presidente di sezione, in una “patologia grave”.

Il punto cruciale è il tetto alla condanna introdotto dalla nuova legge: «Per lo stesso fatto dannoso un dipendente citato davanti alla Corte dei Conti subisce un tetto alla condanna pari al 30% del danno che ha cagionato, e comunque non più di due volte il suo stipendio annuo». Questo limite non si applica davanti al giudice civile. «È ragionevole tutto questo?», ha chiesto Tenore. La sua risposta è stata no: l’irragionevolezza del sistema renderà inevitabili nuove rimessioni alla Corte Costituzionale, su più profili. Tra questi, il fatto che la Consulta abbia riconosciuto che un parziale accollo sulla collettività del danno possa essere ragionevole, «ma non ha certo detto il 70%».

Da questa distorsione, Tenore ha tratto una conseguenza pratica e diretta, rivolta agli amministratori e ai dirigenti presenti: le pubbliche amministrazioni devono attivarsi davanti al giudice civile per recuperare quanto la Corte dei Conti non può più condannare. «Il non attivare un’azione civile è l’archetipo della scelta diseconomica e irragionevole», ha detto, aprendo uno scenario inedito: il mancato ricorso all’azione ordinaria potrebbe, a sua volta, configurare un nuovo danno erariale da omissione.

Sul versante storico, Tenore ha ricordato i precedenti: il passaggio dalla colpa alla colpa grave nel 1996, lo scudo erariale del 2020, l’abrogazione del danno all’immagine. Nessuno di questi interventi ha migliorato le cose. «Sono calate le patologie comportamentali all’interno della PA? Assolutamente no». E non si aspetta risultati diversi dalla legge 1 del 2026.

L’assicurazione già rinviata e la politica trasversale

Daniele Granara ha concentrato l’intervento sull’obbligo assicurativo introdotto dalla riforma: la norma che impone a chiunque gestisca risorse pubbliche di stipulare, prima di assumere l’incarico, una polizza a copertura dei danni patrimoniali causati per colpa grave. Un istituto già controverso sul piano costituzionale — a partire dall’articolo 102 della Costituzione, che vieta l’attribuzione a giudici speciali di materie estranee al loro ambito — e già posticipato.
«Entrato in vigore a gennaio, dopo poco più di un mese già prorogato al primo gennaio 2027», ha detto Granara, «a dimostrazione che ci sono molte cose che non vanno qui». Il fatto che la proroga sia arrivata in un decreto milleproroghe è, a suo avviso, un segnale che parla da solo.

Ma la critica più dura ha riguardato la politica nel suo insieme. Ripercorrendo l’evoluzione normativa degli ultimi anni — dallo scudo erariale del 2020 all’abrogazione dell’abuso d’ufficio del 2024, passando per la sentenza di patteggiamento resa inefficace nel giudizio erariale — Granara ha concluso: «Tutte, nessuna esclusa, le forze politiche hanno contribuito a disegnare questo quadro». Un percorso trasversale verso la riduzione progressiva della responsabilità amministrativa, «cui mancava solo» l’obbligo assicurativo per completare un sistema in cui, ha spiegato, «non avrebbero risposto quasi mai, e se avessero risposto, avrebbero risposto per pochissimo».
Sul futuro della riforma, il giudizio è stato netto: «Questa non è una sfida culturale. È una retroguardia culturale, delle ultime linee. Spero che questa riforma faccia poca strada».

La colpa grave e il rischio di disomogeneità

La magistrata del Tar Silvia Torraca ha affrontato, invece, la tipizzazione della colpa grave, una delle novità centrali della riforma. La nuova legge prova a definire quando un funzionario ha sbagliato in modo grave — travisando i fatti, ignorando norme evidenti, affermando o negando circostanze che gli atti del procedimento escludono o confermano senza margine di dubbio. Un tentativo necessario, ma con qualche punto debole.

Il primo è strutturale: la norma spiega molto meglio quando la colpa grave non c’è, rispetto a quando invece c’è. «Viene da dire quasi che ci sia un’attenzione maggiore alla tipizzazione in negativo», ha osservato Torraca. Il secondo è una disomogeneità con il codice dei contratti pubblici, che include tra i casi di colpa grave anche la violazione palese di regole di prudenza e diligenza — un elemento che nella nuova norma generale non compare, con il rischio di applicazioni difformi tra tribunali diversi.

Un possibile criterio di orientamento, ha concluso, potrebbe venire dal principio di fiducia introdotto dal codice dei contratti, che valorizza le scelte autonome dei funzionari e potrebbe aiutare i giudici a contestualizzare i casi concreti. Ma si tratta di un percorso ancora tutto da costruire.

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