La Milano Fashion Week dice (un timido) no alle pellicce
Dalle parole ai fatti: quando la moda diventerà davvero animalista? Se la sostenibilità ambientale è ormai al centro della comunicazione dei marchi più importanti del sistema moda, il tema dei materiali di origine animale sembra restare ancora ai margini del dibattito sul lusso. Eppure è proprio qui che oggi si gioca uno dei rapporti più delicati: quello tra estetica, industria, responsabilità e sensibilità pubblica.
Pellicce, pelli esotiche, accessori, cinture, borse: non bastano più le proteste durante le fashion week milanesi, né le azioni animaliste che intercettano anche gli appuntamenti della Design Week. E mentre il grande ritorno in passerella della pelliccia (vera, falsa o vintage che sia) ci spinge sempre più spesso a chiederci se sia giusto o sbagliato indossare il manto animale e le sue imitazioni, il tema si trasforma in una questione culturale prima ancora che produttiva e tecnica. Da una parte il revival dell’estetica furry, dall’altra lo sdegno di chi lotta per i diritti degli animali: ora tocca alle istituzioni della moda prendere posizione. E Camera Nazionale della Moda Italiana fa un primo, seppur cauto, passo in avanti.
Milano Fashion Week, lo stop (consigliato) alle pellicce
C’è aria di novità in Italia con le nuove linee guida diffuse da Camera Nazionale della Moda Italiana, che entreranno in vigore a partire dalla Milano Fashion Week di settembre 2026. Sebbene non si tratti di un divieto formale, né di una misura vincolante per i marchi, i brand del Made in Italy sono stati invitati a non presentare in passerella capi, accessori o altri elementi realizzati in pelliccia. Una scelta volontaria, dunque, che prova a tenere insieme la crescente pressione etica sul tema e la complessità di un sistema, quello del lusso italiano, fondato da sempre sulla pelletteria. Dal canto loro, la CNMI non utilizzerà più pellicce nella produzione diretta dei propri contenuti di comunicazione, facendo il primo passo verso una transizione tutto fuorché immediata.

Bottega Veneta F26.
Made in Italy animalista, è possibile?
In Italia qualcosa sembra muoversi, e il cambiamento parte soprattutto dalle piazze, ma se a Londra e New York la risposta è arrivata con politiche fur-free più nette, a Milano il discorso si fa inevitabilmente più complesso. Il tema non riguarda soltanto la pelliccia in passerella, ma tocca un’identità industriale e culturale costruita anche attorno alla lavorazione della pelle, della pelletteria, degli accessori e dei materiali preziosi. Non solo per le maison italiane, ma anche per tanti brand internazionali che si affidano alla filiera del lusso italiana. Per queste ragioni, pensare che un sistema simile possa cambiare, o addirittura fermarsi, dall’oggi al domani sarebbe ingenuo: quando entrano in gioco competenze, posti di lavoro e interessi economici, il cambiamento non procede alla velocità delle proteste.

Saint Laurent AI 2026/27: effetto pelliccia. La maison è fur-free, ma resta legata al savoir-faire italiano per pelletteria e calzature.
Le fashion week (e i brand) che hanno già detto no
Milano non è la prima a muoversi. Negli ultimi anni diverse fashion week hanno preso posizioni più nette: Londra ha già vietato la pelliccia e, dal 2025, anche i pellami esotici mentre New York ha annunciato lo stop alla pelliccia animale nel calendario ufficiale della Fashion Week a partire da settembre 2026. In più, Copenhagen aveva bandito la pelliccia vergine già nel 2022, estendendo poi nel 2024 le restrizioni a pelli esotiche e piume animali a partire dal 2025, seguita da realtà come Berlino e Los Angeles.

L’iconica Kelly di Hermès.
Anche sul fronte dei brand il quadro è più frastagliato di quanto sembri. Molte maison hanno già abbandonato la pelliccia animale: Armani dal 2016, Gucci dalla primavera estate 2018, Prada dalle collezioni donna PE 2020, Valentino da maggio 2021. Kering ha poi esteso la scelta a tutte le proprie maison dalle collezioni Fall 2022, rendendo fur-free anche marchi come Saint Laurent, Bottega Veneta, Balenciaga e Alexander McQueen.
Diverso, però, è il discorso sulle pelli e sulle pelli esotiche: essere fur-free non significa essere leather-free o exotic-skins-free. Prada, ad esempio, continua a prevedere nella propria policy l’uso di pelli esotiche certificate; Kering non le vieta, ma le regola attraverso standard interni di tracciabilità e animal welfare. Più netto il caso di Burberry e Chanel, che hanno rinunciato sia alla pelliccia sia alle pelli esotiche. Dall’altra parte restano gruppi e maison per cui questi materiali sono ancora parte del business: Hermès continua a lavorare con pelle e pelli esotiche, mentre LVMH non ha adottato una policy fur-free di gruppo, ma una carta di approvvigionamento per materiali di origine animale che include pelliccia, pelle, pelli esotiche, lana e piume.
Le alternative sul tavolo
Per questo il testimone passa alle istituzioni. Il tema è già arrivato a Bruxelles con Fur Free Europe, l’iniziativa dei cittadini europei registrata nel 2022 e presentata alla Commissione Ue nel giugno 2023 con oltre un milione e mezzo di firme verificate. La richiesta è vietare gli allevamenti da pelliccia nell’Unione europea e la vendita di prodotti derivati da animali allevati e uccisi principalmente per questo scopo. Per ora non c’è ancora una norma, ma il dossier resta aperto. E se l’Europa dovesse intervenire, il confronto cambierebbe tono: non più solo scelte volontarie dei singoli brand, ma regole comuni capaci di incidere sull’intera filiera.

No alle pellicce ex novo per Fendi, dalla passerella Fw 2026 2027.
Nel frattempo, i brand più attenti al tema sono alla ricerca di soluzioni che non cancellino la propria storia ma provino almeno a riscriverla. È il caso di Fendi, maison che più di altre ha legato parte della propria identità alla pelliccia e che oggi, attraverso la rielaborazione di modelli d’archivio archivio, continua a proporle ma senza produrle ex novo. Ma se da un lato l’archivio permette di lavorare su ciò che già esiste, dall’altro continua a tenere in vita l’immaginario della pelliccia come oggetto di desiderio. Ed è proprio qui che si apre la domanda più difficile per il lusso: basta recuperare un materiale controverso per renderlo accettabile? O il vero cambiamento passa anche dalla capacità di immaginare nuove tendenze, capaci di sostituire quelle su cui l’industria ha costruito per decenni il proprio prestigio, ai danni degli animali?
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