La necessaria conquista dell’inutile, per dare un senso a tutto ciò che resta
Il concetto di utile sta al centro di buona parte dello sviluppo economico e sociale occidentale, e quindi del mondo intero. Tra la fine del Settecento e la metà dell’Ottocento, prima Jeremy Bentham, poi John Stuart Mill e altri hanno formalizzato, nella concezione filosofica dell’utilitarismo, la possibilità di una convivenza pacifica tra uomini attraverso la ricerca del massimo utile e del minimo danno per il maggior numero attraverso un sistema di sostanziale libertà individuale. L’utile, ossia ciò che può generare un aumento del benessere individuale, e quasi sempre anche della collettività, diveniva un concetto “laico”, anti-ideologico, privo di fanatismo, per mezzo del quale ricercare una crescita che fosse tanto individuale e libera quanto partecipata dall’intera comunità.
Sembra non esservi modo più pacifico e meno tirannico di condurre e gestire le società umane che non mettervi alla base il principio dell’utile. Come poi, questo concetto, si sia accompagnato anche, e in parallelo, allo sviluppo del sistema economico capitalista direi che non richiede ulteriori spiegazioni. La parola “utile” ne riassume sia il senso sociale sia quello individuale ed economico. La cosa che talvolta non si coglie è che l’utilitarismo fosse anche una straordinaria forma di umanismo e di umanitarismo. Nasceva infatti non tanto dall’idea di “massimizzare i piaceri” (l’utilitarismo non è edonismo!) ma di minimizzare il dolore cercando di creare condizioni per la ricerca della felicità di ciascuno (o almeno per soffrire il meno possibile).
Nel corso del tempo l’utilitarismo non è divenuto solo il motore centrale della macchina economica occidentale, ma ne è anche divenuto un aspetto significativo della morale pubblica. A dispetto di quanto si possa pensare, l’idea della “minimizzazione del dolore”, così centrale in quella che è la nostra società della tutela, della nostra società che vorrebbe essere “senza dolore”, senza traumi, deriva proprio da questa prospettiva. Del resto, con la scomparsa delle grandi “ideologie della Salvezza”, tanto religiose quanto laiche e politiche, che vedevano nel dolore un momento di passaggio necessario verso un “Bene” più grande, inevitabilmente non può restare altro, per tutti e per ciascuno, che la ricerca della minimizzazione del dolore.
Tuttavia, ogni essere umano nel proprio cuore sa, è abbastanza ovvio, che la vita non si riduce all’utile. A volte, infatti, vale la pena fare qualcosa di anti-utilitario per cercare quello che per ciascuno di noi può essere considerato un “bene più grande”, anche se disutile, anche se genera una allocazione utilitaristicamente errata di risorse e capitale. Insomma, come è abbastanza ovvio, l’utile non può essere l’ultima parola sull’esistenza umana. Altrimenti, le macchine in generale, e l’AI in particolare, saranno sicuramente più capaci di noi di mostrarci “la via dell’utile”. E allora davvero l’esistenza umana non si ridurrebbe ad altro che a un utile gestito da algoritmi che ci diranno come poter massimizzare le nostre esistenze secondo criteri di “buona vita” stabiliti da un sistema che saprà meglio di noi come gestire le nostre stesse risorse esistenziali. Ma poiché la prospettiva utilitarista rimane pur sempre importante e valida, non si tratta certo di cancellarla, ma diciamo di salvarla un po’ da sé stessa, dal suo proceduralismo implacabile.
Per fare questo, la strada migliore è ricordarsi di quanto sia necessario “l’inutile”, e magari leggere La conquista dell’inutile, che è già un grande titolo programmatico, ossia il delirante diario di lavorazione del film Fitzcarraldo scritto dallo stesso regista Werner Herzog. Un’epopea insensata e grandiosa della durata di quasi tre anni, a partire dalla fine degli anni Settanta, in cui il regista tedesco si sprofonda nella foresta amazzonica per raccontare la storia di un allucinato e squattrinato melomane divenuto commerciante di caucciù a inizio Novecento, il cui unico sogno è fare così tanti soldi da poter costruire un teatro dell’opera a Iquitos, villaggio amazzonico peruviano, per portarvi a cantare il grande tenore Enrico Caruso. Per fare questo, tra le altre cose, dovrà compiere un’impresa titanica: trasportare a forza di braccia e funi una colossale nave commerciale oltre una collina, così da poter trovare una rotta nuova per il commercio che lo renderà ricchissimo. Ovviamente andrà tutto a rotoli, tanto per Fitzcarraldo quanto per Herzog, ma entrambe le vicende, sia quella sullo schermo, sia quella della reale lavorazione, si concluderanno con un trionfo estetico.
Dal diario di Herzog traspare la volontà di sprofondarsi in un’avventura che potrebbe costargli la vita. Anzi, sembra che quella avventura valga qualcosa solo perché potrebbe costargli la vita tra serpenti, topi, pipistrelli, indios ostili, condizioni igieniche e ambientali spaventose. Eppure si capisce che ciò che conta, che ciò che si vuole conquistare, quell’inutile ricercato nella sua avventura fisica e creativa, è, in realtà, ciò che vi è di più necessario. Ciò che eccede la vita di tutti i giorni, inevitabilmente scandita dall’utile. Un’eccedenza, quella rappresentata dall’inutile, che è però ciò che costituisce effettivamente il nucleo motore di un’intera esistenza. La possibilità di un’opera, o di un gesto, o di un momento assoluto (una nave da trasportare oltre una collina, Enrico Caruso che canta nella foresta amazzonica), che fornisca l’effettivo significato a tutto il resto, a tutto ciò che resta, ossia all’utile.
Insomma, si può dire che senza l’inutile l’utile perde il proprio significato. Perché l’utile non sarebbe altro, allora, che pura procedura che l’AI potrà sempre più svolgere meglio di ogni essere umano, e di cui l’essere umano non potrebbe essere altro che un suo funzionario. In tal senso, solo l’inutile ci può salvare.
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