«La novità del turismo è la crescita in bassa e media stagione: la direzione è giusta, va consolidata». Parla Rio

«L’Italia resta una destinazione forte, riconosciuta e competitiva sui mercati globali». A dirlo è Raffaele Rio, direttore generale di Demoskopika e autore del libro Il turismo non è un destino (Ed. FrancoAngeli, 31 euro), che ha citato i dati Istat del 2026 per spiegare i progressi del nostro Paese nel settore. C’è ancora del lavoro da fare, ma come ha precisato l’autore nel suo volume c’è anche bisogno della competitività vera, che «si misura sulla capacità di trasformare i flussi in ricchezza stabile, lavoro regolare, servizi migliori e valore che resta nei territori». Per dare dinamismo a questo ambito, come ha specificato Rio, tra le tante cose servono anche «investimenti in mobilità, accoglienza, formazione, digitalizzazione e filiere locali». Ma anche l’innovazione è altrettanto importante nell’ambito turistico: «L’intelligenza artificiale e le innovazioni tecnologiche possono essere molto utili. Ma non sono neutre. Nel libro scrivo chiaramente che, se non governata, l’intelligenza artificiale rischia di amplificare le distorsioni esistenti: può standardizzare l’offerta, concentrare ancora di più i flussi e rafforzare il potere delle piattaforme. Lasciare a queste ultime la regia significa accettare che una parte delle scelte sul turismo si decida altrove».
Il 2026 si apre con numeri in forte crescita per il turismo italiano: che cosa ci dicono davvero questi dati?
«I numeri Istat restituiscono un segnale molto chiaro: il 2026 parte meglio del 2025. Nei primi quattro mesi dell’anno gli arrivi passano da circa 30,9 a 35,7 milioni, con una crescita di quasi il 16%, mentre le presenze salgono da 91,5 a 107,8 milioni, pari a un +18%. Non è un segnale episodico: ogni mese del 2026 supera il corrispondente mese dell’anno precedente, con aprile che fa da traino. A spingere di più è il turismo internazionale. Le presenze straniere aumentano del 25%, contro il +9% di quelle italiane. La quota estera sul totale delle presenze sale così dal 54,4% al 57,7%. È la conferma che l’Italia resta una destinazione forte, riconosciuta e competitiva sui mercati globali. Il punto critico, però, resta la stagionalità. Nel 2025 luglio e agosto hanno concentrato circa un terzo dell’intero movimento turistico annuale. Questo significa che il Paese continua ad avere un turismo molto potente, ma ancora troppo compresso in pochi mesi e in poche aree. La novità positiva è che la crescita più robusta arriva proprio nei mesi di bassa e media stagione. È qui che si vede il primo effetto della destagionalizzazione. Non siamo ancora alla soluzione del problema, ma la direzione è quella giusta. Il turismo, come sostengo nel libro, non è destino. Non va subito, va governato. La crescita è una grande opportunità, ma deve essere accompagnata da programmazione, qualità dell’offerta, mobilità efficiente, servizi adeguati, formazione e promozione mirata. La vera sfida non è fare più numeri, ma costruire un turismo meglio distribuito, più sostenibile e più utile ai territori».
Nel libro lei sostiene che, in assenza di pianificazione strategica, il turismo rischia di diventare ostaggio di quattro forze che producono distorsioni nei territori. Quali sono queste forze e perché vanno governate?
«Il punto centrale del libro è che il turismo non produce distorsioni perché cresce. Le produce quando cresce senza una regia. In assenza di pianificazione strategica, il settore finisce sotto la spinta di quattro forze che orientano il mercato più delle scelte pubbliche. La prima è economica: quando la domanda aumenta e l’offerta resta rigida, crescono i prezzi, la rendita prende il sopravvento e il valore rischia di concentrarsi in poche mani. La seconda è tecnologica: piattaforme, algoritmi e sistemi di reputazione decidono sempre di più cosa è visibile e dove si concentra la domanda. Sono strumenti utili, ma se non governati possono amplificare gli squilibri. La terza è sistemica: un comparto vasto e frammentato, fatto di migliaia di operatori e milioni di transazioni, può diventare più esposto ad abusivismo, evasione, lavoro irregolare e infiltrazioni criminali. La quarta è culturale e politica: l’idea che il turismo si possa gestire con iniziative isolate, promozione e buon senso. Non basta. Servono competenze, dati, regole e una visione capace di tenere insieme crescita, qualità e sostenibilità. Quando queste forze non vengono governate, gli effetti diventano concreti: sovraffollamento turistico, caro-prezzi, marginalizzazione delle aree interne, affitti brevi fuori controllo, infiltrazione criminale e rendita delle piattaforme digitali. Tradotto in valore economico, significa una mancata crescita stabile stimata in 12,6 miliardi di euro l’anno, pari allo 0,6% del Pil. Per questo la risposta non è fermare il turismo, ma riportarlo dentro una strategia: obiettivi misurabili, dati per anticipare le pressioni, più capacità decisionale alle destinazioni e più valore che resta nei territori».
Che fare per risultare più competitivi nel settore?
«Per essere più competitivi dobbiamo smettere di misurare il turismo solo con arrivi e presenze. La competitività vera si misura sulla capacità di trasformare i flussi in ricchezza stabile, lavoro regolare, servizi migliori e valore che resta nei territori. La prima leva è la qualità dell’offerta: patrimonio, paesaggio e bellezza non bastano se non diventano esperienze accessibili, organizzate e sostenibili. Servono investimenti in mobilità, accoglienza, formazione, digitalizzazione e filiere locali. La seconda leva è la governance. Nel libro propongo una control room nazionale, una sorta di “meteo del turismo”, capace di leggere i dati, anticipare i picchi e aiutare le destinazioni a intervenire prima che le pressioni diventino emergenze. Accanto a questo servono strumenti concreti: soglie misurabili per le aree più esposte, Dmo (Destination Management Organization, ndr) con poteri reali, patti territoriali tra istituzioni e imprese, fiscalità di scopo per reinvestire parte della ricchezza turistica in casa, trasporti, servizi, lavoro di qualità e tutela della residenza. Infine, va diversificata l’offerta. Non solo grandi città d’arte e mete mature, ma anche borghi, aree interne, cammini, turismo lento, enogastronomia, montagna, mare e aree rurali. È così che si allunga la stagione, si alleggeriscono le destinazioni sature e si distribuisce meglio il valore. Essere competitivi, in sintesi, significa governare il cambiamento: più qualità, più innovazione, più legalità e più capacità di trattenere nei territori la ricchezza generata dal turismo».
L’intelligenza artificiale e le innovazioni tecnologiche possono esserci utili?
«Sì, l’intelligenza artificiale e le innovazioni tecnologiche possono essere molto utili. Ma non sono neutre. Nel libro scrivo chiaramente che, se non governata, l’intelligenza artificiale rischia di amplificare le distorsioni esistenti: può standardizzare l’offerta, concentrare ancora di più i flussi e rafforzare il potere delle piattaforme. Lasciare a queste ultime la regia significa accettare che una parte delle scelte sul turismo si decida altrove. La stessa tecnologia, però, se inserita in una strategia pubblica, può diventare una risorsa straordinaria. Può aiutare a leggere i flussi in tempo reale, costruire modelli predittivi, simulare scenari, anticipare le pressioni critiche su mobilità, servizi, alloggi e spazi urbani. In sostanza, può trasformare la gestione del turismo da reattiva a preventiva. Il punto, quindi, non è usare più tecnologia in modo generico. Il punto è chi la governa e per quali obiettivi. Servono trasparenza degli algoritmi, controllo umano delle decisioni, tutela dei dati personali e finalità pubbliche chiare: sostenibilità, qualità, redistribuzione del valore, equilibrio tra visitatori e residenti. Governare con i dati, dunque, non significa delegare alle macchine, ma rafforzare la capacità umana e politica di decidere meglio. La differenza non è tecnologica, ma politica: chi controlla gli strumenti di previsione controlla anche le decisioni implicite sul territorio. Per questo l’intelligenza artificiale può essere decisiva solo se diventa uno strumento al servizio delle destinazioni, non un meccanismo che le sostituisce».
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