La politica ha bisogno della scienza, ma teme la sua incertezza

28 Maggio 2026 - 05:07
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La politica ha bisogno della scienza, ma teme la sua incertezza

L’expertise scientifica è necessaria per immaginare il futuro e per affrontare le sfide della contemporaneità. E, poiché i decisori politici hanno responsabilità di policy making per costruire il futuro e, come si suol dire, nessuno nasce imparato, è evidente che anche loro hanno bisogno di essere guidati da figure tecniche per comprendere lo stato di avanzamento delle scienze, identificare le priorità, individuare i centri di eccellenza e i bisogni da colmare, così da comprendere a fondo i rischi e le alternative, le conseguenze delle decisioni di fare o non fare, i potenziali effetti collaterali, e stimare a ragion veduta costi e possibili impatti. Un tassello importante nel nostro ragionamento ha a che fare con i modi in cui i governi entrano in relazione con la comunità scientifica e si fanno consigliare. Più che consulenti nella realizzazione di business plan, gli scienziati appaiono – anche per la politica – come degli alleati, in uno sforzo immaginativo e nella costruzione di scenari. D’altra parte gli scienziati sono «utili» ai politici per legittimare l’azione legislativa e le scelte di allocazione delle risorse, e il loro valore sta non solo nella qualità e complementarità delle conoscenze di cui sono portatori, ma nella bontà dell’approccio scientifico come postura rispetto alle questioni contemporanee.

Qui però sta il punto: la specificità della scienza sta nella capacità immaginifica e di testare ipotesi, nella consapevolezza che le ipotesi possono essere confutate e nella ricerca di un consenso fra pari argomentato attraverso un metodo condiviso. D’altro canto, anche la politica cerca consenso, ma i suoi interlocutori portano con sé punti di vista, metodi, livelli di consapevolezza molto diversi fra loro e il grado di disclosure sulle ragioni che li portano a difendere i propri punti di vista è molto basso. Il punto critico sta nell’accettazione da parte della politica dell’incertezza e nella disponibilità di riconoscerla davanti a terzi, fuori dalle comunità scientifiche. Non solo, l’incertezza scientifica non è eccezione ma norma, e nei rapporti fra scienza e politica questa incertezza si traduce nella capacità di valutare e soppesare rischi di varia natura.

Purtroppo è difficile, in assenza di fiducia e di abitudine alla frequentazione reciproca, incorporare l’incertezza nella comunicazione politica; e, come abbiamo visto durante la pandemia, la decisione da parte delle autorità di privilegiare una comunicazione enfatica o rassicurante rispetto alla più difficile scelta di spiegare l’incertezza in modo comprensibile ma corretto ha contribuito involontariamente al proliferare di teorie complottiste e ad aumentare il livello collettivo di preoccupazione in un momento in cui era richiesto uno sforzo collettivo di grande fiducia nei confronti delle comunità scientifiche.

Un’altra area di delicatezza nei rapporti fra scienza e politica è rappresentata dalla variabile tempo. Lo sviluppo di una teoria richiede tempo, necessario a elaborare ipotesi, raccogliere evidenza e contestualizzare i risultati nel corpus delle conoscenze disponibili, come premessa per farli accettare e validare; la politica, per contro, ha tempi di attenzione e reazione brevi e intensi. Inoltre, se alla politica va dato atto della necessità di incorporare nelle proprie decisioni non solo il punto di vista della scienza, ma anche quello di diversi portatori di interesse, alle comunità scientifiche va raccomandata la necessità di operare uno sforzo (ci torneremo nei capitoli successivi) non solo per comunicare di più e in modo da mettersi nei panni dell’ascoltatore, ma anche per riconoscere e correggere una serie di pregiudizi implicitamente incorporati

nelle pratiche di ricerca – pregiudizi che devono essere affrontati per meglio accompagnare le traiettorie di sviluppo e ridurre i rischi di «rigetto». L’avvento dei sistemi di IA a sostegno dell’attività di ricerca e in particolare la loro capacità di processare elevatissime moli di informazioni in pochissimo tempo potenzialmente esasperano i pregiudizi nei confronti della «scienza oscura».

Paola Dubini: Scienza e politica hanno quindi bisogno l’una dell’altra. Ma in che modo possono collaborare proficuamente? Una prima risposta è stata data da un documento redatto al termine della seconda guerra mondiale per il presidente Roosevelt che aveva chiesto al suo consigliere scientifico come il governo avrebbe potuto sfruttare al meglio lo sforzo compiuto durante la guerra e tradurlo in ritorno in tempo di pace.

Il documento suggeriva di elaborare una politica della scienza chiara, di medio periodo e coerente negli anni. Il modello di riorganizzazione della ricerca nel mondo anglosassone che ne è seguito ha portato alla creazione di agenzie di ricerca, spesso costose, controllate dallo Stato e in connessione con il mondo universitario. Questo tipo di organizzazione ha determinato l’ingresso massiccio di interessi commerciali che hanno stimolato strategie di collaborazione con l’industria da parte dello Stato da un lato e dell’accademia dall’altro.

Un’altra questione ha a che fare con il reciproco riconoscimento dei ruoli: certamente la scienza deve agire in autonomia, ma in un regime democratico nessuno è esente da controlli. E, d’altra parte, la responsabilità di tradurre le evidenze scientifiche in politiche rimane in capo allo Stato, che spesso mostra nei confronti della scienza un approccio tecnocratico: la scienza porge la verità al potere, che la presenta/impone ai cittadini in atteggiamento colluso con l’industria.

Non stupisce che un simile approccio stimoli in parte dell’opinione pubblica accuse di dittatura della scienza e atteggiamenti di rigetto.

Il rapporto tecnocratico non sembra essere più sufficiente in un contesto complesso come l’attuale, in cui in molti paesi la fiducia dei cittadini nei confronti dei governi è bassa, il potere contrattuale di molti Stati nei confronti delle grandi multinazionali è limitato, c’è poca trasparenza riguardo ai processi di produzione della scienza e ai suoi rapporti con l’industria, e il controllo delle fonti informative da parte dei governi è relativo, anche se è sempre più evidente che il dominio delle tecnoscienze è un importantissimo strumento di potere. Il contesto (sociale, economico, tecnico e politico) muta inoltre con grande velocità e su innumerevoli fronti, e come tale genera rapidamente rinnovati scenari qualitativi, imponendo di distinguere fra innovazione (le invenzioni tecniche), sviluppo (ponendo massima attenzione alle risorse, in termini sia di disponibilità sia di redistribuzione dopo i processi produttivi) e progresso (rispettando la centralità fondamentale della persona umana – come individuo e come collettività – ). Si rende dunque necessario inserire la società nel nostro ragionamento e riflettere a come renderla attore attivo nelle decisioni che riguardano la scienza.

Tratto da “Scienza è cultura” (Egea) di Paola Dubini e Fiorenzo Galli, 16,50€, 144 pagine.

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