La Rete che non c'è ancora: 10 miliardi di euro per fare l'Italia protagonista dell'AI

2 Giugnoe 2026 - 10:40
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lentepubblica.it

Un progetto da circa 10 miliardi di euro ha come obiettivo quello di traformare l’Italia in una protagonista dell’AI in Europa e nel Mondo. Ma a che punto siamo? Quanto manca ancora per essere al passo?


Immaginiamo un medico di pronto soccorso che, in piena emergenza, deve aspettare dieci secondi prima che il sistema di supporto diagnostico basato sull’AI gli restituisca un responso. Dieci secondi che, in determinate circostanze, possono fare la differenza tra la vita e la morte. Oppure pensiamo a una fabbrica automatizzata in cui un robot smette di rispondere ai comandi perché il segnale deve viaggiare fino a un server negli Stati Uniti e tornare indietro. Non sono scenari fantascientifici, bensì i rischi concreti che l’Italia corre ogni giorno che passa senza un’infrastruttura digitale all’altezza della sfida dell’intelligenza artificiale.

Per rispondere a questa urgenza, un documento già sul tavolo del Dipartimento per la Trasformazione Digitale di Palazzo Chigi delinea un nuovo piano, la Next Generation Edge Network, conosciuta anche come Ngen. Un progetto da circa 10 miliardi di euro che potrebbe ridisegnare radicalmente il modo in cui i dati vengono elaborati, custoditi e distribuiti sul territorio nazionale.

Un’eredità industriale da trasformare in risorsa strategica

Per capire la portata di questa operazione, occorre fare un passo indietro. A fine anni ‘90, Telecom Italia costruì il cosiddetto T-Bone, una dorsale in fibra ottica ad alta velocità che rappresentò allora una scommessa vincente sulla modernità del Paese. Sono trascorsi 25 anni e il mondo digitale è cambiato totalmente.

Nel frattempo, l’Italia ha percorso una strada tutt’altro che lineare nella costruzione della banda ultralarga. Il primo Piano strategico in materia fu approvato dal Consiglio dei Ministri nel marzo 2015, durante il governo Renzi, dando vita a Open Fiber e avviando la copertura delle cosiddette aree bianche, escluse da qualsiasi investimento privato. Poi è arrivato il Piano Italia a 1 Giga, inserito nel PNRR, con i bandi del 2022 assegnati a Open Fiber e a Tim – la cui rete è oggi gestita da Fibercop dopo la cessione. Nessuno dei due percorsi si è concluso senza intoppi: il governo Meloni ha dovuto stralciare circa 700.000 civici dagli obiettivi di copertura per evitare una procedura d’infrazione europea.

Dati sovrani o dati in affitto?

Al centro della proposta Ngen c’è la questione della sovranità del dato. Senza infrastrutture nazionali adeguate, l’intelligenza artificiale rischia di diventare per l’Italia ciò che il petrolio è stato per i Paesi privi di giacimenti, ovvero una risorsa vitale, ma totalmente dipendente dall’estero. Affidarsi a server collocati oltreoceano significa accettare latenze elevate, costi crescenti e, soprattutto, rinunciare al controllo su informazioni sensibili che riguardano cittadini, imprese e Pubbliche amministrazioni.

Il modello distribuito come risposta strutturale

La soluzione proposta dalla Ngen è quella dell’edge computing distribuito: invece di concentrare la capacità elaborativa in pochi grandi hub centrali, si punta a portare il calcolo il più vicino possibile al luogo in cui i dati vengono generati. La chiave per realizzarlo in tempi ragionevoli sta nel riutilizzo intelligente di un patrimonio già esistente, ossia le migliaia di centrali telefoniche disseminate su tutto il territorio nazionale.

Fibercop, che gestisce circa 10.500 centrali, ha già elaborato una strategia complementare: nell’ambito dello spegnimento progressivo della vecchia rete in rame, intende convertire i siti ancora vitali – circa 3.700 centrali core – in moderni nodi Edge. Tra questi, si punta alla realizzazione di circa 110 data center di prossimità nelle aree adiacenti ai principali distretti industriali del Paese.

200 nodi di calcolo

In particolare, il piano Ngen prevede la creazione di 200 mini data center distribuiti sul territorio, ciascuno con una capacità di 6 megawatt, per un totale destinato a crescere significativamente rispetto agli attuali 170 impianti presenti in Italia, che oggi coprono complessivamente appena mezzo gigawatt di potenza. Entro il 2030, la domanda energetica legata ai soli data center dovrebbe raggiungere 1,4 gigawatt, con un incremento di 900 megawatt rispetto ai livelli odierni. Ogni nodo occuperà circa 400 metri quadrati all’interno di centrali telefoniche già dotate di allacci elettrici e connettività in fibra, riducendo al minimo i tempi burocratici legati alle autorizzazioni per il consumo di suolo e abbattendo l’impatto ambientale rispetto alla costruzione da zero.

Quando la velocità di risposta diventa un fattore abilitante

Tuttavia, questo ambizioso progetto non può prescindere dalla realizzazione di una dorsale ottica di nuova generazione che colleghi i nodi tra loro e con i data center regionali e nazionali di classe superiore. La bassa latenza – ossia la capacità di scambiare dati in modo quasi istantaneo – non è un mero dettaglio tecnico, ma la condizione necessaria perché l’AI funzioni davvero in contesti critici, come la robotica industriale, la diagnostica medica, la guida autonoma o la sicurezza predittiva.

Dei 10 miliardi complessivi necessari, 5 dovrebbero provenire da fondi pubblici, tra risorse nazionali ancora da stanziare e fondi europei per la coesione territoriale. La restante metà è attesa dai privati, con operatori come Inwit – già in trattativa per acquisire centrali e data center di WindTre per circa 100 milioni di euro – pronti a muoversi nella stessa direzione.

La domanda da porsi però è se si riuscirà a realizzare tutto questo nei tempi previsti. Il termine infatti è il 2030, ma l’impostazione del progetto offre qualche ragione di ottimismo in più rispetto ai piani precedenti.

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