La Russia in Europa passa dal sabotaggio “a chiamata” a reti professionali

Per anni, in Europa, le operazioni di sabotaggio attribuite alla Russia hanno avuto spesso il volto di figure improvvisate: piccoli criminali, simpatizzanti radicalizzati, giovani reclutati online per poche centinaia di euro, talvolta senza nemmeno comprendere davvero per conto di chi stessero agendo. Incendi dolosi, telecamere installate vicino a infrastrutture sensibili, atti vandalici, pacchi incendiari, fotografie di convogli militari o depositi logistici. Una sorta di mercato clandestino “a chiamata”, frammentato, economico e difficile da ricondurre direttamente a Mosca.
Ora però qualcosa starebbe cambiando. E il cambiamento preoccupa molto le intelligence europee.
Nel rapporto diffuso questa settimana dall’Agenzia per la sicurezza interna polacca, l’Abw, emerge una valutazione netta: i servizi russi starebbero progressivamente abbandonando il modello basato su reclute occasionali per passare a strutture più professionali, composte da soggetti con esperienza militare, criminale o paramilitare. Non più soltanto manovalanza reclutata via Telegram, ma vere e proprie cellule clandestine capaci di operare nel lungo periodo.
La Polonia è oggi uno dei principali osservatori europei della minaccia russa. È il grande retroterra logistico dell’Ucraina, il corridoio attraverso cui transitano armi, materiali e aiuti occidentali, oltre a essere uno dei Paesi Nato più esposti alla pressione di Mosca e Minsk. Non sorprende quindi che Varsavia abbia sviluppato una sensibilità particolare verso le campagne ibride del Cremlino.
I numeri contenuti nel rapporto colpiscono. Tra il 2024 e il 2025 l’Abw ha aperto 69 indagini per spionaggio: tante quante nei tre decenni precedenti, dal 1991 al 2023. Sessantadue persone sono state arrestate. Secondo i servizi polacchi, Russia e Bielorussia stanno conducendo contro il Paese una «guerra non dichiarata» fatta di sabotaggi, infiltrazioni, propaganda, operazioni psicologiche e raccolta di informazioni.
Ma il passaggio più significativo riguarda proprio l’evoluzione delle modalità operative russe. Fino a poco tempo fa, spiegano gli analisti polacchi, molte azioni erano affidate a individui reclutati in maniera estemporanea attraverso internet. Un sistema relativamente semplice: poco costoso, facilmente sostituibile e difficile da attribuire direttamente ai servizi di Mosca. Dopo l’espulsione di centinaia di diplomatici e spie russi dall’Europa seguita all’invasione dell’Ucraina, quel modello aveva consentito al Cremlino di continuare a operare sul continente pur con reti tradizionali molto indebolite.
Negli ultimi anni, inoltre, il lavoro dell’intelligence russa in Europa è diventato più complesso. La diffusione di strumenti di sorveglianza sempre più sofisticati – dal riconoscimento facciale all’analisi automatizzata dei dati di viaggio e delle comunicazioni – ha ridotto gli spazi di movimento tradizionali. Parallelamente, le espulsioni coordinate di funzionari russi operanti sotto copertura diplomatica hanno spezzato reti costruite in decenni di presenza sul continente. Anche per questo Mosca avrebbe progressivamente cercato nuove modalità operative: meno dipendenti dalle ambasciate e più basate su intermediari criminali, reclute locali e strutture difficili da collegare direttamente allo Stato russo.
Adesso infatti la Russia starebbe puntando su qualcosa di diverso. Il rapporto parla di «strutture chiuse della criminalità organizzata» e di una crescente «professionalizzazione» delle attività di sabotaggio. In altre parole, Mosca cercherebbe figure più affidabili, addestrate e capaci di gestire operazioni più sofisticate. Ex militari, ex poliziotti, mercenari o soggetti provenienti da ambienti criminali diventano così risorse preziose: persone abituate alla clandestinità, alla violenza e alle tecniche di sorveglianza.
È un salto di qualità importante. E ricorda dinamiche già viste nello spazio post-sovietico, dove per anni apparati di sicurezza, gruppi criminali e reti paramilitari hanno convissuto in un’area grigia difficile da separare nettamente. La guerra in Ucraina sembra aver accelerato questo processo anche verso l’Europa occidentale.
L’aspetto forse più inquietante del documento polacco è però un altro. Secondo l’Abw, i servizi russi avrebbero ormai accettato la possibilità che le loro operazioni provochino vittime civili. È una formulazione molto dura nel linguaggio delle intelligence europee, tradizionalmente prudenti nelle dichiarazioni pubbliche. Significa che Varsavia ritiene possibile un ulteriore innalzamento del livello dello scontro clandestino. Non si parla più soltanto di propaganda o disinformazione online. La preoccupazione riguarda soprattutto infrastrutture fisiche: ferrovie, depositi, reti energetiche, centri logistici, comunicazioni. Obiettivi considerati strategici nel sostegno occidentale all’Ucraina.
In questo quadro va letto anche quanto accaduto in Polonia nel novembre scorso, quando esplosioni e guasti su una linea ferroviaria utilizzata per i rifornimenti diretti a Kyjiv colpirono due treni, tra cui uno passeggeri. Il premier Donald Tusk parlò di «atto di sabotaggio senza precedenti». Non ci furono vittime, ma il messaggio fu chiaro: la guerra sotto la soglia del conflitto aperto può colpire il cuore dell’Europa.
Da tempo governi e servizi occidentali denunciano una crescita delle campagne ibride russe: incendi dolosi in magazzini e centri commerciali, interferenze informatiche, campagne di influenza, danneggiamenti di cavi sottomarini, operazioni contro infrastrutture strategiche. Quello che emerge oggi dal rapporto polacco è però un elemento ulteriore: la trasformazione di queste attività da azioni disperse e opportunistiche a operazioni più coordinate e strutturate. È il segnale che la competizione tra Russia ed Europa sta entrando in una fase diversa. Più opaca, più persistente e potenzialmente più pericolosa.
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