Trump politicizza l’antiterrorismo per attaccare l’Europa, ma dimentica l’estrema destra

08 Maggio 2026 - 05:04
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Trump politicizza l’antiterrorismo per attaccare l’Europa, ma dimentica l’estrema destra

La nuova strategia antiterrorismo dell’amministrazione Trump non è soltanto un aggiornamento delle priorità di sicurezza nazionale statunitensi. È soprattutto un documento politico e ideologico che ridefinisce il modo in cui Washington interpreta le minacce contemporanee. E lo fa attraverso due scelte molto nette: il quasi totale silenzio sull’estremismo di destra e una critica esplicita all’Europa e alle sue politiche migratorie.

Pubblicata giovedì dalla Casa Bianca, la strategia segna una rottura evidente con l’impostazione adottata dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021 e con le strategie dell’amministrazione Biden, che avevano individuato nell’estremismo suprematista bianco e nei movimenti antigovernativi una delle principali minacce interne agli Stati Uniti. Nel nuovo documento, invece, il baricentro cambia radicalmente. Le priorità diventano i cartelli della droga, le bande criminali transnazionali, l’immigrazione irregolare, gli «estremisti violenti di sinistra» e le reti ibride sostenute, direttamente o indirettamente, da potenze rivali come Iran, Cina e Russia. L’assenza di riferimenti al terrorismo dell’estrema destra non sembra casuale. Il testo evita quasi completamente categorie che negli ultimi anni erano diventate centrali nel dibattito sulla sicurezza interna americana, come suprematismo bianco, milizie antigovernative o radicalizzazione dell’estrema destra. Una scelta che riflette la volontà politica dell’amministrazione Trump di allontanarsi dall’approccio adottato dopo il 2021 e di ridefinire il concetto stesso di minaccia interna.

In compenso, la strategia dedica ampio spazio agli «estremisti violenti di sinistra», agli ambienti anarchici e ai fenomeni di disordine urbano. Il linguaggio utilizzato appare fortemente ideologico e in diversi passaggi riecheggia i temi della campagna elettorale trumpiana, fondati sull’idea di un’America assediata tanto da minacce esterne quanto da destabilizzazioni interne. Ma uno degli elementi più sorprendenti del documento riguarda l’Europa. La strategia riprende infatti il controverso concetto di «erosione della civiltà europea», già apparso nella Strategia di sicurezza nazionale pubblicata l’anno scorso, sostenendo che una «migrazione di massa incontrollata» starebbe conducendo il continente verso un «declino volontario» e indebolendo le capacità di contrasto al terrorismo. È un passaggio molto significativo perché introduce nel linguaggio della sicurezza nazionale categorie identitarie e culturali che finora erano rimaste ai margini dei documenti strategici ufficiali statunitensi. Il legame tra immigrazione, terrorismo e declino della civiltà occidentale richiama infatti narrazioni diffuse da anni negli ambienti nazionalisti e sovranisti sia americani sia europei.

Sul piano strategico, la nuova dottrina americana compie però anche una trasformazione più profonda. Il terrorismo non viene più trattato come un fenomeno separato, distinto dalla criminalità organizzata o dalla competizione geopolitica tra grandi potenze. Al contrario, il documento fonde in un’unica cornice terrorismo, narcotraffico, bande criminali, conflitti informatici, destabilizzazione migratoria e azione indiretta di Stati ostili. In questa visione, i cartelli messicani e le organizzazioni criminali latinoamericane cessano di essere considerati semplici gruppi criminali e vengono descritti come strutture quasi insurrezionali, capaci di destabilizzare governi, controllare territori, corrompere istituzioni e minacciare direttamente la sicurezza nazionale americana. Non è un caso che l’America Latina diventi il nuovo centro geografico della strategia antiterrorismo statunitense. Dopo oltre vent’anni dominati dalla lotta al jihadismo in Medio Oriente e Asia meridionale, Washington sembra voler riportare l’attenzione sull’emisfero occidentale, trasformando la sicurezza regionale in una priorità strategica.

Anche gli strumenti operativi cambiano. La strategia normalizza l’uso permanente di misure un tempo considerate eccezionali: operazioni coperte, attacchi informatici offensivi, sanzioni economiche, eliminazioni mirate, designazione dei cartelli come organizzazioni terroristiche straniere e integrazione sempre più stretta tra apparati militari, intelligence e forze di polizia. Riemerge persino la logica “individuare, colpire, eliminare” tipica della stagione successiva all’11 settembre, ma adattata a bersagli diversi: non più soltanto gruppi jihadisti, bensì reti criminali, facilitatori logistici, trafficanti e organizzazioni ibride attive nelle Americhe.

Per gli alleati europei, il messaggio è duplice. Da un lato, Washington chiede una cooperazione più aggressiva contro traffici, immigrazione irregolare e reti criminali. Dall’altro, critica apertamente l’approccio europeo alla sicurezza e alla gestione delle frontiere, giudicato troppo permissivo e incapace di difendere la sovranità nazionale.

Più che una semplice strategia antiterrorismo, il documento appare quindi come una nuova dottrina di sicurezza nazionale fondata sulla convergenza delle minacce. Una visione nella quale terrorismo, criminalità organizzata, migrazioni e competizione geopolitica vengono trattati come parti di un unico ecosistema di instabilità globale. Ed è proprio questa fusione tra sicurezza interna, politica identitaria e competizione strategica internazionale a rappresentare forse la vera eredità della nuova strategia di Trump.

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