La sinistra candida un altro naufrago della militanza: dopo Rackete e Salis, anche il leader della Flotilla punta alla poltrona

La Flotilla come traghetto elettorale. Partenza per Gaza, fermata davanti alle telecamere e capolinea in Parlamento. Thiago Ávila, attivista brasiliano e volto delle spedizioni via mare contro Israele, ha deciso di candidarsi alla Camera nello Stato di San Paolo, dove si voterà il 4 ottobre. Evidentemente ha studiato le rotte dei compagni di viaggio Carola Rackete e Ilaria Salis, specialiste nel trasformare una missione militante o una vicenda giudiziaria in un biglietto elettorale. Così, dopo tante notti trascorse sulle scomode cuccette di una barca a vela, anche lui deve aver concluso che è arrivato il momento di puntare a una poltrona vera.
Avs in salsa amazzonica
Ávila correrà nel “cartello” formato dal Psol, Partito socialismo e libertà, e da Rede sustentabilidade: una specie di Alleanza Verdi e Sinistra in salsa amazzonica. Stesso repertorio, altro continente. Al posto dei sassi dell’Adige di Bonelli c’è la foresta pluviale, ma il metodo resta familiare: si prende un attivista trasformato in simbolo, lo si carica sulle liste e si spera che l’indignazione faccia il resto.
Il candidato, 39 anni, non arriva alla politica esattamente in punta di piedi. È stato fermato dopo le iniziative della Flotilla, arrestato in due occasioni dalle autorità israeliane e bloccato anche a Panama. Israele lo accusa di rapporti sospetti con ambienti vicini ad Hamas, circostanza che lui contesta. Nel suo curriculum militante figurano inoltre la partecipazione ai funerali di Hassan Nasrallah e parole di ammirazione per Leila Khaled, protagonista di due dirottamenti aerei tra il 1969 e il 1970. In ultimo ma non meno importante, l’accusa di abusi sessuali avanzata dagli stessi flotilleros, sulla quale però aleggia ancora il mistero. Insomma, non proprio il profilo moderato da Commissione Bilancio.
La chiamata dello scranno
Sul sito utilizzato per raccogliere fondi, Ávila racconta di aver inizialmente respinto diverse offerte di candidatura, preferendo restare concentrato sulle «missioni internazionali». Poi, improvvisamente, la situazione sarebbe cambiata: maggiori rischi personali, nuove responsabilità verso la famiglia e l’esigenza di impegnarsi direttamente nelle istituzioni.
La folgorazione parlamentare è arrivata in mare aperto. C’è chi potrebbe pensare che un mandato elettivo, con relative garanzie, renda più agevoli le future traversate. Naturalmente sarebbe malizioso sostenerlo. Resta però la rapidità della conversione: fino a poche settimane prima la politica non era la sua strada, subito dopo è diventata un dovere inderogabile. Anche perché Ávila non è precisamente un esordiente. Già nel 2022 aveva tentato la corsa alla Camera. L’immagine dell’attivista riluttante, trascinato verso le istituzioni dalle richieste del popolo, perde quindi un po’ del suo fascino. Più che una chiamata improvvisa, sembra il secondo episodio di una serie già avviata.
Da Rackete a Salis, il metodo è collaudato
Il copione, del resto, è noto. Carola Rackete è passata dalle operazioni nel Mediterraneo all’europarlamento con The Left. Ilaria Salis, detenuta in Ungheria e candidata da Avs, è approdata a Bruxelles trasformando il processo in campagna elettorale. Ora tocca ad Ávila: dalla tolda della Flotilla alla scheda elettorale, senza neppure dover cambiare slogan.
La sinistra contemporanea sembra aver definitivamente rinunciato alla vecchia scuola di partito. Niente sezioni, amministrazione locale o anni di gavetta: basta un arresto, una vicenda internazionale, possibilmente una barchetta a vela e un buon seguito sui social. Il curriculum viene dopo, la candidatura prima.
Ora manca soltanto Albanese
Come ha scritto su Libero l’editorialista Alessandro Gonzato, adesso manca soltanto Francesca Albanese. Una candidatura nel campo largo e la flotta parlamentare sarebbe quasi completa. Altro che rappresentanza politica: qui siamo alla continuità territoriale tra porti, tribunali e assemblee legislative.
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