L’Arcivescovo: «In Brasile come un mendicante della fede»

27 Luglio 2026 - 15:40
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L’Arcivescovo: «In Brasile come un mendicante della fede»
L'Arcivescovo in processione nella comunità San GiacomoL'Arcivescovo in processione nella comunità San Giacomo

Si può chiamare un “viaggio missionario”?

Nei saluti di diverse persone ritorna l’espressione piuttosto generica. Nei propositi e nei programmi di numerosi gruppi giovanili in questa estate è scritto, non senza un certo orgoglio, l’appuntamento preparato da mesi, non senza sacrifici, “esperienza missionaria”.

Mi domando da anni che cosa significa “missione”? Che cosa significa missionario?

Io parto per il Brasile. Passo alcuni giorni in ciascuna delle diocesi dove operano i preti ambrosiani fidei donum. Non so parlare la lingua dell’immenso paese. Porto qualche modesto ricordo di Milano. Porto le immaginette con la foto della Madonnina del Duomo, come una benedizione. Porto – si capisce – qualche prodotto tipico made in Italy. Ogni incontro con la gente sarà una celebrazione e un rapido saluto mediato da un interprete.

Non mi sento in missione. Non chiamerei questa visita “viaggio missionario”. Si tratta piuttosto di una occasione per esprimere stima, vicinanza, ammirazione, incoraggiamento ai preti della nostra diocesi che dedicano alcuni anni del loro ministero al servizio di altre Chiese e realtà ecclesiali, in diverse parti del mondo e anche in Italia. Forse neppure questo servizio si può chiamare propriamente “missionario”. Infatti, il nome proprio è fidei donum, cioè condivisione del dono della fede, tempo dedicato a “imparare a dire il Vangelo in un’altra lingua, in un’altra cultura”, ricevere il dono della fede nella testimonianza di altre tradizioni, di altre condizioni di vita.

Io non mi sento “missionario”, piuttosto un fratello che visita fratelli come un mendicante, perché ha bisogno di crescere nella persuasione che Gesù è il salvatore di tutti. Di tutti. Tutti.

Forse è quindi opportuno che i molti giovani che in estate compiono simili visite si sentano mendicanti di fede, piuttosto che “missionari”.

E intanto mi chiedo: dunque, che cosa si può propriamente chiamare “missionario”?

Messa conclusiva della visita nella comunità San Romualdo Nonato

Che cos’è la distanza?

Davanti alla carta geografica dello Stato dell’Amapà il vescovo Antonio mi descrive l’organizzazione e la presenza della Chiesa cattolica della diocesi di Macapà. La diocesi di Macapà coincide con lo Stato di Amapà.

Il vescovo Antonio fornisce i numeri delle distanze: da un punto all’altro della diocesi ci sono mille chilometri; oltre alla sede della parrocchia ci sono decine di comunità dentro la foresta, sulle isole della foce del Rio delle Amazzoni. Ecco: le distanze. Il desiderio di essere presenti per annunciare il Vangelo, celebrare la Messa, deve sfidare le distanze: non solo il numero dei chilometri, ma anche le vie di comunicazioni, cioè strade che la pioggia può rendere impraticabili, località che si possono raggiungere solo navigando il Rio. Ecco: le distanze. Preti, équipe pastorali, religiose, diaconi vivono il loro servizio al Vangelo con questa esperienza di sproporzione. Immagino che saranno messi alla prova dalla stanchezza, dallo scoraggiamento, dell’impressione dell’impotenza. Forse ci sono di quelli che si arrendono e si fermano.
Ecco: le distanze enormi che caratterizzano la vita della Chiesa in Brasile.

Che dire della nostra Chiesa? Le distanze sono modeste, le strade sono facili da percorrere, le comunicazioni possono essere immediate.Così vicini!
Spesso però sorge la domanda: quanta strada devo fare per raggiungere il cuore della gente? Quante lingue devo imparare per comprendere e farmi comprendere dai fratelli e sorelle che vivono in situazioni che non so neppure immaginare? Quanto sono distanti i giovani dalla Chiesa?
L’impressione della prossimità, dell’intesa facile, della comprensione e comunicazione immediata mi sembra una grande illusione.

Anche la Chiesa di Milano deve affrontare lunghe distanze per continuare la sua missione.

Che cosa dice il grande fiume?

Per raggiungere comunità sparse sulla riva del Rio delle Amazzoni si viaggia con la barca della parrocchia San Giuseppe. Non si attraversa il fiume immenso. Si naviga tra isole e braccia d’acqua che il grande fiume percorre per arrivare all’Oceano con la sua acqua colore del fango dentro rive color di smeraldo.

Capisco che l’enormità inarrestabile del grande fiume possa aver generato in mente pensose la persuasione che proprio l’acqua fosse il principio di tutte le cose. E capisco che il groviglio inestricabile della vegetazione che si vede dalla barca abbia scatenato l’immaginazione di gente predisposta all’enigma per raccontare di culture antiche e di tragedie e di insidie.

E mentre navigo sul grande fiume ho interrogato la corrente, le onde provocate dal vento dell’oceano, le risacche paludose e gli alberi della riva quasi inchinati alla potenza incalcolabile dell’acqua. Ho interrogato, ma non ho avuto risposta. Ho chiesto della storia e del dramma della vita e della morte nascosto nelle foreste. Ho chiesto della crudeltà dei conquistatori e delle umiliazioni dei poveri. Ma non ho avuto risposta. Forse perché non sono tanto dotato per le lingue e non conosco la lingua del fiume e delle foreste.

Ma, infine, mi sono reso conto che per trasformare l’immensità in meraviglia ci vuole un uomo, una donna; per convertire l’inestricabile in imbarazzo e la potenza delle acque in spavento ci vuole un uomo, una donna. Questo essere fragile, che un niente può eliminare, questo essere di cui si parla tanto male perché sarebbe un pericolo per il pianeta, è necessario perché tutto diventi segno, parola, senso.

E infatti; Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi? (Sal 8,4-5)

Come scrive Pascal: L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura; ma è una canna pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo: un vapore, una goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di chi lo uccide, dal momento che egli sa di morire e il vantaggio che l’universo ha su di lui; l’universo non sa nulla.

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