L’arma del diritto: come l’Ue vuole rendere il mercato europeo davvero unico
Contenuto tratto dal numero di aprile 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
Ovunque pericoli. La Cina, la Russia, da ultimo gli Stati Uniti, i nostri alleati (in teoria) che appiccano fuoco al Medio Oriente scatenando una crisi energetica senza precedenti. L’Unione europea ricorda in qualche modo l’Italia del 1500, quando i piccoli stati italiani non riuscirono a fare massa e per i successivi tre secoli furono vessati da paesi stranieri. Oggi l’economia che cresce poco non è più solo un fastidio: in un mondo di rivalità tra grandi potenze è diventata una debolezza esistenziale. Perché il denaro serve anche per difendersi, e ce ne sarà bisogno visto che Donald Trump è sempre più ostile verso di noi. “Codardi”, ha scritto sui social, furioso per la mancata collaborazione nella guerra contro l’Iran.
Secondo il Wall Street Journal, la Casa Bianca ha in mente diversi piani per punire la Nato. Questo è il momento più difficile che l’alleanza abbia mai affrontato, dicono gli analisti, secondo i quali l’opzione migliore è rafforzare il pilastro europeo. Non tanto per rimediare al disprezzo di Trump, quanto per prepararsi all’ipotesi — tutt’altro che remota — di doversi prendere carico della Nato se gli americani l’abbandonassero davvero. Il problema però è sempre lo stesso: ci vogliono molti soldi. I politici faticano a spiegare chiaramente come raggiungere gli aumenti di spesa concordati. Per questo provano a enfatizzare i potenziali vantaggi economici di budget militari più corposi. “Creeranno la nuova generazione di lavori buoni, sicuri e ben pagati”, si è impegnato a garantire Keir Starmer, il capo del governo progressista britannico.
Barriere europee
Ma ecco un altro problema: intanto che la Commissione europea promette “benefici per tutti”, il Fondo monetario internazionale (Fmi) avverte che le grandi ondate di spesa militare di solito non producono crescita duratura. Un balzo iniziale c’è senza dubbio, ma dopo vengono problemi fiscali e di inflazione. La Germania, in particolare, spera di uscire da anni di crescita stagnante proprio grazie a investimenti, finanziati a debito, su difesa e infrastrutture. L’Fmi consiglia all’Unione europea di fare acquisti comuni per massimizzare l’efficienza, evitando sprechi e doppioni – come mai l’Europa produce oltre una dozzina di modelli diversi di carro armato, mentre l’America soltanto uno?
È proprio sull’unità che si dovrebbe puntare. La diagnosi, condivisa un po’ da tutti, è che non si sfruttano abbastanza le risorse del mercato unico. Altro che i dazi di Trump: le barriere più pesanti sono quelle che l’Europa si impone da sola. Anche su questo l’Fmi è stato chiaro: le barriere al commercio tra paesi Ue equivalgono a un dazio del 44% sui beni, e addirittura a un prelievo del 110% sui servizi. Ridurre anche solo in parte questi ostacoli darebbe ossigeno al Pil che fatica. Il rapporto di Mario Draghi è stato spesso frainteso, con i media che rimarcavano il dato sugli investimenti da fare (800 miliardi, molti a debito), quando l’ex premier italiano spiegava che la cosa più importante per rilanciare l’Ue è far funzionare bene il suo mercato.
Che cos’è Eu Inc.
Merci, servizi e capitali. Il problema è che molte regole variano da paese a paese, e restano saldamente sotto il controllo degli stati. A pagare il prezzo più alto sono i servizi, proprio il settore in cui l’Europa sta perdendo terreno rispetto ad America e Cina, soprattutto nelle aree più innovative. Bruxelles prova da anni a uniformare le leggi, con risultati spesso limitati. Ora però, complice l’urgenza, potrebbe arrivare un cambio di approccio.
La Commissione europea ha presentato la proposta per una forma giuridica standardizzata valida per le imprese in tutta l’Ue, il cosiddetto 28esimo regime giuridico. Nella comunicazione ufficiale, Bruxelles ha scelto anche un nome commerciale: Eu Inc.
L’idea di base è semplice. Con il 28esimo regime, le imprese potrebbero optare per un quadro giuridico unico, in vigore in tutti i 27 stati membri, pensato per semplificare costituzione, espansione e accesso ai capitali. Niente più società ‘italiane’, ‘francesi’ o ‘tedesche’: solo Eu Inc. Il modello è il mercato statunitense, dove un insieme generalmente uniforme di regole favorisce economie di scala, crescita e innovazione.
Le paure dei sindacati
Se suona troppo facile, è perché in effetti lo è. Ce la faranno gli stati europei, gelosi della propria autonomia e a volte in competizione fra loro, a non fare la fine dell’Italia del 1500? I precedenti non sono molto incoraggianti. Nel 2004 Bruxelles ha tentato qualcosa di simile, la ‘Societas Europaea’, che però non ha mai davvero preso piede. Anche il 28esimo regime tocca nervi scoperti: vorrebbe sottrarre il controllo su competenze centrali, diritto del lavoro, fiscalità, diritto fallimentare, ambiti che gli stati non vogliono cedere perché politicamente sensibili. Ma oggi forse la pressione è sufficiente per costringere i governi ad agire. La spinta arriva da un’America più aggressiva e da una Cina che inonda i mercati con prodotti a basso costo.
Se non si trova un accordo, Ursula von der Leyen ha evocato la cooperazione rafforzata, il meccanismo che permette ad almeno nove paesi di andare avanti senza gli altri. I governi riluttanti non sono nemmeno l’ostacolo più pericoloso. Quali gli altri oppositori? I sindacati, ad esempio, temono che l’Eu Inc. diventi un grimaldello per aggirare le protezioni sul lavoro. Le imprese già affermate, dal canto loro, magari preferiscono il labirinto normativo attuale, perché ci hanno costruito vantaggi competitivi che non vogliono perdere.
La solita burocrazia
Gli esperti si dividono su due nodi: chi potrà usare il 28esimo regime e con quale strumento introdurlo. Il Jacques Delors Centre propone un accesso aperto a tutte le imprese, per evitare nuova burocrazia. Bruegel, un importante think tank di Bruxelles, è più prudente: meglio partire dalle startup innovative, altrimenti il progetto rischia di arenarsi sotto il peso dell’opposizione politica. Stesso scontro sulla forma: direttiva, più facile da approvare ma esposta al rischio di frammentazione (27 recepimenti diversi), oppure regolamento, uniforme e direttamente applicabile ma politicamente più invasivo per i governi nazionali.
La commissione ha scelto una strada netta — anche se non necessariamente la migliore. Ha proposto l’uso del regolamento e di aprire l’Eu Inc. a tutti, dalle startup alle grandi imprese. Così quello che doveva essere uno strumento mirato per l’innovazione diventa un veicolo societario generale. Il motivo, spiega chi sostiene la misura, è che definire per legge cosa sia un’impresa ‘innovativa’ avrebbe prodotto contenziosi e burocrazia. Non è un argomento campato in aria, ma il rischio è di aver allargato troppo il perimetro invece di costruire regole ad hoc. Il problema più serio, però, è un altro. Per tutto ciò che il regolamento non copre, continua a valere il diritto nazionale del paese in cui la società ha sede. Esattamente la frammentazione che si voleva superare. E poi resta irrisolta la questione scomoda delle tasse. Un regolamento può creare una forma societaria, ma non armonizzare le imposte, cosa che richiede l’unanimità di tutti i 27 al Consiglio, e su questo l’Europa si blocca da decenni.
Senza una dimensione fiscale coerente, il rischio è che il 28esimo regime resti più un esercizio giuridico che un vero motore di crescita. In fondo, il rafforzamento del mercato unico non è un enigma tecnico: significa mettere l’interesse europeo davanti a quello delle singole nazioni. Solo che questa volta il castello assediato non è Firenze o Milano, ma il benessere e la sicurezza di 450 milioni di persone. Come nel ‘500 italiano, tanti regni, poca massa critica. Machiavelli avrebbe molto su cui scrivere.
L’articolo L’arma del diritto: come l’Ue vuole rendere il mercato europeo davvero unico è tratto da Forbes Italia.
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