Lautaro dice tutto: "Inter e Argentina, non voglio perdermi nemmeno una partita. Qualcuno invece pensava al Mondiale..."
Intervista rilasciata in patria da parte del capitano nerazzurro, vittima di un infortunio alla coscia.
Una lunga intervista per Lautaro Martinez, rilasciata in Argentina. Il capitano dell'Inter, vittima di un infortunio che lo terrà fuori fin dopo la sosta di novembre, si è raccontato senza filtri, parlando della sua famiglia, dei sacrifici dei genitori, del legame con i nerazzirri, delle sofferenze vissute in Qatar: "Dico sempre che sono nato dentro uno spogliatoio, perché mio padre era un calciatore. Già quando avevamo tre o quattro anni, insieme a mio fratello, con cui ho dieci mesi di differenza, assistevamo agli allenamenti, alle riunioni tecniche e ai discorsi motivazionali. Mio padre era capitano delle squadre in cui giocava. Ci ha trasmesso quell'amore per il calcio.
"Tutto quello che ho imparato e vissuto direttamente fin da piccolo mi ha aiutato a sviluppare un enorme senso di responsabilità nei confronti dello sport, della disciplina e del lavoro. Ed è quello che ancora oggi cerco di trasmettere ai miei figli".
"Da piccolo giocavo difensore. Ho cominciato come mio padre, giocavo da libero. Poi, quando abbiamo iniziato a disputare partite vere, con i punti in palio, un allenatore mi ha spostato sulla fascia perché facevo la differenza in quella posizione. Quando sono arrivato al Racing ho cominciato a giocare più centralmente, da numero nove. Mi piaceva, come mi piace ancora oggi, abbassarmi per partecipare al gioco, ricevere il pallone e dialogare con i compagni.
"Quando giocavo in difesa ero uno che spazzava il pallone in avanti, mi buttavo spesso a terra. E in parte questa caratteristica mi è rimasta anche oggi. In quel periodo ho imparato tantissimo: ho imparato a difendere, a marcare. Sono cose che oggi tornano utili anche nel lavoro che dobbiamo fare noi attaccanti".
"Mia madre è sempre stata quella che si occupava di noi. Ha sempre lavorato nelle pulizie e si prendeva cura anche di una signora. Mio padre, in un periodo in cui economicamente stavamo molto male, oltre a giocare a calcio lavorava anche in una casa di riposo per anziani. Alla fine lo vedevamo soltanto la sera, a cena. Con mio fratello maggiore abbiamo vissuto il periodo peggiore della nostra famiglia. Da mangiare ne avevamo, ma non potevamo permetterci degli sfizi. Vivevamo in una casa che ci avevano prestato degli amici e pagavamo, se non ricordo male, soltanto 100 pesos di elettricità. Me lo ricordo perché è stato un periodo nel quale abbiamo sofferto davvero tanto. Ma è proprio in quei momenti che impari a dare il giusto valore alle cose, alla vita in generale e soprattutto ai valori umani: essere umili, responsabili, voler lavorare sempre e cercare di migliorarsi".
"All'epoca non ti rendevi conto di tutti gli sforzi che stavano facendo i tuoi genitori. Io dicevo: 'Papà, invece degli scarpini neri voglio quelli azzurri, quelli lucidi. Voglio questo, voglio quell'altro' E loro cercavano di accontentarci. Non sempre ci riuscivano, ma facevano di tutto. Compravano gli scarpini a rate, oppure con soldi prestati dagli amici. Sono tutte cose che ti fanno crescere".
"Oggi sono felice e orgoglioso di essere riuscito a realizzare il sogno di diventare calciatore professionista, quello che desideravo da bambino. E sono felice di poter aiutare la mia famiglia, anche se i miei genitori continuano a lavorare, ognuno nelle proprie attività. Nella nostra famiglia tutti hanno sempre avuto un grande senso di responsabilità verso il lavoro".
"Quando ho cominciato a frequentare il centro sportivo della Nazionale avevo 18 o 19 anni, nel periodo del debutto in prima squadra. Il primo torneo che ho giocato è stato quello dell'Alcudia, dove ho fatto molto bene.
Era il momento in cui le squadre europee avevano già cominciato a chiamarmi. Ma io desideravo continuare a giocare nel Racing, farmi un nome, costruire il mio percorso".
"La Coppa America del 2021 per me personalmente è stata durissima. Mia figlia era nata a febbraio. Quando siamo entrati in ritiro aveva due mesi e mezzo e quando sono tornato ne aveva quasi cinque.
È stato un momento difficile, perché quel tempo perduto, soprattutto con la mia prima figlia, nel momento in cui ero appena diventato padre, è stato pesante. Ma tutti noi abbiamo attraversato un periodo complicato. Anche il Dibu è diventato padre durante il ritiro, così come il Chino Martínez Quarta.
Abbiamo vissuto tutti un periodo difficile, ma riuscire a concluderlo vincendo un titolo dopo tantissimo tempo senza successi per l'Argentina è stato vita, gioia, felicità. Eravamo tutti orgogliosi di quello che avevamo fatto.
È stato durissimo, perché mentre il mondo era fermo noi continuavamo a giocare. Ci siamo assunti quella responsabilità e quello è stato il punto di partenza di tutto ciò che è arrivato dopo.
Stavamo costruendo qualcosa di bellissimo. Un gruppo che si difendeva dentro e fuori dal campo. C'era un'unione, un ambiente e un'energia molto positiva con tutte le persone che lavoravano con noi. Per me questo è fondamentale per ottenere risultati".
"Ne avevo parlato anche in un documentario e in un'intervista che avevo fatto con le persone del mio club, dell'Inter. Raccontavo un po' come sono fatto: non voglio perdere un allenamento, non voglio saltare nessuna partita.
In quel periodo c'erano tre o quattro compagni dell'Inter che avevano anche loro dei problemi fisici e pensavano più al Mondiale che al club.
Io invece sono diverso. Sono una persona fedele a chi mi apre le porte, a chi mi tratta in maniera incredibile. Sono responsabile nei confronti del mio lavoro, perché lo sento dentro di me.
In quel momento sentivo che non potevo abbandonare la nave, lasciare il club. E quindi ho continuato a giocare"
"Mi ricordo che al primo allenamento con la Nazionale, dopo il viaggio, abbiamo fatto un po' di mobilità e già non sentivo più la caviglia.
Allora parlai con l'allenatore e gli chiesi se potevo lasciarla riposare un po'. Quell'amichevole non la giocai.
Poi, quando è cominciato il Mondiale, già nella prima partita contro l'Arabia Saudita ho giocato con l'anestesia.
È successo anche dopo la seconda partita, ma dopo quella contro il Messico è diventato davvero difficile continuare. È normale, perché quando ti sottoponi alle infiltrazioni poi fai fatica persino a camminare la mattina. I primi cinque o sei passi, appena sveglio, erano da piangere per il dolore.
Vivevo con il ghiaccio nella mia stanza, cercando continuamente di sgonfiare la caviglia. Con le infiltrazioni si era gonfiata moltissimo. Era diventato molto difficile allenarmi, perché dovevo prima riuscire a far diminuire il gonfiore".
"Il Qatar è stato qualcosa di speciale per tutto quello che ho vissuto. Abbiamo alzato la Coppa del Mondo ed era quella la cosa più importante.
Poi è arrivata la Copa América. Venivo anche da una grandissima stagione con l'Inter: ero stato capocannoniere, miglior giocatore della stagione e avevamo vinto il campionato.
Arrivare alla Copa América in quelle condizioni mi ha dato grande tranquillità. Mentalmente stavo bene, mi ero preparato nel modo giusto.
E segnare nella finale è stata una ricompensa per tutto il lavoro che avevo fatto e per come mi ero preparato alla competizione.
In un'intervista avevo detto che era una rivincita, ma non la considero davvero così. Per me è stato un premio per tutti i sacrifici che faccio da quando ho messo piede per la prima volta nel centro sportivo della Nazionale".
"È stato un Mondiale molto intenso, davvero molto intenso. Tutte le partite sono state combattute fino alla fine.
Anche la gente si identificava moltissimo con noi, con questa squadra e con il percorso che abbiamo fatto.
Credo che questo Mondiale sia stato il riassunto perfetto di tutto quello che abbiamo costruito in questi anni.
Una squadra che si difende dentro e fuori dal campo, che non considera mai nulla perduto. Una squadra che si identifica con questi valori, con la propria gente e con la volontà di volere sempre di più.
Con un leader come Leo, che ci ha insegnato a non arrenderci, a cercare sempre qualcosa in più. E poi il Mondiale che ha giocato lui ha dimostrato ancora una volta che, ogni volta che indossa questa maglia, vuole sempre di più.
Anche se alla fine il risultato non è stato quello che volevamo, tutto quello che abbiamo vissuto è stato incredibile".
"Molti di noi erano arrivati in condizioni complicate. Io avevo avuto un infortunio al soleo che mi aveva tenuto fuori due mesi.
In quel momento parlai con il preparatore e gli dissi: 'Prof, io ho bisogno di giocare. Devo arrivare al Mondiale con delle partite nelle gambe, devo arrivarci con il ritmo partita'.
Anche quello è stato un rischio che ho deciso di assumermi. Ho giocato con il mio club fino all'ultima partita.
Come dicevo prima, ci siamo difesi a vicenda e abbiamo sempre trasmesso la migliore energia possibile a chi doveva scendere in campo, perché potesse fare bene".
"Penso che la partita contro l'Inghilterra ci abbia tolto tantissime energie. Davvero tantissime. Abbiamo dato tutto, anche quello che non avevamo.
E poi nella finale vedere giocatori come Nico, il Cuti, il Licha, che hanno dovuto lasciare il campo ma avevano già dato tutto. Come Gonzalo, Leo, Julián.
Potrei continuare a fare nomi, potrei nominarli tutti. Perché alla fine abbiamo lasciato tutto sul campo, anche quello che non avevamo.
Si vedeva: c'erano giocatori che non riuscivano quasi più a camminare, eppure continuavano a correre. E fino all'ultima azione abbiamo avuto la possibilità di vincere.
Per questo, quando si sentono certe teorie, dà fastidio. Dà fastidio proprio perché è evidente che abbiamo dato tutto. Ed è questo che ci lascia tranquilli.
L'avversario è stato superiore e tu hai lasciato il campo senza più energie. Prima o poi poteva succedere. Negli ultimi anni avevamo perso pochissimo.
Ricordo che l'allenatore, già in Qatar, ci aveva detto che prima o poi sarebbe arrivato il momento in cui avremmo perso.
E alla fine è successo in una finale. Fa male. Fa male il doppio. Ti lascia una ferita importante.
Ma la cosa più importante è rialzarsi e tornare ad avere voglia di competere, come abbiamo fatto durante tutti questi anni. Credo che siamo pronti e abbiamo tantissima voglia di continuare a competere ai massimi livelli, per portare l'Argentina il più in alto possibile".
"Davanti alle telecamere devi sicuramente comportarti in maniera diversa, perché alla fine è una partita di calcio e può succedere qualsiasi cosa.
Ma dentro di noi, ovviamente, non era una partita come le altre. Era una partita speciale.
Per tutta la storia che c'è dietro, ma anche perché volevamo tornare a giocare una finale del Mondiale.
La partita contro di loro, tutta la storia argentina, la storia delle Malvinas: erano tutti elementi che rendevano quell'incontro speciale.
Ma la cosa sulla quale insistevamo maggiormente era un'altra: vincere quella partita significava tornare a giocare una finale mondiale dopo tre anni e mezzo.
Alla fine siamo entrati in campo con qualcosa in più, con quell'energia positiva necessaria per disputare partite di questo tipo.
Abbiamo subito un gol, ma abbiamo continuato a gestire il pallone, a provarci e a fare quello che sappiamo fare.
È stato così fino all'ultimo secondo. Eravamo dentro la partita, eravamo uniti. E alla fine quella partita ci ha permesso di tornare a giocare una finale".
"Credo che nel primo tempo loro siano stati molto superiori. Anche fisicamente hanno fatto un po' la differenza.
Nel secondo tempo siamo entrati con un'altra mentalità e con un'idea di gioco diversa rispetto all'inizio.
Penso che anche i loro cambi abbiano modificato il modo in cui pressavano e giocavano. Questo ci ha favorito.
Abbiamo creato tantissime occasioni, ma il pallone non voleva entrare. I pali, le occasioni di Alexis e Nico González, i tiri da fuori di Enzo, i colpi di testa...
Sembrava non fosse la nostra giornata. Poi, alla fine, siamo riusciti a segnare due gol negli ultimi minuti della partita. È stata una gioia tripla".
La giocata di Messi nel primo tempo
"Era importante imporsi anche in quel modo. Far capire che, per vincere quella partita, avrebbero dovuto superarci sotto ogni aspetto.
Perché noi eravamo completamente coinvolti, totalmente impegnati per raggiungere l'obiettivo. Si vivevano così tante emozioni, così tante cose contemporaneamente, che a volte l'aspetto strettamente calcistico passava quasi in secondo piano".
"Era successo anche contro l'Egitto. Leo aveva capito che centralmente era impossibile giocare e si era allargato vicino alla linea laterale. E anche allora da quelle situazioni erano arrivati i gol.
Contro l'Inghilterra avevamo già creato occasioni con i cross per Nico González e Alexis. Sapevamo che la partita poteva sbloccarsi in quel modo.
Poi il gol di Enzo nasce da uno schema corto su calcio d'angolo tra Rodrigo e Leo.
In quel momento i loro difensori centrali erano giganteschi. Noi avevamo portato i nostri centrali in area, insieme ad Alexis, credo, e Julián.
Vidi che erano tutti schiacciati verso la porta. Quando Leo passò il pallone a Enzo, uscii un po' dall'area per farmi trovare libero e ricevere.
Poi Enzo fece un controllo, nessuno riuscì a contrastarlo e mise il pallone sul palo lontano.
Fu un gol incredibile, che ci diede ancora più energia di quella che avevamo. Dopo quel gol è stata tutta energia positiva. Anche il pubblico è rientrato completamente in partita. Gli ultimi quindici minuti sono stati una partita totalmente diversa".
"Mio padre mi ha accompagnato tantissime volte agli allenamenti in moto. Altre volte andavamo in bicicletta, insieme a mio fratello, quando lui non poteva lavorare.
Anche mia madre lavorava. Quando tornavamo da scuola, a volte preparavamo velocemente da mangiare insieme a mio fratello, perché magari non ci piacevano le verdure che nostra madre ci aveva lasciato.
Allora ci preparavamo un piatto di pasta. Poi prendevamo le biciclette e pedalavamo per 45 minuti, a volte un'ora, per arrivare al club in tempo per allenarci.
Oggi voglio condividere tutto questo anche con mio padre.
Perché durante tutta la mia infanzia, anche alle dieci di sera, io e lui giocavamo uno contro uno in un piccolo campo che avevamo costruito insieme, con una pala.
Credo che tutte queste cose, indipendentemente dal fatto che poi sia diventato o meno un calciatore professionista, siano i ricordi più belli della mia infanzia.
Aver condiviso tutto con mio fratello, aver lottato insieme per un sogno. Io sono riuscito a realizzarlo, lui per diverse circostanze non ci è riuscito.
Ma alla fine entrambi abbiamo sempre vissuto per il calcio. Ancora oggi lui è legato a questo sport, aiuta mio padre con il club a Bahía Blanca.
Voglio anche ringraziarlo, perché sicuramente mi ha aiutato moltissimo a migliorare".
"Il goal con l'Inghilterra? L'ho rivisto tantissime volte. Ancora oggi continua a capitarmi davanti. Ho i video salvati sul telefono.
È un gol che rimarrà nella memoria per tutta la vita. Perché era una semifinale mondiale, nel contesto che stavamo vivendo, e ci permetteva di tornare a giocare un'altra finale.
Forse in quel momento non ero davvero consapevole del gol che avevo segnato, per tutto quello che significava quella partita e per quello che stavano vivendo la gente e la mia famiglia sugli spalti.
Poi abbiamo vissuto tutto così intensamente che, tre o quattro giorni dopo, avevamo già un'altra finale da giocare. Era quasi come se mi fossi dimenticato di quel gol".
"Quando poi arrivi in Argentina, cominci a capire. Prima di tornare qui, mi è capitato di passare da Roma, dormirci una notte e andare a pranzo con la mia famiglia prima di raggiungere l'aeroporto.
Ho incontrato alcuni argentini. Una signora anziana mi ha raccontato di essere tornata a esultare per un gol della Nazionale argentina dopo tantissimo tempo.
Sono cose che ti provocano emozioni incredibili.
Poi arrivi qui, metti piede nel tuo Paese e la gente ti ringrazia. Non soltanto per quello che facciamo con la Nazionale, ma anche personalmente, per quello che ha significato quel gol.
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È lì che mi rendo veramente conto del peso che quel gol ha nella storia della Nazionale argentina".
LA MAGLIA DELLA SEMIFINALE: "LA REGALERÒ AI MIEI GENITORI"
"Questa rimarrà nella storia. Resteranno impressi la data, lo stadio, il colore della maglia, il numero, il momento.
Questa maglia in particolare è destinata alla mia famiglia, alla casa di mio padre. Per tutto quello che hanno fatto per me quando il mio sogno era diventare un calciatore professionista.
Non avrei mai immaginato di arrivare fino a questo punto, di vivere un momento del genere.
Come ho detto anche nell'intervista dopo la partita, sognavo di segnare un gol così fin da bambino.
Perché questa è la realtà: quando scegli questa carriera, vivi per momenti come questi. E a me è capitato di segnare uno dei gol più importanti della storia della Nazionale argentina.
Questa maglia non può avere una destinazione migliore che essere regalata a mia madre.
Perché ancora oggi conserva il mio letto intatto, la mia stanza, così che quando voglio tornare a casa possa dormire ancora lì.
È una stanza piccolissima, ma ci torno con mia moglie e con i miei figli.
E poi voglio dedicarla a mio padre, che è stato colui che mi ha insegnato a competere, a essere responsabile e ad amare questo sport".
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