Le reti dei pescatori italiani fanno da scudo contro i droni di Putin. Un “mantello” che salva le vite degli ucraini

Reti da pesca che cambiano destino e diventano, inaspettatamente, un mantello che protegge vite umane. Partono dai porti italiani, dalle banchine dove il sale si attacca alle mani e il mare detta ancora i tempi del lavoro. Arrivano a centinaia di chilometri di distanza, nelle città dell’Ucraina orientale, dove il rumore dominante non è quello delle onde ma il ronzio dei droni. In mezzo c’è una storia che parla di solidarietà silenziosa, lontana dai riflettori e dalle dichiarazioni ufficiali.
Sessanta tonnellate di reti da pesca. Tante ne arriveranno complessivamente dall’Italia a Kiev attraverso il meccanismo europeo di Protezione civile: trenta già consegnate, altre trenta in preparazione. Un materiale apparentemente semplice, quasi povero, che nelle zone più esposte al conflitto ha trovato un utilizzo inatteso. Le maglie di nylon vengono tese sopra strade, accessi urbani, postazioni e edifici per ostacolare la corsa dei droni kamikaze, diventando una barriera fisica contro una delle minacce più diffuse e letali della guerra moderna. Ma dietro quei carichi non ci sono soltanto procedure amministrative e corridoi logistici. Ci sono i pescatori italiani.
Uomini abituati a svegliarsi all’alba, a distinguere le stagioni dal colore del cielo, a non sprecare nulla di ciò che il mare concede. Quando è arrivata la richiesta di raccogliere le reti dismesse, in molte marinerie la risposta è stata immediata. Materiale destinato allo smaltimento è stato recuperato, selezionato, imballato e preparato per affrontare un viaggio completamente diverso da quello immaginato quando era stato gettato per la prima volta in acqua. Da Mazara del Vallo all’Adriatico, passando per i porti del Tirreno, si è messa in moto una catena di aiuti che racconta un’altra Italia. Non quella delle polemiche o delle divisioni, ma quella delle comunità che si riconoscono nella solidarietà. Perché chi vive di mare conosce bene il significato della parola emergenza. Sa cosa significa contare sull’aiuto di un equipaggio quando infuria la tempesta.
Così le reti dove per anni si sono impigliati pesci di tutte le dimensioni oggi diventano una barriera anti-droni. Strumenti nati per il lavoro quotidiano diventano elementi di difesa in un sofisticato scenario di guerra tecnologica. Un paradosso che racconta meglio di molte analisi la natura dei conflitti contemporanei, dove anche un oggetto comune può assumere un valore strategico. Una riflessione che richiama le parole pronunciate da Giorgia Meloni nelle recenti comunicazioni al Parlamento in vista del Consiglio europeo. La presidente del Consiglio ha invitato a non valutare la forza militare soltanto sulla base della spesa o dei sistemi d’arma tradizionali, ricordando che in Ucraina «abbiamo visto carri armati che costano milioni di euro distrutti da droni che costano in media 20 mila euro». Lo stesso principio che oggi trasforma semplici reti da pesca in uno strumento capace di “dare filo da torcere” ai temibili droni kamikaze.
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