Le scorie di Meloni. Medita una rappresaglia per Lega e FI ma vuole un governo “pienamente operativo”

16 Luglio 2026 - 09:10
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E’ delusa dagli alleati ma per adesso congela “la riflessione”. Giorgia Meloni si aspetta dalla sua maggioranza quantomeno la riduzione del danno: l’approvazione senza patemi della legge elettorale, che sarà votata questa mattina alla Camera, sempre a scrutinio segreto. Martedì la premier aveva capito che area tirasse. A un ministro aveva confidato le sue fosche previsioni. E così ha deciso di pubblicare un appello preventivo rivolto alle opposizioni, contro il voto segreto. Di certo ora la premier vuole contrastare la “palude” al governo. “Se saremo in grado andremo avanti, altrimenti ci sottoponiamo al volere degli elettori”, le fa eco il ministro Lollobrigida. Si studia un calendario dei lavori asciutto: la delega sul nucleare, il rinnovo dei contratti della Pa. E poi: sicurezza. Le preferenze? Ci riproveranno al Senato.

Sin da prima mattina si cerca di ricostruire il misfatto. Dentro Fratelli d’Italia si scontrano due scuole: chi, come il ministro Lollobrigida, vuole sapere “nomi e cognomi” di chi ha tradito. E chi dall’altro lato, vedi Giovanni Donzelli, si proietta già in avanti: “No alla caccia al franco tiratore. Non ci saranno impatti sul governo”. Nel mezzo c’è chi in qualche modo fa di conto: “I franchi tiratori dentro FdI? Al massimo 4 o 5. Ma nel centrodestra sono più di quaranta. Il problema per gli alleati è ben diverso”. In realtà la ricerca dell’unità dura poco e viene scossa da una insolita convergenza d’Aula. Quando il vannacciano Edoardo Ziello presenta un emendamento alla legge elettorale per chiedere le preferenze, i meloniani lo sostengono in massa, con 139 voti favorevoli. Inizialmente c’era il parere negativo del governo, che poi si è rimesso all’Aula. Non passa per l’opposizione di leghisti e azzurri, definiti da Vannacci “badogliani”, ma tanto basta per avanzare ipotesi di rimescolamento della maggioranza. “Noi con Vannacci? Ma no, è ancora tutto così prematuro”, dice ancora un alto dirigente del partito della premier. In Transatlantico appare anche il ministro degli Affari europei Tommaso Foti, uno di quelli che più si sbilancia nella disamina: “Bisognava essere più accorti”. Ma la bastonata agli alleati si ferma lì. E dire che passeggiando per la Camera un parlamentare di Forza Italia non sembra strapparsi troppo le vesti per il voto sulle preferenze: “E’ stato un grande esercizio di democrazia”. A Montecitorio s’affaccia anche Gianni Letta. A un certo punto in una chat di giornalisti gira un finto lancio di agenzia su “Meloni salita al Quirinale. Tensioni al termine del vertice”. Per dire del clima tra il grave e il comico che si respira.

I vertici di FdI fanno filtrare la volontà di riprovarci in Senato. Dove, come ha spiegato Ignazio La Russa, non c’è lo scrutinio segreto. In caso di inserimento delle preferenze a Palazzo Madama, insomma, il testo potrebbe tornare a Montecitorio per la terza lettura. E lì sì che la maggioranza potrebbe mettere la fiducia, con voto palese. Sono tutte elucubrazioni per sfuggire a eventuali pronunciamenti della Corte costituzionale (che potrebbe giudicare incostituzionali i listini bloccati e introdurre le preferenze per via giurisdizionale). E che però non collimano con le ipotesi di voto anticipato: tra approvazione a Palazzo Madama non prima di settembre, ritorno alla Camera e sessione di Bilancio, la terza lettura non la si avrebbe prima del prossimo anno. “Ma per adesso, accontentiamoci di portare a casa questo testo”, rileva ancora con spirito pragmatico Donzelli. Ieri sono stati approvati alcuni emendamenti centrali, tra cui il premio di maggioranza per chi prende il 42 per cento e il voto ai fuori sede.

Si diceva delle ricette per uscire dalla palude. Meloni non vuole mollare dossier che considera prioritari, a partire dalla sicurezza. Con un Salvini che è tornato a battere sull’argomento chiedendo la grazia per il gioielliere Mario Roggero, condannato a oltre 14 anni. Ma anche con un crono programma, di qui alla fine dell’estate, che dia l’idea di un governo “pienamente operativo”: dalla delega sul nucleare a lungo discussa, passando per i rinnovi dei contratti nella Pa (è di ieri il rinnovo del comparto Sicurezza e difesa 2025-2027, firmato dal ministro Zangrillo, che andrà a beneficio di circa 500 mila dipendenti delle forze dell’ordine. E sempre per la Pa è pronto un nuovo dl). Ma anche misure rivolte alle imprese: per esempio la riforma degli incentivi studiata da Urso (che ieri, braccato alla Camera sulla tenuta del governo, si è limitato a dire: “Intervengo solo su questioni di mia stretta competenza ministeriale”). Così come la Zes che chiedono le regioni del nord. Per non dire delle promesse rivolte da Meloni ai sindacati (leggi Cisl e Uil) per la prossima legge di Bilancio. Un bacino che la premier non vuole scontentare. Sullo sfondo resta un rapporto frizzante con Salvini e Tajani, emerso anche nella telefonata avuta con i due martedì sera, a bocciatura appena avvenuta. Il senso è che per adesso l’ascia da guerra vada sotterrata. Per poi dissotterrarla al momento giusto. Non è un caso che insomma anche nella Lega c’è chi ammette: “L’autonomia differenziata ce la siamo bella che giocata”.

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