L'incoerenza del governo su Safe e Difesa
“L’Italia ha indicato in Europa la strada”, diceva Giorgia Meloni trionfante a inizio giugno, dopo che la Commissione europea aveva accolto le sue richieste di usare la flessibilità anche per l’energia oltre che per la difesa. Ma ora il governo quella strada non intende più percorrerla. Sembra infatti sempre più probabile che Meloni e Giorgetti non attiveranno la clausola di salvaguardia nazionale ai fini della difesa né il Safe per finanziare l’incremento di questa spesa.
Le esigenze di politica interna sembrano prevalere sugli impegni internazionali e l’avanzata elettorale del generale Vannacci fa più paura della macchina bellica di Putin che si è un po’ impantanata in Ucraina. E così per Meloni e Giorgetti l’aumento delle spese militari non solo non è una priorità, ma un argomento nocivo in una campagna elettorale che ormai è già cominciata.
Formalmente, da quello che riferiscono le varie fonti governative, ci sono degli aspetti tecnici da valutare che hanno fatto rinviare la decisione a ottobre. Il primo riguarda il famoso 3 per cento di deficit. Il Mef, come ha detto il ministro Giorgetti, confida che a settembre la revisione dei conti nazionali dell’Istat possa ridurre di un decimale il disavanzo del 2025, attualmente al 3,1 per cento, portando l’Italia fuori dalla procedura d’infrazione. A quel punto, l’attivazione della clausola di salvaguardia non farebbe partecipare le spese per la difesa al computo del deficit. Al contrario, qualora il deficit rimanesse sopra la soglia del 3 per cento, anche l’aumento di spesa derivante dall’attivazione della clausola di salvaguardia verrebbe conteggiato nel deficit lasciando l’Italia per anni nel braccio correttivo. Ma in realtà, questi aspetti tecnici non sono molto rilevanti, dato che per il nuovo Patto di Stabilità il percorso di correzione dei conti è già tracciato e prescinde in buona sostanza dalla procedura d’infrazione.
Ciò che il governo teme è la ricaduta politica, sul piano interno, di una decisione considerata impopolare come l’aumento delle spese militari. E questo conta più di tutto. Anche di più degli impegni internazionali presi negli ultimi anni e del lavoro politico condotto in Europa negli ultimi mesi. L’anno scorso l’Italia si è impegnata nel vertice Nato dell’Aja a portare in dieci anni le spese per la difesa al 5 per cento del pil (3,5 per cento di spese militari tradizionali e 1,5 per cento di spese per la sicurezza interna).
Quando le opposizioni sono insorte per il diktat imposto da Donald Trump agli alleati, Giorgia Meloni ha spiegato che si tratta di un obiettivo sostenibile e raggiungibile senza penalizzare le altre priorità dei cittadini italiani (welfare, sanità, etc.), ma ha soprattutto affermato un principio: “La libertà ha un prezzo e se fai pagare a un altro la tua sicurezza non sei tu a decidere pienamente del tuo destino”, disse la premier al Senato a maggio del 2025. Sulla base di questo principio, e dopo aver preso l’impegno con la Nato, a luglio del 2025 l’Italia ha fatto richiesta alla Commissione Ue di potere fare ricorso al Safe (Security Action For Europe), lo strumento finanziario europeo per la difesa, per un importo di 14,9 miliardi di euro. L’obiettivo era appunto quello di incrementare la spesa di 0,15 punti di pil nel 2026 e nel 2027 e di 0,2 punti nel 2028.
In legge di Bilancio, l’aumento di spesa non c’è stato e l’Italia ha superato la vecchia soglia Nato del 2 per cento solo per la riclassificazione di altre spese esistenti pari a 14 miliardi di euro (tra cui le pensioni dei militari). Il programma di investimenti è stato spostato, ma poi a complicare il quadro è arrivata la guerra in Iran con il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz. Ma come si fa a spendere per le armi mentre è in corso una crisi energetica? E’ politicamente insostenibile. Così il governo ha portato avanti una trattativa in Europa per modificare le regole fiscali, in modo da far rientrare negli spazi di flessibilità anche le misure per mitigare lo choc energetico.
Il ministro Giorgetti ha proposto all’Eurogruppo di maggio di includere nella clausola di salvaguardia per la difesa anche le spese contro il caro energia. Pochi giorni dopo la proposta è stata formalizzata da Meloni in una lettera a Ursula von der Leyen, in cui si sosteneva che come la sicurezza militare “anche la sicurezza energetica è una priorità strategica europea”. Senza questa modifica, spiegava Meloni, “sarebbe molto difficile per il governo italiano spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe”. Il 3 giugno, la Commissione ha accettato la proposta italiana, consentendo di spendere, all’interno del tetto dell’1,5 per cento del pil, lo 0,6 per cento per misure energetiche (circa 14 miliardi nel triennio). Un successo politico dell’Italia, rivendicato da Meloni in un videomessaggio alla nazione: “L’Italia ha indicato la strada e oggi l’Europa la sta percorrendo”.
E’ paradossale che ora il governo, dopo aver preso impegni con la Nato e fatto cambiare le regole in Europa, si faccia dettare l’agenda dalla paura del filorusso Vannacci. “Di fronte a una realtà sempre più imprevedibile – ha detto Meloni alla Camera – considerare la propria difesa e la propria sicurezza come un orpello, o come una materia da usare per garantirsi consenso facile, sarebbe miope e decisamente poco responsabile”. Era l’11 giugno, meno di un mese fa.
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