L’Italia muore di caldo ma il Piano sociale per il clima del Governo è fermo da un anno

Nonostante l’ondata di caldo record in corso nel Paese – intensificata dalla crisi climatica in corso, a sua volta legata all’impiego dei combustibili fossili con le relative emissioni di gas serra –, il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) è di fatto fermo al palo; servirebbero 17mila rifugi climatici lungo lo Stivale, ma Legambiente ne ha censiti appena 280; sarebbe necessario ora più che mai dare gambe al Piano sociale per il clima (Psc), ma è passato un anno da quando l'Italia avrebbe dovuto trasmettere a Bruxelles la versione definitiva. Sarebbe la base per avviare un confronto con la Commissione Ue: a oggi, però, il Psc non risulta ancora formalmente presentato
Su quest’ultimo punto si concentra oggi un appello lanciato da 8 associazioni della società civile, con gli ambientalisti in prima fila – Wwf Italia, Forum Diseguaglianze e Diversità, Greenpeace, Kyoto club, Legambiente, Mira Network, Nuove rigenerazioni, Transport & Environment – al Governo e alla Commissione Ue trasparenza, tempi certi e un nuovo confronto pubblico sul Piano che dovrà accompagnare la transizione ecologica e sostenere le persone più vulnerabili.
L'Ets2 (il nuovo sistema europeo di scambio delle quote di emissione applicato ai settori degli edifici e dei trasporti) e il Fsc due facce della stessa strategia: da un lato incentivare la riduzione delle emissioni, dall'altro garantire che i costi della transizione non ricadano in modo sproporzionato su chi dispone di minori risorse economiche. Si tratta di uno strumento che mette a disposizione dell’Italia 9,3 miliardi di euro, del quale però ancora non si sa nulla, dopo la fase di consultazione pubblica terminata un’estate fa.
«Nonostante, a livello europeo, l'entrata in vigore dell'Ets2 sia stata rimandata dal 2027 al 2028, la Commissione europea – ricordano le associazioni – ha comunque previsto la possibilità di avviare il Fondo sociale per il clima. Il Piano italiano, che avrebbe dovuto essere operativo già dall'inizio del 2026, resta invece fermo insieme a quelli di molti altri Paesi Membri. Le ultime indiscrezioni parlano di un confronto informale tra il Mase e la Commissione europea chiuso a fine marzo e si attende la firma politica italiana per l'invio ufficiale alla Commissione. Nel frattempo, però, sul Piano è calato il silenzio. Da dodici mesi le organizzazioni della società civile coinvolte nella fase iniziale di consultazione non ricevono aggiornamenti e non conoscono il contenuto dell'attuale bozza. Non è chiaro se le osservazioni presentate siano state recepite, né quando il Piano verrà trasmesso a Bruxelles».
Al contempo c’è «forte preoccupazione» per il rischio che le risorse del Fondo sociale per il clima vengano utilizzate impropriamente per finanziare misure di ordinaria amministrazione o per sostituire doverose risorse di politica sociale, come già successo con le risorse dell'Ets1 delle quali non si sa nulla, magari sostituendo fondi già stanziati o finanziando interventi non coerenti con le finalità del Fondo.
Il sistema europeo di scambio delle quote di emissione di CO2, l’Eu Ets, resta infatti uno degli strumenti più rilevanti costruiti dall’Unione europea per sostenere la transizione industriale ed energetica. Dal 2005 ha generato circa 260 miliardi di euro di entrate attraverso le aste delle quote di emissione a livello Ue. Tra il 2012 e il 2024 le aste Ets hanno generato circa 18 miliardi di euro per il nostro Paese, ma solo 1,6 miliardi – il 9% del totale – sono stati destinati a misure riconducibili alla transizione, come richiesto dalle norme europee. Negli altri Stati membri la media è molto più alta: circa il 75% dei proventi viene destinato ad azioni per il clima e la transizione energetica, pur con margini ancora limitati di trasparenza sulle voci di spesa.
Fino alla revisione del 2023, la direttiva Eu Ets stabiliva che il 50% dei proventi fosse vincolato nell’utilizzo per le finalità climatiche; oggi tutti i proventi derivanti dalla vendita all’asta dovrebbero essere spesi sulla transizione ecologica (dagli investimenti sulle rinnovabili alla mobilità pubblica all’adattamento dei territori), sull’innovazione tecnologica (che possa anche ridurre le emissioni), sul sostegno finanziario per le famiglie a reddito medio-basso. Un vincolo di spesa, quello del 100%, peraltro non ancora trasposto nell'ordinamento nazionale.
«Le risorse europee – concludono le associazioni – sono destinate a sostenere i settori interessati dall'Ets2 e a proteggere le fasce più vulnerabili dagli impatti economici della transizione, promuovendo al tempo stesso efficienza energetica, energie rinnovabili e mobilità sostenibile e dando priorità a misure strutturali, capaci di ridurre in modo duraturo la povertà energetica e la dipendenza dai combustibili fossili. Per questo chiediamo al Mase e alla Commissione europea di rendere pubblico lo stato di avanzamento del Piano, chiarire le tempistiche per la sua conclusione e garantire un coinvolgimento effettivo della società civile nella fase finale del processo. Il Piano sociale per il clima rappresenta una imperdibile occasione per affrontare insieme crisi climatica e disuguaglianze sociali. Proprio per questo non può essere costruito nel silenzio né subire ulteriori ritardi».
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