Lo specchio rovesciato: a Materia Pieranni spiega come Pechino vede Washington (e l’Occidente)

Arriva a Materia nella settimana in cui Donald Trump è atteso in Cina, e non è un caso. Simone Pieranni, giornalista, autore del podcast Altri Orienti di Chora Media e tra le voci italiane più ascoltate sull’Asia, ha presentato il suo ultimo libro, “Lo specchio americano”, davanti al pubblico di Materia, lo spazio culturale di Castronno.
Il punto di partenza è un ribaltamento di prospettiva. «Sono vent’anni che ci chiediamo che cos’è la Cina, la giudichiamo, ci applichiamo stereotipi e pregiudizi», ha spiegato Pieranni. «Ma non ci siamo mai chiesti che cosa pensano loro di noi». Una domanda tutt’altro che accademica, ha aggiunto, vista la centralità ormai assunta da Pechino sullo scacchiere internazionale e l’intreccio profondo, malgrado le tensioni, tra l’economia cinese e quella statunitense.
La risposta che Pieranni ha portato dall’ultimo anno trascorso a Pechino è che è cambiata radicalmente rispetto al 2006, quando arrivò per la prima volta. Allora i suoi coetanei cinesi gli ripetevano che «non saremo mai come gli americani». Oggi, soprattutto fra i giovani, quella reverenza è evaporata. Esiste in cinese l’espressione chong mei, “fascino per gli Stati Uniti”, che negli anni Ottanta accompagnò l’apertura di Deng Xiaoping insieme ai primi McDonald’s e KFC e a una stagione in cui Washington era il faro per i nati negli anni Sessanta e Settanta. Lo stesso termine Meiguo, con cui i cinesi indicano gli Stati Uniti, significa letteralmente “bel paese”. Ora, ha raccontato Pieranni, prevale piuttosto «una percezione di vivere in un sistema, in un mondo migliore rispetto a quello degli Stati Uniti».
Il giornalista ha ripercorso lo scontro sui dazi della scorsa primavera, vissuto in diretta da Pechino: il “Liberation Day” del primo aprile, le tariffe di Trump che sulla Cina arrivarono al 125 per cento, le chat su WeChat con amici giornalisti e analisti cinesi in cui ogni mattina compariva un numero nuovo, fra l’ironia e la preoccupazione, finché da parte cinese non si decise di non rincorrere oltre «la pagliacciata». [lefotoid=2093455]
Buona parte della serata è stata dedicata ai temi tabù e ai punti di frizione del racconto cinese sull’Occidente. Sul Tibet, ha osservato Pieranni, «non si parla più perché è considerato un problema risolto», con l’ultima legge sull’unità etnica a chiudere il cerchio. Lo Xinjiang resta invece l’argomento più sensibile, l’unico per cui in tempi recenti una giornalista straniera, Melissa Chan del Wall Street Journal, è stata espulsa. Qui Pieranni non ha esitato a usare un parallelismo destinato a far discutere: «Quello che è successo in Xinjiang non è tanto diverso da quello che succede in Palestina», ha detto, ricordando come Joe Biden avesse definito genocidio le politiche cinesi contro gli uiguri mentre gli Stati Uniti «non sono riusciti a dire genocidio in Palestina manco oggi». È proprio sui doppi standard, ha sottolineato, che la Cina ha costruito una parte del suo posizionamento internazionale verso il Sud globale: «Gaza è stata la pietra tombale dell’Occidente per la maggior parte dei paesi al mondo».
Sorprendente, dal punto di vista di un lettore italiano, il capitolo Taiwan: «È un argomento più caldo per noi che per i cinesi, e il paradosso è che non è un argomento caldo nemmeno per i taiwanesi», abituati ormai da decenni alla convivenza con Pechino e più preoccupati, in cabina elettorale, di costo della vita, lavoro e prezzi delle case. Spazio anche al ricordo di Tienanmen, di cui in Cina si continua a parlare attraverso espedienti per aggirare la censura, come il riferimento al “35 maggio” o gli emoticon che le femministe usano al posto del termine MeToo, intraducibile senza incorrere nei filtri.
Pieranni ha chiuso ricordando come tutto sia cominciato per lui quasi per caso: una collaborazione con Il manifesto a Genova, una piccola società di programmazione e reti neurali con due amiche, un’azienda italiana che cercava qualcuno per aprire una sede in Cina nel 2006. «Dovevo stare 15 giorni, ci sono rimasto quasi dieci anni», ha raccontato, prima della fondazione di China Files insieme a una giornalista colombiana. Decisivo, ha detto, fu il primo anno: un collega cinese che gli insegnò la lingua e gli fece da traduttore, non solo letterale, di un mondo in cui era arrivato analfabeta.
Un lunedì sera di maggio che, alla vigilia del viaggio di Trump in Cina, ha offerto al pubblico di Materia chiavi per leggere non tanto cosa pensiamo della Cina, ma cosa la Cina pensa di noi.
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