“L’Odissea” – Recensione: il mito è troppo grande perfino per Christopher Nolan

15 Luglio 2026 - 21:35
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“L’Odissea” – Recensione: il mito è troppo grande perfino per Christopher Nolan

Odissea cover

«Narrami, o Musa, dell'uomo dall'agile mente, che tanto errò dopo che ebbe distrutto la sacra rocca di Troia». L'Odissea comincia così, con una richiesta, Omero non pretende di possedere quella storia. Chiede alla divinità di prestargli la propria voce, quasi riconoscendo che un racconto tanto grande non possa appartenere a un solo uomo. È un gesto di umiltà, ma anche una dichiarazione d'intenti, perché l'Odissea nasce come poesia orale, come memoria condivisa, come un racconto che cambia leggermente ogni volta che qualcuno lo pronuncia, senza mai perdere la propria anima. Ma poi arriva Christopher Nolan. Il regista che ha sfidato il tempo, in ogni sua forma: in Memento lo ha spezzato. In The Prestige lo ha mostrato. In Inception lo ha incastrato. In Interstellar lo ha dilatato. In Dunkirk lo ha sovrapposto. In Tenet ha persino provato a farlo scorrere all'indietro. Persino Oppenheimer, apparentemente il film più lineare della sua carriera, è in realtà costruito come una collisione continua tra passato, presente e futuro, dove il protagonista è costretto a convivere con il peso di un evento che deve ancora accadere. Per Nolan il tempo non è mai stato una semplice dimensione narrativa. È il linguaggio stesso del suo cinema. [caption id="attachment_1128642" align="aligncenter" width="1024"]Odissea cavallo troia Una scena del Cavallo di Troia in Odissea[/caption] Ma stavolta il tempo non era un linguaggio, ma un canto. Il canto della storia, quello che ha trasformato l'Odissea nelle fondamenta della civiltà occidentale. Il tempo che per la prima volta nella carriera di Nolan smette di essere una materia da modellare, diventa una forza che resiste. Perché il tempo dell'Odissea non è quello dell'orologio, non è nemmeno quello della fisica. È il tempo della memoria. Sono quasi tremila anni di letture, interpretazioni, traduzioni, spettacoli teatrali, dipinti, romanzi, film e perfino fumetti che hanno continuato a raccontare lo stesso viaggio. Ed è proprio contro questo tempo che il regista, per la prima volta, vacilla. Perché non è più soltanto il tempo di Nolan. È il tempo dell'umanità.

Quando il tempo smette di essere un alleato

Da oltre venticinque anni Nolan costruisce i propri film attorno al tempo. Chi conosce Nolan sa che il regista diffida profondamente della linearità. Ogni suo film invita lo spettatore a ricostruire gli eventi come un investigatore, mettendo insieme frammenti apparentemente lontani tra loro. Anche Odissea adotta questa impostazione. Il viaggio di Ulisse viene scomposto, ricomposto e attraversato seguendo una logica che privilegia le connessioni emotive rispetto alla cronologia. È una decisione coerente con il cinema di Nolan. Lo è molto meno con il poema di Omero. L'Odissea omerica non utilizza il tempo come un enigma. Lo utilizza come danza. [caption id="attachment_1128643" align="aligncenter" width="1024"]Odissea-troia Sulle rive di Troia, i caduti dell'esercito acheo[/caption] Ogni episodio, ogni incontro e ogni deviazione possiedono una cadenza quasi musicale. La ripetizione di formule, immagini e parole non è una ridondanza, ma il battito stesso del poema. È ciò che permetteva agli antichi cantori di trasmettere la storia prima ancora che venisse fissata sulla carta. Nolan sostituisce quel ritmo con il proprio. E qui emerge il limite più evidente del film. La frammentazione, che in opere come Memento o Dunkirk produceva tensione continua, nell'Odissea finisce talvolta per interrompere il respiro del racconto. La sensazione è quella di osservare un mosaico straordinario nei singoli tasselli, ma meno armonioso quando lo si contempla nella sua interezza. Non significa che la struttura non funzioni. Significa, piuttosto, che sembra appartenere più a Nolan che a Omero. E voi potreste dire, come già ha detto Nolan stesso: "Ma questa è un'interpretazione, la sua visione dell'Odissea, non l'Odissea stessa".

Il peccato di hybris 

Ridurre The Odyssey a una semplice trasposizione dell'opera di Omero sarebbe profondamente ingiusto, infatti. Anche nei suoi momenti meno convincenti, il nuovo film di Christopher Nolan dimostra un'ambizione che il cinema contemporaneo sembra aver quasi dimenticato. In un'epoca dominata da green screen, produzioni seriali e immagini spesso indistinguibili tra loro, Nolan continua a credere nella materia del cinema. Crede nella pellicola. Crede nei paesaggi reali. Crede nella luce naturale. Crede che il pubblico debba sentirsi piccolo davanti allo schermo. È una filosofia che porta avanti da anni e che qui raggiunge il suo apice. Nolan e il direttore della fotografia Hoyte van Hoytema portano le nuove cineprese IMAX di ultima generazione, progettate apposta per questo film per essere più leggere e silenziose rispetto ai modelli precedenti, rendendo possibile girare intere sequenze con pellicola IMAX 70 mm in contesti che fino a pochi anni fa sarebbero stati impensabili. [caption id="attachment_1128644" align="aligncenter" width="1024"]Odissea compagni Sul set di Odissea[/caption] Il risultato è difficile da descrivere. Non si tratta semplicemente di immagini più nitide. È una fotografia che restituisce peso alle cose. La pietra sembra ruvida. Il mare non è uno sfondo. È una presenza. Le montagne incombono come divinità silenziose. Le coste sembrano scolpite della stessa materia di cui sono fatti gli eroi. Questo è un concetto di cinema costruito per durare, non per essere consumato nel fine settimana. Forse questo è il più grande merito di The OdysseyRicordare che il cinema può ancora essere un'esperienza fisica. Che alcune immagini meritano davvero di stare solo sul grande schermo. Che esistono ancora registi disposti a rischiare centinaia di milioni di dollari pur di inseguire una visione personale. Ed è curioso che il limite più evidente del film coincida proprio con la qualità che ha reso Christopher Nolan uno dei registi più influenti degli ultimi vent'anni. Il bisogno di interpretare tutto. Di dare quella visione personale a ogni storia. Di piegare qualsiasi racconto alla propria grammatica cinematografica. Per anni questa ostinazione ha prodotto capolavori. Con Odissea, invece, diventa un'arma a doppio taglio. L'impressione è che Nolan guardi il poema con il desiderio di comprenderlo razionalmente, di ordinarlo, di trasformarlo in un meccanismo perfetto. Ma l'Odissea sfugge proprio a questo tipo di controllo. È un'opera fatta di contraddizioni, di deviazioni improvvise, di episodi che sembrano interrompere il viaggio e che invece ne costituiscono il significato più profondo. È un testo che vive di simboli, di evocazioni, di mistero. Ogni volta che il film prova a spiegare quel mistero, finisce inevitabilmente per ridurne la forza. Non è un errore di sceneggiatura. È una questione di sguardo. Per la prima volta Nolan sembra cercare risposte proprio in un luogo che, forse, dovrebbe limitarsi a porre domande.

Il fantasy c'è. L'epica molto meno.

Il film parla di un'epoca dominata dalla magia. Di un mondo in cui uomini e dèi condividono ancora lo stesso orizzonte, dove il soprannaturale non rappresenta un'eccezione, ma una legge della natura. Eppure, uscendo dalla sala, la domanda nasce quasi spontanea. Dov'è quella magia? Non quella degli effetti speciali. Non quella della tecnologia. Quella pura, la magia del mito. Perché The Odyssey è un film che possiede tutto ciò che serve per essere un grande fantasy. Mostri giganteschi, paesaggi sconfinati, tempeste, creature leggendarie, isole sospese fuori dal tempo. Ogni episodio è costruito con un'ambizione visiva che, come detto, lascia senza fiato e dimostra ancora una volta quanto Nolan continui a essere uno dei pochi registi contemporanei capaci di concepire il cinema come spettacolo nel senso più nobile del termine. Quello che manca è qualcosa di molto più difficile da costruire. L'epica. L'Odissea non è diventata immortale perché raccontava di un uomo che affrontava mostri. È diventata immortale perché ogni mostro era il riflesso di una paura umana. Ogni isola rappresentava una tentazione. Ogni dio incarnava una forza capace di cambiare il destino degli uomini senza bisogno di spiegazioni. Nel film, invece, il mito viene spesso osservato con lo sguardo di chi cerca di renderlo credibile, quasi razionale. Nolan sembra interessato a mostrare come funzionino quei luoghi, quale logica li governi, come possano inserirsi in un (suo) universo coerente. Nolan osserva il mito con gli occhi di uno scienziato. Lo organizza, gli dà una logica, cerca di renderlo coerente. Ma il mito non ha bisogno di essere spiegato. Ha bisogno di essere creduto. [caption id="attachment_1128641" align="aligncenter" width="1024"]Odissea matt damon Matt Damon nei panni di Odisseo (ma non Odisseo nei panni di Matt Damon)[/caption] Come Ulisse. Ma si fa fatica a credere all'Ulisse di Matt Damon. Non perché il protagonista sia scritto male, ma perché sembra sfuggire continuamente alla propria natura. L'eroe di Omero è molto più di un guerriero. È un uomo che sopravvive grazie alla parola. Alla menzogna. Alla capacità di cambiare identità ogni volta che il destino lo richiede. È un sovrano, un mendicante, un padre, un marito, un naufrago. È arrogante, brillante, vendicativo, fragile. Non è mai completamente buono e non è mai davvero cattivo. Soprattutto, è l'uomo dell'ingegno. La mètis, quella forma di intelligenza capace di piegare il mondo senza ricorrere alla forza, rappresenta il vero superpotere di Ulisse. Nel film questa caratteristica emerge soltanto a tratti. Manca il guizzo ambivalente, la natura infida e astuta, lo sguardo emblematico. La costruzione spettacolare delle immagini e la frammentazione narrativa finiscono spesso per mettere in secondo piano proprio ciò che rende Ulisse diverso da qualsiasi altro eroe della mitologia. Nel finale questa sensazione diventa ancora più evidente, quasi contradditoria con tutta la sua figura. Il personaggio appare quasi prigioniero della macchina narrativa costruita da Nolan, costretto a seguire il ritmo imposto dal film invece di guidarlo. È un paradosso difficile da ignorare. Perché se c'è un personaggio che dovrebbe essere sempre un passo avanti rispetto alla storia, quello è proprio Ulisse. Qui, invece, sembra rincorrerla.

Quando i comprimari oscurano Ulisse

Paradossalmente sono proprio i personaggi secondari a lasciare il segno. La sequenza dedicata a Circe (Samantha Morton) è una delle più memorabili: la trasformazione degli uomini in animali non cerca tanto lo shock quanto la perdita dell'identità. È una scena che inquieta più di quanto spaventi e che lascia intravedere quanto il regista sarebbe perfettamente a suo agio qualora decidesse davvero di cimentarsi con il cinema horror, come ha più volte lasciato intendere anche nelle interviste recenti. Anche Argo riesce a trasformare pochi minuti in uno dei momenti più intensi del film. Nolan sceglie la sottrazione, rinunciando alla retorica e affidando al cane esclusivamente lo sguardo, il silenzio e il tempo. È una sequenza breve, ma pesa più di vent'anni. Lo stesso vale per Eumeo (John Leguizamo), figura apparentemente marginale che il film riesce a restituire con una dignità rara, trasformandolo nel simbolo di una fedeltà che attraversa il tempo senza bisogno di grandi dichiarazioni. Penelope, Antinoo e Telemaco riescono a reggere la scena, e la diatriba scaturita dal ruolo duplice di Lupita Nyong'o, si riduce a un buon lavoro. Ma non di più. Quasi superfluo nell'insieme corale della narrazione, se non ci fosse una storia dietro lunga migliaia di anni a dar spessore e valore a queste figure. Sono quasi più i momenti mancanti, come l'incontro di Ulisse e suo padre Laerte, o il fantasma di Achille, o la presenza di altre divinità come Hermes, che pesano sulla coscienza di chi ha aperto almeno una volta nella vita il poema omerico originale.

Un film di Nolan, prima ancora che un'Odissea

Il punto, forse, non è stabilire se The Odyssey sia un capolavoro. È capire che Christopher Nolan, per la prima volta, si confronta con una storia che non può davvero dominare. Per anni ha controllato il tempo, la memoria, lo spazio e perfino i sogni. Qui deve fare i conti con un racconto che continua a vivere indipendentemente da chi lo narra. Per questo il film appare insieme straordinario e incompiuto. [caption id="attachment_1128645" align="aligncenter" width="1024"]Odissea agamennone Il Re Agamennone in Odisseo, tanto criticato agli inizi[/caption] È probabilmente l'opera visivamente più impressionante della sua carriera, ma anche quella in cui la ricerca della perfezione formale finisce per soffocare parte dell'emozione, dell'epica e del mistero che hanno reso immortale il poema. Omero chiedeva alla Musa di raccontare attraverso la sua voce. Nolan sceglie invece di raccontare con la propria. C'è una frase attribuita a Italo Calvino che torna inevitabilmente alla mente parlando di questo film: un classico è un'opera che non ha mai finito di dire ciò che ha da dire. L'Odissea è questo. Ogni generazione vi trova qualcosa di diverso: un viaggio. Un ritorno. La nostalgia. La guerra. La famiglia. La paura dell'ignoto. La tentazione. L'identità. Christopher Nolan sceglie invece di leggerla soprattutto come un racconto sul tempo, sul destino e sulla memoria. È una lettura legittima. Perfino coerente con tutta la sua filmografia. Ma resta una lettura. E forse proprio qui nasce la sensazione che accompagna i titoli di coda. Di aver assistito a un magnifico film di Christopher Nolan. Più che a una definitiva trasposizione dell'Odissea. Ne nasce un film gigantesco, tecnicamente sbalorditivo e destinato a segnare il cinema contemporaneo, ma che nel tentativo di reinterpretare il mito perde qualcosa che nessuna cinepresa, per quanto rivoluzionaria, può catturare.

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