L’ultima di Trump: 700 milioni di dollari per rinnovare le centrali a carbone americane e aprirne una nuova in Alaska

05 Giugno 2026 - 13:33
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L’ultima di Trump: 700 milioni di dollari per rinnovare le centrali a carbone americane e aprirne una nuova in Alaska

L’autoproclamato «Campione del carbone» non si smentisce: ora ha deciso di stanziare quasi 700 milioni di dollari per rinnovare e ampliare il parco delle centrali a carbone del Paese - ormai obsoleto perché da tempo ormai si sa che è la fonte di energia che più inquina e che bisognerebbe dunque lasciarsi definitivamente alle spalle - e contribuire alla costruzione di un terminal per l’esportazione di carichi non lavorati sulla costa occidentale. Prima sono arrivate le indiscrezioni rilasciate da un funzionario della Casa Bianca e riprese da Politico, ma poi è arrivata una in questo senso, con Donald Trump che ha annunciato il finanziamento in occasione di un evento nello Studio Ovale.

Per attuare questa misura, il presidente degli Stati Uniti ha previsto di usufruire di una serie di sovvenzioni dirette erogate dal Dipartimento dell’energia Usa ma anche – ed effettivamente sembra una scelta decisamente in armonia con l’idea di sfruttare ancora oggi una fonte di energia così antiquata e inquinante – di ricorrere ai poteri straordinari del Defense production act: questa è infatti una legge speciale risalente all’epoca della Guerra Fredda (per la precisione, è stata promulgata nel 1950) che permette al presidente americano di indirizzare verso diversi comparti, anche inusuali, la produzione industriale per motivi di sicurezza nazionale. «Oggi stiamo compiendo un passo storico per ridurre il prezzo dell’energia e il costo della vita per tutti gli americani grazie al potere del pulito e bellissimo carbone», ha dichiarato Trump dallo Studio Ovale usando la sua solita formula «clean, beautiful coal».

Questo ingente pacchetto di finanziamenti destinati al settore del carbone si articola principalmente su due fronti strategici: il consolidamento e l’ammodernamento delle infrastrutture interne agli Usa e l’apertura di nuove rotte commerciali verso l’estero. La fetta più consistente di queste risorse, pari a circa 425 milioni di dollari, verrà impiegata per ristrutturare ed espandere tredici centrali elettriche a carbone dislocate in vari Stati americani, con l’obiettivo di prolungare la vita operativa di una flotta energetica ormai obsoleta. Una parte dei fondi servirà per costruire una nuova centrale in Alaska. Parallelamente, una quota di 75 milioni di dollari sarà investita per sbloccare e supportare la costruzione di un nuovo terminal all’Oakland Bulk and Oversized Terminal, un hub logistico sulla costa della California. Questo snodo portuale è considerato fondamentale dalla Casa Bianca perché aprirebbe una via di transito per l’esportazione verso i mercati asiatici del carbone estratto nelle miniere dell’Ovest degli Stati Uniti.

Trump giustifica l’operazione con le sue classiche motivazioni: bisogna rafforzare l’indipendenza energetica degli Usa puntando sulle fonti fossili, questi investimenti creano nuovi posti di lavoro e via elencando. Ma i danni in termini ambientali sono evidenti. Sia per quanto riguarda il potenziamento delle attuali centrali a carboni sia per quel che riguarda il terminal marittimo di Oakland, già al centro di numerose proteste da parte di cittadini e movimenti ambientalisti.

Come sottolinea la storica associazione Sierra club, «queste sovvenzioni rappresentano l’ultimo di una serie di costosi salvataggi messi in atto dall’amministrazione Trump a favore di un settore in declino». Negli Stati Uniti non viene costruita una nuova centrale a carbone da oltre un decennio a causa degli enormi costi sanitari e delle condizioni economiche sfavorevoli di questa fonte energetica. Secondo il dashboard “Out of Control” del Sierra club, l’inquinamento da carbone è responsabile di 6.500 morti premature ogni anno negli Stati Uniti. Ma nonostante ciò l’Agenzia per la protezione ambientale (Environmental protection agency, Epa) ha concesso con Trump alla Casa Bianca alle centrali a carbone numerose scappatoie e deroghe in materia di inquinamento, smantellando le misure di salvaguardia che proteggono le comunità dall’inquinamento da carbone. E tutto questo avviene quando ormai tutti i parametri non solo scientifici, ma anche economici e finanziari, dicono che il carbone non solo è altamente inquinante, ma è anche economicamente svantaggioso rispetto alle fonti energetiche pulite.

Spiega, Andrea Feniger, direttrice della sezione dell’Alaska del Sierra club: «L’amministrazione Trump non solo sta minacciando le nostre aree naturali su più fronti, ma sta dimostrando un totale disprezzo per la popolazione dell’Alaska. La costruzione di una centrale a carbone costosa e inquinante nel nostro Stato rappresenterebbe l’ennesima mossa scandalosa che danneggerebbe il nostro ambiente, oltre che i contribuenti e gli utenti dell’Alaska. Le centrali a carbone avvelenano la nostra aria, l’acqua e la fauna selvatica, accelerando al contempo gli effetti devastanti del cambiamento climatico che stanno già danneggiando le nostre comunità. Non possiamo permetterci di continuare a ignorare soluzioni energetiche più pulite ed economiche come il solare e l’eolico solo per consentire a Trump di salvare i suoi amici delle grandi compagnie del carbone».

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