L’unico modo per costringere Putin a trattare è continuare a sostenere la resistenza ucraina

17 Luglio 2026 - 06:15
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L’unico modo per costringere Putin a trattare è continuare a sostenere la resistenza ucraina

Le posizioni dei partiti che non riescono a condannare in maniera aperta l’azione criminale di Vladimir Putin e che si prestano a manipolare la storia dell’invasione dell’Ucraina sono gravi, in Italia come nel resto d’Europa. Allo stesso tempo, restano però del tutto coerenti con l’impostazione impugnata dai soggetti politici che gravitano attorno a quell’universo definibile come filorusso.

Il fine di quella galassia è utilizzare, a proprio uso e consumo, cronaca e passaggi del conflitto per legittimare una narrazione svincolata dalla realtà della guerra, dalle sue cause più profonde e dalla stessa semantica del negoziato – sul quale torneremo. Restando al caso italiano, il protagonismo di Giuseppe Conte, insieme a Matteo Salvini, Roberto Vannacci e a una parte del campo largo, mostra il tentativo di spacciare la deterrenza europea per bellicismo, la resistenza ucraina per un preludio alla resa, la politica di difesa comune per guerrafondismo.

È una retorica che ribalta le responsabilità reali e distorce dinamiche storiche complesse, mistificando i fatti contemporanei con pesanti implicazioni politiche. Il margine ibrido di verosimiglianza disinformativa ricostruisce gli avvenimenti, costituendo una variabile con cui i partiti europeisti devono fare i conti sul piano del consenso interno, decisamente complessa da addomesticare nella sua ricaduta percettiva.

Alla base di questa retorica ci sono alcuni fraintendimenti teorici, voluti o meno che siano, che agiscono da eco propagandistica. L’idea della pace come mero frutto della volontà unilaterale è fantasiosa, perché sottende l’illusione che basti dichiararsi pronti a trattare per costringere la controparte a fare lo stesso. Tramite questa approssimazione concettuale si svalutano i rapporti di forza, come se aprire un tavolo diplomatico prescindesse dal peso specifico e dalla rilevanza strategica dei singoli partecipanti, soprattutto sotto il profilo militare.

Esiste un fraintendimento del peso negoziale, ossia l’incapacità di comprendere che il potere contrattuale non è un valore astratto, ma si costruisce attivamente sul terreno. Proprio qui subentra l’impatto delle relazioni internazionali, nel triangolo geopolitico composto non solo da Putin e dall’Ue, ma anche dagli Stati Uniti, che a questo punto va letto e interpretato con chiarezza.

L’autocrate del Cremlino non vuole che l’Europa acquisisca un ruolo contrattuale proprio: Mosca punta, infatti, a ridefinire la sicurezza continentale in un’ottica russo-centrica, preferendo un bilateralismo escludente e volendo dialogare solo con l’amministrazione americana guidata da Donald Trump – altra rivale europea, as usual –, tagliando fuori gli attori comunitari.

Un protagonismo diplomatico di Bruxelles certificherebbe, non a caso, il successo dell’integrazione comunitaria, in un esito diametralmente opposto ai desideri strategici che Mosca persegue in Ucraina fin dal 2014. Agli occhi dell’imperialista Putin, l’Ue resta un gigante economico, ma un attore internazionale di secondo piano, non trattandosi di una potenza nucleare unificata; dunque, un confronto diretto verrebbe da lui vissuto come un declassamento, una certificazione della Russia al rango di potenza puramente regionale.

Al contrario, un canale negoziale gestito direttamente dall’Europa, svincolato dal tradizionale paternalismo statunitense, offrirebbe a Bruxelles una proiezione internazionale senza precedenti, in linea con la necessaria direzione di maturità strategica – ostacolata, appunto, sia da Mosca sia da Washington.

La vera questione, allora, non è se si debba parlare con Putin, ma a quali condizioni lo si possa fare da una posizione di forza, costringendo la Russia a riconoscere l’Ue come interlocutore imprescindibile. La via diplomatica – troppo spesso sbandierata come formula retorica, evocativa e suggestiva, ma priva di sostanza reale – non è il risultato di una scelta solitaria, bensì l’esito di un equilibrio dinamico a più variabili tra la volontà dell’Ucraina, la Russia, gli Usa e l’Ue.

In questo scenario occorre chiedersi quali costi sia davvero disposto a tollerare Putin per perseguire i suoi obiettivi ultimi senza scendere a patti e quali parametri usino il Cremlino e la Casa Bianca per legittimare la presenza dell’Ue al tavolo delle trattative. L’autorevolezza negoziale è strettamente legata ai traguardi che si intendono raggiungere: più l’Europa si impone come soggetto forte, maggiori saranno le probabilità di costruire una convivenza stabile nel lungo periodo.

Più si sostiene l’Ucraina, più ci si avvicina, quindi, alle carte necessarie per far sedere l’autocrate del Cremlino a un tavolo vero, insieme al Paese martoriato e alle corrette rivendicazioni di una cittadinanza vessata. Un’inchiesta di Valigia Blu ha ricostruito quella che è l’attuale strategia ucraina, esplicitamente concepita per condurre Putin alle trattative entro l’autunno del 2026.

Fonti della Verkhovna Rada e dell’ufficio di Volodymyr Zelensky descrivono la campagna di droni e le lettere aperte come parte di una «campagna militare-diplomatica» pensata per convincere il Cremlino che non esistono alternative a negoziati seri. È un tassello importante, perché mostra che anche Kyjiv non punta a una vittoria militare totale, ma a costruire – con gli stessi strumenti di logoramento che l’Europa alimenta con il proprio sostegno finanziario – le condizioni per un negoziato che non assuma le sembianze di una resa mascherata, ma conduca verso una pace giusta.

Nel tentativo di imporre un controllo egemonico sull’Ucraina con la forza militare, Mosca persegue il fine di riscrivere, da una posizione sopraelevata, le condizioni di sicurezza dell’intero continente. È la Russia a percepire l’assetto liberaldemocratico e, sempre più in prospettiva, integrativo dell’Europa come la propria nemesi, rispondendo direttamente alla stessa natura dell’aggressione russa.

Costringere Putin a rispondere diplomaticamente significa, quindi, per l’Europa, passare inevitabilmente attraverso il sostegno continuo e incondizionato alla resistenza ucraina. Ed è proprio grazie a questo supporto che si stanno producendo effetti concreti: l’Ucraina mantiene le proprie posizioni sul campo e colpisce con crescente efficacia il territorio russo, mentre l’Europa si è ormai accreditata come il principale finanziatore e sostenitore di Kyjiv.

A febbraio, gli europei hanno superato gli Usa come primi sostenitori di Kyjiv, con oltre 235 miliardi di dollari in aiuti militari, finanziari e umanitari stanziati tra gennaio 2022 e febbraio 2026, contro circa 135 miliardi di dollari degli Stati Uniti. Nel solo 2025, il sostegno militare europeo è cresciuto del 67 per cento rispetto alla media del periodo 2022-2024, mentre quello statunitense si è quasi azzerato; gli aiuti civili e umanitari europei sono aumentati, nello stesso periodo, del 59 per cento.

Sul fronte opposto, la Russia sconta gravi difficoltà di reclutamento e danni pesanti alle proprie infrastrutture energetiche, mentre all’interno delle élite emergono segnali di stanchezza. Il 2025 è stato il primo anno in cui i nuovi arruolamenti hanno smesso di compensare le perdite sul campo e il primo, dall’inizio dell’invasione, in cui la dimensione complessiva delle forze armate russe ha smesso di crescere; nel 2026, il trend si è aggravato ulteriormente, con il piano di reclutamento rispettato solo al 60-75 per cento.

Già a gennaio, Linkiesta ha quantificato con accuratezza quel prezzo interno che il Cremlino sta pagando per continuare la guerra: bonus di arruolamento tagliati in oltre dieci regioni, sistema sanitario sottoposto a una pressione crescente e un apparato di reclutamento sempre più dipendente da incentivi economici insostenibili nel tempo.

L’obiettivo reale non è, perciò, una pace immediata, ma una gestione progressiva che limiti i rischi militari, spegnendo inoltre sul nascere successive operazioni unilaterali: la stabilizzazione dei rapporti attraverso meccanismi che prevengano l’escalation accidentale, corpi civili di pace – nel caso di specie, così come rilanciati dal Mean, Movimento europeo di azione nonviolenta, che riprende la teorizzazione di Alexander Langer – e canali di comunicazione sicuri che riducano le instabilità latenti ed emergenti.

Per concludere, il sostegno alla resistenza ucraino-europea è la leva negoziale che l’Europa sta costruendo: ogni euro di sostegno a Kyjiv conduce sulla strada di un aperturismo negoziale forse controintuitivo, ma che resta il solo possibile. Chi, in Italia e in Europa, chiede di allentare quel supporto sta togliendo alla battaglia esistenziale degli ucraini e alla difesa dei confini europei l’unica via che permetterebbe a Zelensky e ai leader europei di sedersi a quel tavolo da protagonisti, verso una pace giusta, decisiva per il futuro dell’Ucraina e dell’Europa.

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