“Ma io, che cosa voglio veramente?”, a Luino Lama Michel e l’arte di conoscere se stessi

Maggio 15, 2026 - 23:04
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“Ma io, che cosa voglio veramente?”, a Luino Lama Michel e l’arte di conoscere se stessi
Lama Michel Rinpoche

Ed eccoci arrivati all’ultima serata della quarta edizione del Festival della Meraviglia, che per la prima volta approda a Luino, al Teatro Sociale Fo e Rame. Già nella giornata di giovedì 24 maggio la città aveva ospitato il dialogo con l’alpinista Enrico Camanni.

Questa sera, venerdì 25 maggio, il Festival propone invece un incontro con Lama Michel Rinpoche, conosciuto anche come Kunpen Lama Gangchen.

Il teatro è quasi pieno e, da quando il Lama entra in sala, cala immediatamente il silenzio. L’incontro si apre con una preghiera. Una preghiera che, racconta, lo accompagna in ogni contesto: con i ragazzi delle scuole – come durante il laboratorio organizzato dal Festival nella mattinata del 24 maggio – con i carcerati, oppure qui, stasera, davanti al pubblico del teatro.

Lama Michel Rinpoche
Lama Michel Rinpoche sul palco del teatro Fo e Rame di Torino insieme alla portavoce del Festival della Meraviglia Giuliana Iannaccaro

Il Lama spiega che inizia sempre così: rendendo grazie ai suoi maestri e ai maestri dei suoi maestri. «Se c’è qualcosa che noi possiamo trasmettere – dice – è perché qualcuno l’ha trasmesso a noi». Sono proprio queste persone, continua, a permetterci di essere ciò che siamo oggi.

Da qui prende avvio il dialogo. Lama Michel ricorda che spesso non è l’imparare qualcosa di nuovo ad arricchirci davvero, ma il ricordarci ciò che già sappiamo. E cioè quella che definisce la verità più profonda: siamo uguali. Al di là della cultura, della classe sociale o dell’educazione, esiste qualcosa di fondamentale che accomuna tutti gli esseri viventi. E questo “noi”, precisa, comprende anche gli animali, perché facciamo parte dello stesso regno.

«Ma cos’è che ci rende uguali? Che cos’è che vogliamo?», chiede al pubblico.

La risposta, in fondo, è la più semplice: tutti vogliamo essere felici e nessuno vuole soffrire. Lama Michel parla di una «brama», un desiderio profondo e non concettuale, una forza che ci spinge verso il benessere e ci allontana dalla sofferenza.

La felicità, spiega, è fatta di quelle sensazioni che, quando proviamo, desideriamo trattenere; e quando finiscono, desideriamo ritrovare. La sofferenza è il contrario, ma allo stesso tempo è inseparabile dalla stessa esperienza umana. È proprio questa tensione continua tra ricerca della felicità e rifiuto della sofferenza a renderci uguali davanti a tutto.

Eppure, nonostante questa uguaglianza, nessuno riesce a vivere il presente indipendentemente da se stesso. Crediamo di osservare la realtà in modo oggettivo, ma in realtà vediamo soltanto la nostra interpretazione della realtà. Il mondo che percepiamo, continua il Lama, è inevitabilmente condizionato dalle nostre storie, dalle emozioni e dalle esperienze vissute. Non siamo capaci di abitare il presente senza il filtro del nostro passato.

Collegandosi al tema di questa edizione del Festival — “Storia, Storie, Storielle” — Lama Michel afferma: «Ognuno ha la sua narrazione». E aggiunge, «La difficoltà nasce quando incontriamo persone con narrazioni diverse dalle nostre».
Ognuno vive dentro la propria storia. Il capitalismo stesso, osserva, è una storia. Così come la struttura familiare o il modo in cui interpretiamo il mondo.

Il problema, oggi, è che spesso non siamo consapevoli di vivere all’interno di queste narrazioni. Le consideriamo realtà assolute. Eppure il Lama non sostiene che esistano storie “giuste” e storie “sbagliate”, o che alcune siano più vere di altre. Semplicemente, viviamo inevitabilmente attraverso una di esse.

Se interpretiamo il mondo attraverso queste narrazioni, allora la domanda fondamentale diventa: «Che cosa può rendermi felice? E quale storia mi permette di raggiungerlo?»

Anche perché, ricorda sorridendo, siamo noi la sola presenza che ci accompagnerà sempre. «Non possiamo prenderci una vacanza da noi stessi». Sarebbe bello, scherza, ma non è possibile.

Per questo dobbiamo comprendere che siamo noi a scegliere in quali storie credere. E proprio per questo possiamo anche metterle in discussione, sfidarle, andare controcorrente — anche se farlo richiede coraggio.

La cosa più importante, però, è continuare a porsi domande. «Senza domande – afferma Lama Michel – è impossibile vedere e trovare le risposte».

Se la domanda fondamentale diventa capire che cosa vogliamo davvero, allora possiamo scegliere la narrazione che ci aiuta ad avvicinarci a quella risposta.

Le storie, quindi, devono essere raccontate. Ma soprattutto devono essere scelte. E proprio questa scelta ci rende consapevoli dell’esistenza di infinite altre narrazioni possibili.

Credere nella propria storia, spiega il Lama, non significa negare quelle degli altri. Al contrario: significa imparare a riconoscerle, accoglierle e comprendere anche la sofferenza altrui. Allo stesso tempo, credere nella propria storia significa anche continuare a sognare, ad avere passione e a dare un senso al proprio cammino.

Alla fine, il Lama chiude scherzando con una massima di suo padre: «Per realizzare i nostri sogni serve l’1% di ispirazione e il 99% di sudorazione».

L'articolo “La gente vuole pezzi semplici”: Paolo Pieretto e la critica al music business 2.0 sembra essere il primo su VareseNews.

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