«Magnifica humanitas», Costante: «No alla guerra “tecnologica”, sì alla civiltà dell’amore»

03 Giugno 2026 - 07:10
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«Magnifica humanitas», Costante: «No alla guerra “tecnologica”, sì alla civiltà dell’amore»
Il Papa durante la presentazione dell'enciclica (Vatican Media / Sir)

«Nessun algoritmo può rendere morale la guerra». Parte da questo assunto di papa Leone XIV – uno dei passaggi più forti della sua prima enciclica Magnifica humanitas – la riflessione di don Nazario Costante, responsabile del Servizio diocesano per la Pastorale sociale e il Lavoro: «Nel V capitolo il Santo Padre denuncia la cultura della potenza, il riarmo e la disumanizzazione tecnologica dei conflitti. E rilancia la “civiltà dell’amore” come alternativa concreta alla logica della forza», spiega.

Qual è il cuore del pronunciamento del Papa sulla guerra?
Il dato sostanziale è che la guerra non può più essere considerata uno strumento ordinario della politica internazionale. Leone XIV osserva che oggi viviamo dentro una «cultura della potenza» che normalizza il conflitto, giustifica il riarmo e abitua le coscienze all’idea che la pace sia soltanto una tregua fragile tra una guerra e l’altra. La guerra – osserva ancora il Pontefice – non viene più percepita come extrema ratio, ma come un’opzione praticabile, quasi inevitabile. L’Enciclica mostra anche come la rivoluzione digitale stia modificando la grammatica stessa dei conflitti: le decisioni sulla vita e sulla morte rischiano di diventare impersonali, affidate a logiche tecniche e algoritmiche.

Il Papa parla apertamente del superamento della teoria della “guerra giusta”…
In realtà non si tratta di una rottura improvvisa, perché il Magistero della Chiesa, soprattutto dopo la II Guerra mondiale, ha progressivamente maturato una critica sempre più esplicita alla logica della guerra. Papa Leone sente però il bisogno, oggi, di richiamare tutto questo in maniera chiara, perché vede un’umanità che sta scivolando in una cultura violenta, della potenza, nella quale la pace non appare più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra conflitti. Perciò il Papa definisce «più che mai importante ribadire il superamento della teoria della guerra giusta», troppo spesso invocata per giustificare – appunto – qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa inteso nel senso più stretto. Il problema, infatti, è che negli ultimi decenni il concetto di difesa è stato spesso dilatato fino a giustificare guerre preventive, interventi armati permanenti e strategie di potenza che producono nuovi mali. Oggi esistono strumenti più efficaci della guerra per affrontare i conflitti: il dialogo, la diplomazia, il diritto internazionale, il negoziato multilaterale. La guerra appare così non come soluzione, ma anche come segno di una povertà relazionale e politica.

Don Nazario Costante

Nell’Enciclica emerge anche una critica alla tecnologia applicata ai conflitti. Si tratta di una delle nuove frontiere della guerra?
Sì, ed è uno degli aspetti più originali di Magnifica Humanitas. Leone XIV non demonizza la tecnologia, ma denuncia il rischio che essa diventi un criterio assoluto per cui la persona finisce per essere trattata come un dato, un ingranaggio o una merce. In campo militare questo rischio è enorme. Le armi legate all’intelligenza artificiale rendono il conflitto più rapido, remoto e impersonale. Colpire senza vedere il volto dell’altro abbassa inevitabilmente la soglia morale della violenza. Il Santo Padre teme che l’automazione della guerra produca una sorta di anestesia etica: la violenza viene percepita come inevitabile e ci si limita a “ottimizzarla”, per questo l’Enciclica invoca vincoli etici rigorosi e condivisi a livello internazionale, fondati sulla responsabilità personale e sulla protezione dei civili.

Quale alternativa propone il Papa?
L’alternativa è la civiltà dell’amore. Non si tratta di uno slogan spirituale o di un ingenuo pacifismo, ma di una responsabilità concreta. Il Papa insiste sul dialogo, sulla diplomazia, sul multilateralismo e anche sul ruolo decisivo delle religioni nella costruzione della pace. Chi usa il nome di Dio per giustificare terrorismo, violenza o guerra tradisce il volto stesso di Dio. Allo stesso tempo l’Enciclica invita a disarmare le parole, a dire la verità, a guardare il mondo dalla parte delle vittime e a coltivare un sano realismo capace di cercare vie praticabili di pace. Molto bella è l’immagine finale dell’albero: più la tecnica allarga la propria chioma, più servono radici sapienziali profonde. La cultura digitale moltiplica le connessioni, ma il cuore umano continua ad avere bisogno di prossimità reale. La pace, allora, non è un’utopia ingenua, ma una responsabilità quotidiana, affidata alla libertà e alla coscienza di ciascuno.

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